Ridurre le diocesi. Perché?

di: Fabrizio Carletti

Papa Francesco, nel suo recente intervento del 21 maggio all’Assemblea generale della Cei, ha presentato ai vescovi italiani tre fattori di preoccupazione: calo delle vocazioni, povertà evangelica e trasparenza nella Chiesa, riduzione o accorpamento di diocesi.

In questo articolo vorrei soffermarmi sulla terza di queste preoccupazioni. Apparentemente potrebbe risultare la questione più tecnica e organizzativa, ma le resistenze che essa comporta sono una chiara immagine di una rappresentazione sociale di Chiesa che fatica ad essere superata, rappresentazione da cui derivano conseguenze anche in merito agli altri aspetti della cura pastorale e dell’evangelizzazione.

Parlare di rappresentazioni sociali vuol dire riflettere su una visione storicamente definita, portatrice di un sistema di valori, credenze proprie di un determinato gruppo sociale, che va ad influenzare la nostra capacità di trovare soluzioni alternative di fronte alle difficoltà che siamo chiamati ad affrontare. Influenzano la nostra percezione della realtà, la nostra capacità di comprenderla e di agire di conseguenza.

L’attuale struttura

Prendiamo in esame una delle oltre duecento diocesi italiane. Abbiamo una realtà – che la diocesi sia grande o piccola non importa – strutturata in organismi interni (giuridici, amministrativi, di coordinamento) e da almeno una quindicina di uffici pastorali. Indipendentemente dalla grandezza della diocesi e dalla sua complessità!

Capita, infatti, di essere in una diocesi di media-piccola grandezza, che inizia ad avere carenza di sacerdoti, ma tuttavia ha una quindicina di uffici, come direttori altrettanti sacerdoti (che sono allo stesso tempo parroci di una o più parrocchie, a volte insegnanti); infatti raramente incontriamo direttori laici (con un sacerdote come assistente spirituale) se non per l’Ufficio Famiglia o pochi altri casi.

Potete immaginare la difficoltà per molti uffici, spesso senza un’équipe di supporto, nel poter svolgere un servizio significativo se non realizzare gli eventi annuali indicati dalla Cei.

Il tutto è spesso vissuto come un appesantimento del servizio pastorale degli stessi sacerdoti direttori. Questo a scapito non tanto dell’organizzazione – torno a precisare –, ma dell’efficacia evangelizzante della Chiesa diocesana e della sua capacità di coinvolgimento del territorio.

Siamo in “terra di missione”

Piccolo non è bello! Perché piccolo non equivale sempre ad una maggiore cura delle singole realtà, ma ad essere pochi nel tentare di realizzare tutto senza avere le risorse per farlo in modo adeguato, trascurando a volte proprio quel legame con il territorio che si vorrebbe tutelare e che viene posto come giustificazione per mantenere lo status quo.

Forse non ci rendiamo conto che non siamo più in un’epoca di cristianità matura, e la terra che calpestiamo è oramai terra di missione. Non deve far sorridere affatto la proposta di papa Francesco nell’attivare la pratica di sacerdoti fidei donum da una diocesi italiana ad un’altra.

Se siamo terra di missione, è comprensibile che la struttura che stiamo conservando non è più adeguata, ma anzi, intrappola la spinta evangelizzatrice oggi necessaria. Come ebbe modo già di dire, sempre nel discorso di apertura dell’Assemblea dei vescovi, un anno fa: «Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio» (16 maggio 2016).

Voglio rubare una battuta ad un mio caro collega, Roberto Mauri, che sostiene: «Sperimentiamo una fase esodale, ma nell’attraversare il deserto ci siamo portati dietro la struttura dell’Egitto». Questo provoca nostalgia, una paradossale nostalgia della schiavitù e l’incapacità di assaporare una possibile esperienza di liberazione da un immaginario non più coerente con la realtà.

Un’organizzazione diocesana basata su un così grande numero di uffici pastorali era coerente con un contesto di cristianità matura, in quanto ne costituiva lo strumento che agiva per sollecitare e guidare una realtà che però non esiste più. Oggi non può più essere supportata una pastorale di specializzazione! Una pastorale di specializzazione non è missionaria, ma ancora prende vita da una rappresentazione e non da una realtà, generando fantasmi.

Le obiezioni ricorrenti

Quando si risponde che una diminuzione o un accorpamento delle diocesi provocherebbe una riduzione della prossimità dei pastori, un allontanamento dalle persone e dalle situazioni, una perdita di identità culturale del territorio – per richiamare le obiezioni che sembrano siano state poste nella conversazione a porte chiuse seguita al discorso del papa –, si sta riaffermando un modello di presenza sul territorio che già oggi provoca questi problemi e che sempre più, in mancanza di vocazioni (prima preoccupazione), andrà a generare.

Ci si pone di fronte alla questione dentro una logica binaria, che è spesso perdente e cieca: se si lascia per ora tutto com’è, si evitano crisi peggiori e possiamo cavarcela con degli aggiustamenti (ma fino a quando, e cosa avverrà quando sarà troppo tardi?); se si opera il cambiamento, si perde la prossimità pastorale e l’identità particolare di ogni realtà. Questa logica è perdente da subito ma soprattutto porta ad uno sguardo viziato in partenza.

Dovremmo invece chiederci: come un territorio più ampio può mantenere vive delle relazioni di prossimità pastorali? Cosa determina l’identità e il senso di appartenenza di una realtà e come non perderla in un contesto più ampio?

Alla prima domanda risulta chiaro che la risposta non si può trovare nel solo clero presente nei territori, ma nell’attivazione di processi reali di corresponsabilità o di sinodalità all’interno della Chiesa, coinvolgendo laici e famiglie come chiede il papa.

Alla seconda, il riferimento lo dà lo stesso pontefice invitando a riflettere sulla metafora del poliedro: un modello dove è possibile che le parti non siano uguali ed equidistanti dal centro; dove la comunione accoglie e vivifica le particolarità; dove l’appartenenza e l’identità non si fondano sul fare, sulle tante iniziative, ma è la cura insieme di tre dimensioni: cognitiva (discorsi, riflessioni), mimetica (gesti, riti, pratiche condivise) e narrativa (le storie).

Queste tre dimensioni sono quelle che vanno a definire una rappresentazione sociale; quindi, solo intervenendo su tutte e tre è possibile guidare il cambiamento verso nuove visioni condivise. È possibile, cioè, pensare a modelli di presenza pastorale sul territorio che non siano solo quelli che la nostra mente oggi è in grado di concepire.

Manca probabilmente un rinnovato bagaglio simbolico, ma anche e soprattutto un serio discernimento che affidi non alle nostre paure ma alla volontà dello Spirito il percorso da intraprendere per superare le nostre preoccupazioni.

Non posso dunque che concludere con le parole del papa sul tema della riduzione delle diocesi: «Quindi, stiamo parlando di un argomento datato e attuale, trascinato per troppo tempo, e credo sia giunta l’ora di concluderlo al più presto. È facile farlo, è facile…».

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