Aborto: in Italia troppi medici obiettori?

di: Fabrizio Mastrofini
Legge 194

Secondo il Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa in Italia vi sono «notevoli difficoltà» nell’accesso ai servizi IVG

Le donne in Italia continuano a incontrare «notevoli difficoltà» nell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza, nonostante quanto previsto dalla legge 194, e così viene violato il loro diritto alla salute. Inoltre, i medici non obiettori vengono discriminati.

Lo ha affermato il Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa, nella decisione di lunedì 11 aprile in merito al ricorso presentato dalla Cgil contro l’applicazione della legge 194. Il Ministero della salute contesta il pronunciamento, affermando che si basa su «dati vecchi», mentre le associazioni cattoliche e fonti della Santa Sede nelle istituzioni europee fanno notare che una parte consistente del pronunciamento si basa su presupposti di natura ideologica e non su prove circostanziate.

A rendere problematico l’accesso all’aborto – secondo Strasburgo – c’è la diminuzione sul territorio nazionale del numero di strutture dove si può abortire e la mancata sostituzione del personale medico che garantisca il servizio quando un operatore è malato, in vacanza o va in pensione.

Il ricorso della Cgil è stato presentato secondo la procedura dei “reclami collettivi” (alla quale non tutti gli stati del Consiglio hanno aderito). La decisione è, in realtà, una sorta di sentenza, molto articolata, che si può consultare qui. Il centro delle argomentazioni si trova nei paragrafi 172-193.

C’è da dire, inoltre, che, nel corso della complessa procedura di valutazione avviata nel 2013, sono state riportate anche le posizioni di diverse associazioni e movimenti per la vita che fanno riferimento al mondo cattolico, e le posizioni dei movimenti pro-aborto e per la scelta del mondo laico.

Secondo il Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, «la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera». Inoltre, il governo «non ha fornito virtualmente nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato e non ha dimostrato che la discriminazione non sia diffusa».

Diversa è la situazione secondo il Ministero della salute. La relazione ministeriale sull’applicazione della legge 194, presentata al Parlamento il 2 novembre 2015, è disponibile qui.

Secondo l’analisi delle istituzioni cattoliche nel Consiglio d’Europa, il Ministero della salute ha mostrato, dati alla mano, come, regione per regione, l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza sia garantito ovunque in Italia.

Si sorvola, invece, su un dato importante, come l’aumento progressivo di interruzioni di gravidanza effettuate da donne straniere: nel 2013 è stato il 34% del totale, secondo la relazione al Parlamento. Ciò significa che una delle principali cause del ricorso all’aborto è la povertà, che dovrebbe essere combattuta proprio attraverso l’affermazione dei diritti sociali. E invece Strasburgo tace in proposito.

Quanto alla discriminazione verso i medici non obiettori, il Comitato ha aderito al punto di vista della Cgil, come riportato nei paragrafi 215-223, attraverso affermazioni di natura generale, non circostanziate, difficili da smentire e difficili da verificare.

Commentando la decisione, il mondo cattolico rileva che c’è almeno un elemento positivo. Da Strasburgo, con questa decisione, non si contesta il diritto all’obiezione di coscienza sancito dalla legge 194 (non era nei poteri del Comitato, in ogni caso) e ci si limita a censurare il governo italiano perché non avrebbe attuato misure a sostegno dell’interruzione di gravidanza.

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2 Commenti

  1. RobertoDelpopolo 3 febbraio 2018
  2. Patrizia Pane 2 marzo 2017

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