Belluno: Attivare i consigli pastorali

di: Bruno Scapin

«Quanto sono necessari i Consigli pastorali! Un vescovo non può guidare una diocesi senza i Consigli pastorali. Un parroco non può guidare la parrocchia senza i Consigli pastorali. Questo è fondamentale!». È anche su sollecitazione di queste parole pronunciate da papa Francesco il 4 ottobre 2013 ad Assisi nella cattedrale di San Rufino, che la diocesi di Belluno-Feltre ha deciso di dedicare a questo tema gli Orientamenti pastorali per il 2017-2018, sotto il titolo Nel Vangelo il nostro futuro.

«Un cambiamento strutturale connota il contesto e i tempi che viviamo», scrive la nota. E la Chiesa è chiamare a escogitare nuovi modi di annuncio. Depositaria della ricchezza che è il Vangelo, ogni comunità cristiana (anche la più piccola) è chiamata a donarla e a condividerla. Per fare questo, un grande aiuto alle comunità viene dalla presenza e dal buon funzionamento di quell’organismo che va sotto il nome di “Consiglio pastorale”. La costituzione o il mantenimento di esso «ha priorità su tutti gli altri» per il prossimo anno pastorale.

«Non si tratterà – ammonisce la nota – di svolgere un atto organizzativo o amministrativo, tantomeno di praticare una sorta di “burocrazia pastorale”». Si tratta invece di vivere concretamente la “sinodalità”. La costituzione o il mantenimento/rafforzamento del Consiglio pastorale, infatti, richiede «una partecipazione maggiore alla vita ecclesiale e alla sua missione» e «un coinvolgimento più esteso e più accurato delle persone».

La nota intende aiutare la riflessione delle comunità attraverso quattro passaggi sotto forma di quattro interrogativi.

1. Perché attivare i Consigli pastorali nelle nostre comunità parrocchiali?

È vero – si legge nel documento – che in molte comunità i ministri ordinati e quelli istituiti si completano armonicamente. Ma – ribadisce – «è essenziale un organismo chiamato Consiglio pastorale che esprima la rappresentanza della comunità e si dedichi al bene di essa: si ponga in suo ascolto, ne consideri i bisogni e le difficoltà, valorizzi le potenzialità che essa possiede». E prosegue: «In questo organismo conta il pensare e insieme e il superamento di ogni logica di parte per cercare il bene di tutta la comunità chiamata e costituita per dare testimonianza al Vangelo».

Il compito di questo organismo è “consigliare”. Si tratta – si legge nella nota – «di un delicato compito di accompagnamento e di cura della comunità». Spesso si traduce in un’azione di incoraggiamento, di mediazione, oppure di elaborazione delle scelte da operare.

Il consiglio deve applicare il metodo del “discernimento” (in questo caso significa “scegliere tra più possibilità”, “scegliere in profondità”). Oltre alla fiducia nello Spirito, occorre che, tra le persone che fanno parte del Consiglio pastorale, ci sia stima e fiducia.

2. Che cosa comporta per una comunità dotarsi del Consiglio pastorale?

«Comporta una crescita di responsabilità e di fiducia», risponde la nota. Comporta che, nella comunità, si intensifichino i rapporti di comunione, si superino atteggiamenti di passività e si favoriscano la collaborazione e la corresponsabilità.

Interessante la sottolineatura successiva: «Non si tratta semplicemente e superficialmente di “votare”», perché tutti i passaggi previsti per la costituzione del Consiglio pastorale «sono anche un percorso spirituale», dal momento che richiedono preghiera, ascolto della Parola e confronto vicendevole. L’elezione di un Consiglio deve quindi diventare «un’esperienza di crescita nella fede e di testimonianza evangelica».

3. Quale stile suggerisce alla comunità la nascita di un Consiglio pastorale?

Anche qui la risposta della nota è rapida e precisa: «uno stile di vita “comunitario”, improntato alla fraternità evangelica» dal momento che «la comunità va coinvolta concretamente». Durante l’anno pastorale, poi, è giusto che ci si interroghi su quei compiti e quei servizi «che alcune persone sono chiamate ad esercitare in comunità a nome e per il bene di tutti». Come a dire: guardiamo in faccia i problemi ai quali la comunità deve far fronte e individuiamo le persone che sembrano più adatte a farsene carico.ì

4. Quale testimonianza possono dare le comunità cristiane costituendo il Consiglio pastorale?

Innanzitutto, una maggiore capacità di leggere il proprio tempo. «Oggi si presentano situazioni di vita molteplici e inedite». Le comunità parrocchiali le devono leggere alla luce della parola di Dio, per questo sono chiamate a diventare un «“laboratorio” permanente di Vangelo».

Poi, devono mostrarsi aperte al rinnovamento e al futuro, perché «la testimonianza di vita evangelica di una comunità non può che essere “in divenire”».

Un impegno urgente a cui sono chiamate le comunità cristiane è, inoltre, il “secondo annuncio”, perché molti giovani e adulti hanno bisogno di «“ricominciare” il cammino di fede».

L’ultimo aspetto sottolineato dalla nota in ordine alla testimonianza è molto importante: «Riconoscere un “mandato ecclesiale” ad alcune persone che agiscono non individualmente ma costituite in “consiglio” è anche una testimonianza pubblica di corresponsabilità e di fiducia in un contesto in cui serpeggiano sentimenti di delusione verso gli strumenti e le mediazioni di partecipazione alla vita sociale e politica».

La nota porta la data del 25 luglio scorso ed è firmata contestualmente dal Consiglio pastorale diocesano e dal vescovo Renato Marangoni. Nella parte introduttiva è evidente il motivo per cui gli Orientamenti insistono perché ogni comunità parrocchiale si doti del Consiglio pastorale. Il territorio della diocesi bellunese-feltrina è ricco di piccole parrocchie di montagna. La prospettiva è quindi una collaborazione/corresponsabilità a più vasto raggio qual è la forania. Ma, per essere capaci di una collaborazione ad ampio raggio, bisogna prima allenarsi nell’ambito della propria comunità. I Consigli pastorali parrocchiali costituiscono una preziosa palestra di dialogo, di animazione e di testimonianza.

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