Agrigento: “verso l’altra riva”

di: Bruno Scapin
Icona piano pastorale Agrigento

Icona che accompagna il Piano pastorale 2016-2017 della diocesi di Agrigento

È la traversata del lago di Gennesaret raccontata dall’evangelista Matteo (14,22-36) l’icona nella quale si specchierà la Chiesa di Agrigento per il cammino pastorale di quest’anno. Significativamente l’arcivescovo, il card. Francesco Montenegro (che si firma “don Franco, vescovo”), l’ha intitolata Verso l’altra riva.

Nella convinzione che «ormai non è più possibile separare l’evangelizzazione dalla promozione umana e dal servizio alla storia», il porporato intende impegnare la Chiesa agrigentina «sul fronte dell’evangelizzazione al servizio del territorio». A ciò deve mirare anche la riorganizzazione della diocesi in unità pastorali e in nuovi poli pastorali.

Una Chiesa che…

Prima di tutto, uno sguardo sulla situazione reale. Ecco come il pastore tratteggia la Chiesa affidata alle sue cure pastorali:

  • «Una Chiesa che ha un forte radicamento nella pietà e nella tradizione del nostro popolo, ma a volte ha paura di lasciarsi provocare da vecchie e nuove situazioni di povertà in cui versa buona parte della nostra gente e un gran numero di fratelli che da tante parti del mondo viene a bussare alle nostre porte.
  • Una Chiesa che sa di poter contare su grandi forze ministeriali – sia nel presbiterio sia nel laicato attivo all’interno della comunità ecclesiale e di quella civile, sia nella testimonianza della vita consacrata sia nell’impegno dell’aggregazionismo laicale –, ma a volte risente della stanchezza di aver faticato troppo e forse anche invano.
  • Una Chiesa che si impegna con passione e intraprendenza a pensare e ripensare il proprio cammino, ma a volte si ritrova lontana e distaccata dalla vita di tutti i giorni e dalla storia di tante persone e di tante famiglie, dai loro sogni e dai loro drammi, dalle loro gioie e dalle loro sofferenze, dai loro progetti e dai loro problemi».

L’indicazione del card. Montenegro è di passare “all’altra riva”, cioè attivare «un modo diverso di essere, di pensare e di fare, che richiede una conversione continua, non priva di fatiche e di rinunce». Occorrerà rinunciare, ad esempio, «al bisogno di consenso e al desiderio di gratificazione», così come «all’esigenza di stabilità e al senso di sicurezza che ne consegue», cambiando stile e mentalità e avendo il coraggio di «decentrarci dai nostri luoghi sicuri e dalle nostre abitudini consolidate», per raggiungere «tutti coloro che rischiamo di lasciare fuori dai nostri interessi e dalle nostre preoccupazioni».

Se non avremo il coraggio di abbandonare la nostro “riva” – ammonisce il cardinale –,  «resteremo un piccolo mondo a parte, autoreferenziale e chiuso in se stesso, capace solo di stare a guardare da lontano, imporre regole dall’alto e giudicare a distanza».

Territori da esplorare

Nell’attraversamento del lago – si legge nel brano di Matteo – i discepoli incontrano un vento contrario. Esso rappresenta – secondo l’arcivescovo di Agrigento – «la fede incerta e vacillante, che non si alimenta di ascolto e non vive di preghiera, che si lascia trasportare dall’entusiasmo ma si blocca davanti alle scelte serie e impegnative. Ma è anche la fede accomodante, che non deve mettere a soqquadro l’esistenza e deve esaudire i desideri e, quando serve, anche i capricci. Ed è soprattutto la fede personalistica, che pensa di poter fare a meno della comunità, perché è possibile, e a volte anche più comodo, salvarsi da soli».

L’approdo della barca, secondo la pericope matteana, è Gennesaret, vale a dire «un territorio che aspetta di essere esplorato ed è pronto a diventare terreno fertile dove la Parola può portare frutto». Ed è proprio la parola “territorio” a occupare l’ultima parte della lettera pastorale.

«Il territorio, con le sue piaghe e le sue risorse, le sue esigenze concrete e le sue problematiche reali – scrive l’arcivescovo – è ancora una volta il termine con cui misurare l’azione pastorale della Chiesa. È quello lo spazio della vita, dove gli uomini e le donne abitano e dove ci dobbiamo sforzare di entrare, non con linguaggi che poco hanno da dire o con teorie che non toccano il cuore e confondono la mente». È il territorio il luogo dove «Dio ci dà appuntamento».

E se, come i discepoli in mezzo al mare di Galilea, dovremmo fare i conti con le nostre paure e il nostro limite, le parole di Gesù: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”, ci rassicurano che non siamo soli in questa avventura.

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