Crimini sessuali in Congo

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Oggi giustamente si pone l’attenzione sui diritti delle donne in Afghanistan, ma essere donne non è mai stato facile in tutto il mondo. I loro diritti sono ancora oggi in pericolo e le violenze psicologiche e sessuali che subiscono sono una realtà drammatica troppo spesso ignorata.

Ci sono poi posti nel mondo in cui la situazione è ancora più grave e dove è meglio non nascere donne. Uno di questi posti è la Repubblica democratica del Congo (RdC).

Infatti, le province orientali della RdC da oltre vent’anni sono funestate da gruppi armati che saccheggiano le ricchezze del territorio e aggrediscono la popolazione civile. Le donne sono le vittime per eccellenza.

Nelle foreste del Nord e del Sud Kivu i casi di violenza sono sistematici. La Missione delle Nazioni Unite presente nell’area ha accertato oltre 15.000 stupri in un anno. Stiamo parlando del più alto numero di crimini sessuali registrati al mondo, di cui solo una minima parte viene denunciata: in primo luogo, perché l’impunità dei violentatori è quasi certa. In secondo luogo, per evitare l’isolamento nel proprio villaggio della donna violentata.

Sono storie di irruzione improvvisa nella notte, di violenze a turno a cui vengono sottoposte le donne – che diventano il trofeo di guerra di questi assassini – sotto gli occhi impotenti dei mariti e atterriti dei figli. Sono storie di abbandono delle donne violentate, considerate impure dagli stessi parenti perché infettate dal “seme infame”. Sono storie di bambine e di ragazze che perdono troppo presto la verginità e, alcune di loro, anche la possibilità di diventare madri.

Le tragiche storie di violenza sessuale non si fermano neppure davanti alle bambine molto piccole. A Kavumu, una trentina di chilometri a nord di Bukavu, dal 2013 al 2016, quasi cinquanta bambine tra i 2 e gli 11 anni sono state rapite di notte dalle loro case, condotte in foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati.

Alcune ragazze sono obbligate a imbracciare un fucile, imparare a sparare e a combattere una guerra che non è la loro.

A volte, a commettere le atrocità non sono solo banditi o ribelli ma anche chi dovrebbe proteggerle. Le violenze vengono cioè perpetrate anche da parenti, amici di famiglia, sedicenti pastori cristiani, uomini dell’ordine pubblico, soldati dell’esercito nazionale.

Per fortuna per alcune di loro si può aprire una nuova strada, una strada di faticosa rinascita. A Bukavu, per esempio, diverse realtà si prendono cura delle vittime di stupro, come La “Cité de la Joie”, sostenuta dalla Fondazione Panzi, che accoglie ogni anno da tutta la RdC 180 donne violentate, fornendo loro una formazione in attività artigianali e corsi di autodifesa.

O il centro “Ek’abana” di suor Natalina Isella, 70 anni, che ospita decine di bimbe di strada o ripudiate dai genitori stessi con l’accusa di stregoneria.

Una goccia di speranza nell’oceano di violenza. Una goccia che, per tante bambine e ragazze violentate nel corpo e nell’anima, ha un significato di salvezza.

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