Australia, verso uno stato di polizia?

di: Binoy Kampmark

processi segreti in austrlia

Non si sa molto di Alan Johns, se non che era un ex memebro dei servizi segreti militari. Sia il suo crimine che il suo sottofondo rimangono ammantati di segreto. Infatti, il fatto stesso della sua condanna e della sua esistenza sarebbero rimasti segreti se non fosse stato per le procedure legali legate alla stesura delle sue memorie scritte mentre era in prigione.

Presso la Corte Suprema dell’Australian Capital Territory (ACT), il giudice Burnes ha presieduto un caso riguardante la revisione di una decisione presa dal direttore generale dalla Direzione per la giustizia e la sicurezza comunitaria dell’ACT. L’Alexander Macconochie Centre aveva informato la polizia federale australiana dell’esistenza del manoscritto di memorie, di cui una copia era stata spedita al fratello dell’incarcerato. Si è detto che l’Australian Medical Council (AMC) abbia «preso delle misure amministrative contro di lui, negandogli i privilegi previ senza dare ulteriori informazioni».

È ironico il fatto che il processo di scrittura, da cui è nato il manoscritto di memorie, fosse considerato come un passo riparativo da parte di Jones in quanto parte di un Piano per il recupero della sanità mentale che implica la stesura di tre manoscritti nell’arco di sei mesi. Ma dopo essere stati informati dell’esistenza delle memorie, la cella di Johns e la casa di suo fratello sono state perquisite dalla polizia federale australiana. Le comunicazioni via email e telefono sono state immediatamente interrotte.

Sfortunatamente per Johns non è stato possibile alcun aiuto: non essendo più un prigioniero all’AMC e non avendo mostrato «che le dichiarazioni erano dirette verso controversie legali protette o messe in vigore dalle corti di giustizia. Per quanto riguarda i fatti di questo processo, nessuno dei diritti del querelante sono stati lesi».

Tutto l’affare ha colto di sorpresa lo scrittore che lo ha assistito nella stesura delle memorie, Robert Macklin di Canberra: «Non pensavo che avessimo processi segreti in Australia. E il fatto che li abbiamo mi preoccupa». Si tratta di un sentire condiviso dall’ex primo ministro dell’ACT John Stanhope: «Semplicemente pensavo che si trattasse di qualcosa di non credibile». Gli atti del processo si sono svolti «in una tale segretezza che neanche i media erano a conoscenza del fatto che si stesse tenendo questo processo e che un cittadino australiano fosse stato condannato alla carcerazione».

La tensione tra la rivelazione di un caso e l’occultamento sia della questione in esame sia del suo contenuto sono aspetti specifici del sistema legale anglo-australiano. Alla cui base sta l’idea di una giustizia aperta, concetto spiegato dalla Corte suprema australiana come «il fondamento logico (…) del fatto che le procedure giudiziarie dovrebbero essere soggette a una verifica pubblica e professionale, e che nessun tribunale agirà in maniera contraria a questo principio salvo in casi eccezionali».

A una verifica più attenta, il sistema legale australiano rivela, attualmente, una considerabile ostilità nei confronti dell’idea di giustizia aperta. «Questo a motivo della priorità solamente relativa che i tribunali e i legislatori hanno attribuito ai principi di giustizia aperta e all’amministrazione della giustizia, come ai diritti in competizione fra loro della libertà di espressione, della privacy e del processo giusto» (Mark Pearson).

La Commissione australiana per le riforme legali fa una lista delle limitazioni alla pratica di giustizia aperta: l’uso di procedure in camera nell’arco dei processi (con esclusione del pubblico e dei media); casi di occultamento delle informazioni riguardanti le parti in tribunale, quando la corte usa pseudonimi per esse, o quando emette delle proibizioni per ciò che concerne la pubblicazione degli atti processuali. Nei casi di procedura penale, il concetto di oltraggio sub judice è ben noto a quei giornalisti che sono caduti sotto l’ingiunzione di non pubblicare nulla di pregiudicante verso l’accusato dal momento dell’arresto o della formalizzazione dell’accusa fino a quando non si sia esaurito il tempo di tutti gli appelli.

Tutto questo ha condotto a diverse inconsistenze e assurdità. Quando il card. Pell è stato condannato a Victoria, un ordine della corte ha proibito di dare informazione pubblica del processo e della condanna in Australia. I media esteri non cadevano sono la medesima stretta obbligazione, così che gli australiani hanno dovuto cercare delle alternative quali fonti di informazione.

Le procedure segrete contro l’ex agente dell’ASIS, Witness K, e l’avvocato di Canberra ed ex procuratore generale dell’ATC Bernard Collarey sono altri esempi di un sistema legale imbevuto di clandestinità. Che questa forma delle procedure coprisse il fatto di atti illegali di spionaggio dell’ASIS verso il governo di Timor Est al fine di avere un vantaggio nella negoziazione sui confini, petrolio e gas, non ha impressionato più di tanto la pubblica accusa. I servizi segreti nazionali hanno proceduto a perquisire l’abitazione di Collarey mentre quest’ultimo si trovava all’Aja per assistere diplomatici di Timor Est.

Quando il caso arrivò al processo, un ricercatore presso la Facoltà di legge dell’ANU era perplesso: «Il caso Collarey e Witness K non appare nella lista dei processi della corte».

Il caso Johns porta l’intera questione a un altro livello. L’assenza totale di informazione pubblica a suo riguardo potrebbe essere interpretata come una cattiva amministrazione della giustizia. Esso infatti ruota intorno a un voluto impegno per prevenire la conoscenza dell’esistenza del processo stesso, della sentenza e delle conseguenze. Il segreto ha il suo giusto posto, ma viene usato nel sistema giudiziario in un modo che ricorda troppo quello di uno stato di polizia. La vera domanda è quanti altri casi di questo genere rimangono occulti e ignoti.

Nostra traduzione dall’inglese dell’articolo pubblicato sulla rivista dei gesuiti australiana Eureka Street.

 

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