Il vescovo Zuppi: “Bologna, apriti!”

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Papa Francesco ha disposto, per tutta la Chiesa, che una domenica dell’anno liturgico sia dedicata  alla riscoperta della centralità della Parola per la vita e la missione della Chiesa e ha chiuso la sua visita pastorale a Bologna consegnando il Vangelo al termine della celebrazione eucaristica allo stadio.

A partire da questa sollecitazione, l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, ha impegnato l’arcidiocesi petroniana ad un anno di lectio sulla Parola, tenendo presente la vicenda dei discepoli di Emmaus, nella certezza che «l’ascolto continuato del Vangelo sempre scalda il cuore». Lo fa con la lettera pastorale “Non ci ardeva forse il cuore?” (4 ottobre 2017),

Siamo – scrive mons. Zuppi – spettatori e protagonisti di cambiamenti epocali: «Un mondo sembra finire anche per la presenza della Chiesa stessa nella società». Il rischio è la rassegnazione, la rinuncia al sogno che è possibile cambiare il mondo con il lievito evangelico. Molti sono convinti che un futuro migliore sia difficile, anzi impossibile. L’individualismo, il narcisismo, la chiusura in piccoli orizzonti sembrano gli atteggiamenti predominanti. In più, c’è la convinzione che la comunità e il prossimo non contino niente e che «ci si salvi da soli». Si abbandonano le speranze, si vive nella mediocrità.

Per questo è urgente rimettere al centro la Parola, perché essa «dona al cuore un’energia nuova e convince che il male può essere sconfitto». Nella «Babele delle nostre parole» dobbiamo far risuonare la Parola che non passa.

Non è raro il caso in cui pensiamo che anche Dio non ci capisca, che la sua Parola sia lontana anni luce della concretezza e dall’urgenza delle nostre domande, oppure che sia troppo impegnativa per poter essere vissuta. In realtà, in una visione di fede, «le sacre Scritture donano un’energia di grazia, una potenza interiore, misteriosa ma realissima».

Ad alimentarsi alle parole della Scrittura sono chiamati le singole persone, le famiglie, le comunità cristiane e i “gruppi della Parola”.

L’arcivescovo Zuppi propone tre tappe:

1. Lectio sul vangelo di Emmaus. Il testo di Luca viene preso come punto di riferimento e di confronto «pensando a noi, alle nostre comunità, agli uomini che vivono alla ricerca di speranza, vittime della disillusione, delle tante difficoltà e della solitudine».

L’arcivescovo afferma con decisione: «è indispensabile che sia l’intera comunità a lasciarsi interrogare dalla parola di Dio» e questo non solo per l’arricchimento personale e delle singole comunità, ma anche «per far crescere la coscienza comune dell’intera Chiesa diocesana».

2.  Il nostro rapporto con la Parola. Dopo due ampie citazioni dell’Evangelii gaudium e una del card. Martini, nelle quali si ricorda che la Parola deve diventare sempre più «il cuore di ogni attività ecclesiale», che lo studio della Scrittura «dev’essere una porta aperta a tutti i credenti», che spesso, nelle nostre scelte, poggiamo più sulle nostre abitudini, sul buon senso, su tradizionali credenze religiose che non sulla luce della Parola, mons. Zuppi invita ad interrogarsi: che tipo di rapporto hanno i credenti e le comunità con la parola di Dio? come rendere «stabile e attraente» l’ascolto della Parola nelle parrocchie e nelle comunità? come rendere la Parola un riferimento costante e non occasionale?

3. Comunicare il Vangelo a tutti. La predicazione informale. Anche qui due lunghe citazioni dell’Evangelii gaudium – «tutti hanno diritto di ricevere il Vangelo» e, solo dopo aver ascoltato e condiviso tutto ciò che c’è nel cuore del nostro interlocutore, è possibile proporre l’annuncio evangelico «con un atteggiamento umile e testimoniale» – precedono le sottolineature dell’arcivescovo: «il Vangelo non può restare nascosto», «la Parola si trasforma in incontro, ascolto, comunicazione, conversazione», «non si tratta di fare proselitismo», ma «non dobbiamo nemmeno vergognarci del Vangelo oppure credere che parlare di Gesù sia lontano dalla vita e dai problemi concreti». E poi le domande: «come possono le comunità portare il Vangelo a tutti? ci sono esperienze positive in proposito? quali sono gli ambienti in cui portare la «predicazione informale?».

