Novara: concluso il sinodo

di: Bruno Scapin

Tre anni erano previsti e tre anni sono stati. Il sinodo di Novara, il 21°, ha preso il via nel settembre del 2014 ed è terminato con la consegna del Liber sinodalis il 29 settembre del 2017. Duecento sono stati i sinodali, 13 le assemblee plenarie, 70 i numeri del testo consegnato alla comunità gaudenziana.

Dei tre temi che hanno catalizzato la riflessione (giovani, famiglie e unità pastorali missionarie), quest’ultimo sembra il più innovativo. Nelle parole del vescovo, Franco Giulio Brambilla, le unità pastorali missionarie «non sono prima di tutto una questione organizzativa, ma sono un antidoto alla morte della parrocchia che si trincera attorno al proprio campanile». Una maggiore collaborazione tra parrocchie vicine, sottolinea il vescovo, avrebbe un altro esito positivo: dare maggiore peso e importanza alle relazioni umane piuttosto che alle tante cose da fare.

Tutte le altre pastorali, in particolare quella giovanile e quella familiare, dovrebbero fare da “volano” di una pastorale «che rompe il regime di “campanilismo” delle parrocchie…, andando al di là dei confini della parrocchia autocentrata e autarchica».

La strada da percorrere è sempre quella: i presbiteri “ripensino” il loro ministero nelle parrocchie lasciando molti compiti diventati “impropri” e i laici accedano a forme più intense di partecipazione alla vita della Chiesa.

«L’unità pastorale missionaria – scrive don Floriani, vicario episcopale per la pastorale – deve diventare il luogo dove le risorse umane possano collaborare con sapienza e creatività e progettare ciò che favorisce la comunicazione del Vangelo a tutti».

Interessante la proposta, fatta propria dal sinodo, di creare un “seminario dei laici”, pensato però non come un luogo bensì come un tempo di formazione permanente. Si tratta di un percorso formativo pastorale, spirituale e culturale attraverso il quale formare ad un ministero ecclesiale e/o laicale.

Finalità di questo “seminario” è «educare una figura di laico capace di stare in piedi per l’esperienza personale dell’ascolto della Parola, per un’intensa vita sacramentale e di preghiera, per una collaudata capacità relazionale». E questo con la prospettiva di una pastorale «capace di raggiungere i “tutti” che abitano il territorio». In questo senso il “seminario dei laici” sarà anche uno spazio di progettazione oltre che di formazione.

Come procedere? Prima di tutto, si richiede ai soggetti interessati di acquisire un solido sensus ecclesiae e un forte spirito di corresponsabilità operando nelle parrocchie o nelle unità pastorali missionarie.

Si passerà quindi a realizzare sul territorio, in collaborazione con gli uffici diocesani di pastorale, corsi specifici e giornate di convivenza che sostengano le ministerialità già presenti e ne facciano sbocciare di nuove.

La formazione culturale, infine, può essere supportata dalle competenze specifiche presenti nell’Istituto superiore di scienze religiose, sia con modalità residenziali sia con modalità da realizzare sul territorio. Non possono mancare, infatti, lo studio del magistero e una buona conoscenza del concilio Vaticano II.

Il “seminario dei laici” ha senso se pensato dentro un progetto e in vista di una “pastorale integrata”.

All’annuncio del sinodo novarese, qualcuno aveva proposto di descrivere “la Chiesa che sogno”.

Oltre al sogno di una Chiesa “povera con i poveri” (papa Francesco), alcuni avevano manifestato il desiderio di una Chiesa dialogante e includente, una Chiesa in cui ognuno si possa sentire a casa sua, una Chiesa della tenerezza e non del giudizio.

Ma non sono mancati coloro che hanno sognato una maggiore sinodalità.

«Sogno una Chiesa che impari a camminare insieme e non continui a operare in compartimenti stagni, dove ognuno porta avanti il proprio servizio senza confrontarsi e intercettare le altre dimensioni della pastorale, che cominci a lavorare in rete, lasciandosi contaminare da altre esperienze, che superi l’individualismo imperante».  «Sogno che la comunità ecclesiale (più che la parrocchia) diventi una realtà articolata, facendo crescere la  responsabilità decisionale dei laici, sovente tenuti “ai margini” a causa di  un persistente clericalismo; una comunità che apra spazi per una relazione di reciprocità, che non vada mai a senso unico, che attui uno scambio continuo di  doni».

«Sogno una Chiesa in cui i laici siano realmente compartecipi delle scelte e si affiancano al 100% ai sacerdoti, con responsabilità pastorali a tutti i livelli».

Ora la Chiesa novarese, dopo tre anni di lavoro sinodale, ha posto le base perché questi sogni si avverino.

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