Il progetto dell’arcivescovo è portare le persone a scoprire che il Vangelo non è una parola «lontana, rassegnata», ma presente e viva e da portare a tutti con l’ascolto, con l’esempio e con la vita.

Ma quella ricordata è l’ultima parte della lettera pastorale. Essa è preceduta da cinque lunghi capitoli che hanno come comune denominatore le parole “comunione”, “insieme”, “sinodalità”. Essi recuperano il cammino fatto durante l’anno del congresso eucaristico 2016-17. Ne forniamo una breve sintesi.

1. Un cammino sinodale dentro la città degli uomini

Scrive l’arcivescovo che «la conoscenza ha bisogno di incontro, di ascolto, di ricerca, di pratica della prossimità». Ecco perché, da quando è giunto a Bologna, ha voluto prendere contatto con le diverse realtà della diocesi. La conoscenza – scrive – è il modo più efficace per dar vita al «santo e creativo legame della fraternità».

La Chiesa deve percorrere il cammino della sinodalità, che è, insieme, «fine e metodo», «è un esercizio pratico di comunione». Se questo è vero, «è contro la sinodalità anche un’idea del prete con un ruolo a responsabilità individuale totalizzante, una specie di “protagonista” solitario esecutore di pratiche pastorali», mentre la comunità è relegata ad un ruolo passivo o meramente collaborativo.

La sinodalità è «esperienza nuova e originale», «è l’arte di camminare insieme pastori e laici», è «buona prassi della Chiesa».

La Chiesa deve vivere dentro la città degli uomini. «La città degli uomini diventa il luogo privilegiato dell’incontro con la verità tramite la carità». Ma anche la città ha bisogno di interrogarsi sull’identità della propria anima, onorando due principi: l’humanitas, con particolare attenzione agli indigenti, e la dignitas, cioè la consapevolezza della propria storia.

Chiesa e città «sono realtà distinte ma non separate, sono compagni di viaggio», «c’è come una reciproca appartenenza tra Chiesa e città», «la Chiesa non può e non vuole pensarsi separata dalla città degli uomini».

2. La Chiesa è comunione

In questa affermazione – scrive mons. Zuppi – «potremmo sintetizzare l’intero insegnamento conciliare sulla Chiesa». La comunione «è la sfida più grande che dobbiamo affrontare». Essa va coltivata assiduamente per non sfiorire, invecchiare, sclerotizzarsi, rifugge dal protagonismo individuale, chiede attenzione verso tutti.

È la comunione che dà valore e significato a tutti i ministeri presenti nella Chiesa.

Gli organismi di partecipazioni denunciano un certo logorio. Essi devono essere il luogo in cui si vive e si realizza una «comune responsabilità».

3. L’eucaristia fa la Chiesa

In questo capitolo l’arcivescovo di Bologna richiama alcuni aspetti inerenti al rito. «Il rito – scrive – è a servizio di un incontro con il Signore e non può essere ridotto a ritualismo, che finisce per non comunicare più, per essere sterile e spento».

Quanto all’omelia, si chiede che sia «più semplice e comprensibile», mentre la preghiera dei fedeli dovrebbe essere «meno stereotipata e più coinvolgente».

Mons. Zuppi chiede inoltre che si riveda il numero e gli orari delle messe, che si preveda una messa domenicale all’anno per tutto il vicariato, che sia curato il canto, che siano ben preparate alcune celebrazioni particolari, come i funerali.

Chiede poi che ogni parrocchia celebri con la dovuta attenzione la Giornata mondiale dei poveri, coinvolgendo i poveri conosciuti dalle comunità. «Vorrei che nelle parrocchie si continuasse l’esperienza della lectio pauperum. Cerchiamo di “leggere” quella parola di Dio che è il povero stesso e la sua vita concreta».

4. La Chiesa è comunità missionaria

«Un terzo dei nostri presbiteri hanno più di settantacinque anni». Questa è costatazione da cui parte l’arcivescovo di Bologna per parlare della Chiesa locale e dei suoi problemi: «alcuni preti hanno sette parrocchie», «qualche comunità si sente abbandonata». «la struttura ecclesiale attuale appare non sufficiente a rispondere alle nuove domande».

La riposta non può essere il panico o lo scoraggiamento, bensì il proposito di vivere questa situazione «come un’opportunità»: «Non possiamo rifugiarci in una minoranza chiusa e spaventata». Anzi, «ogni comunità, anche la più piccola, ha molto da dare perché molto ha avuto». Ogni battezzato può annunciare Gesù, nella consapevolezza che «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio».

Ma qui si tocca un nervo scoperto: «La Chiesa è ancora troppo clericale», «il clero porta pesi oggettivamente difficili», «qualche volta i preti si caricano di pesi che possono portare altri». La via d’uscita c’è, ma «dobbiamo perdere la diffidenza verso l’autentica responsabilità dei laici, né ridurla alla consulenza su questioni materiali o mondane».

È innegabile che occorra una «rivisitazione missionaria della Chiesa di Bologna». Non è più tempo di aspettare o di rimandare. Bisognerà mettere mano, in uno spirito di comunione, all’attuale assetto pastorale: «Dobbiamo pensare a zone pastorali, nelle quali una chiesa Collegiata o Pieve o altro nome, coordini più parrocchie e realtà ecclesiali, senza perdere, anche nella denominazione, il senso della comunione e della maternità della Chiesa».

E ciò su tutto il territorio diocesano. Anche le parrocchie più piccole sono invitate a unire le forze per alcuni ambiti specifici. E, se la linea è che le parrocchie continuino ad esistere, esse dovranno sempre più «pensarsi assieme».

Una novità prevista per la diocesi petroniana è la creazione, nelle zone pastorali, di alcune specifiche diaconie «per ambiti non territoriali», riguardanti i giovani, la sanità, il turismo, la cultura, il lavoro e l’università.

Non è escluso che questa impostazione pastorale suggerisca la creazione di «nuovi ministeri».

5. La Chiesa e la città

La Chiesa è chiamata ad agire dove vive la città degli uomini. Chi ha occhi per vedere si accorge delle tante urgenze, prima di tutto la presenza di tanti poveri. Di fronte a necessità così ampie è facile lasciarsi prendere dallo sgomento. La parola dell’arcivescovo è rassicurante: «Quello che conta è partire da come siamo e dal poco che abbiamo». Il recinto più pericoloso è un sistema di vita «autoreferenziale». La gente bisogna incontrarla, andarla a «conoscere personalmente, perché solo così si comprendono per davvero le situazioni».

La città degli uomini bisogna guardarla con occhi nuovi, perché essa «è cambiata negli ultimi anni con grande rapidità. Nuove presenze, nuove situazioni, nuovi modi di vivere la fede, nuovi poveri, giovani diversi». È una sfida aperta quella proposta da mons. Zuppi: «trasformare il deserto della solitudine, delle paure, in una foresta di relazioni».

È decisamente sovrabbondante il cumulo di sollecitazioni presenti nelle parole dell’arcivescovo Zuppi. Ma alcuni semi gettati, se cordialmente accolti e coltivati dai preti e dalle comunità cristiane, possono portare frutti preziosi.

Fermarsi a contemplare o a rimpiangere un glorioso passato o a piangere sulla complessità del presente è la peggiore premessa per non aprirsi al futuro: «Non aiuta un atteggiamento sempre critico e alla fine mai contento di niente». Bisogna credere e vivere la comunione, perché «cosa sarebbe la Chiesa senza comunione?».

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