Il cuore dei diritti umani: la dignità della persona

di: Andrea Lebra

Osservando con attenzione le nostre società contemporanee, si riscontrano numerose contraddizioni che inducono a chiederci se davvero l’eguale dignità di tutti gli esseri umani, solennemente proclamata 70 anni or sono, sia riconosciuta, rispettata, protetta e promossa in ogni circostanza. Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo. Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati. (Papa Francesco, dal messaggio del 10 dicembre 2018 ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni” – Roma, 10-11 dicembre 2018)

Investigando l’origine e l’elaborazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (il 10 dicembre 2018 ne è ricorso il 70° anniversario), colpisce la chiarezza di pensiero che guidò i lavori di Charles Habib Malik, relatore della Magna Charta presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948.

Malik, cristiano libanese di confessione greco-ortodossa, filosofo, seguì dal principio sino alla fine l’intero iter di preparazione del documento: prima come estensore e successivamente come relatore del primo progetto, e dopo come presidente del Comitato per gli Affari sociali.

Cosciente dei molti problemi di ordine politico e culturale che implicava l’elaborazione di una “Carta di diritti umani” che potessero essere universalmente accettati come inviolabili e inalienabili, Malik prospettò sin dal principio ai suoi colleghi della Commissione (formata da rappresentanti dell’Australia, del Cile, della Cina, della Francia, del Libano, dell’URSS, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America) una questione previa e pregiudiziale.

Quando si tratta di «diritti umani», disse loro, si pone un interrogativo fondamentale: «che cos’è l’uomo?».

La “dignità umana”

La Commissione era costituita da un gruppo di personalità eccezionali che, pur appartenendo a culture diverse, erano convinte di poter arrivare a condividere un documento unitario: i più erano giuristi e alcuni filosofi.

Presidente della Commissione venne eletta una donna, Eleanor Roosevelt, moglie del defunto presidente degli Stati Uniti d’America, il cui prestigio e la cui duttilità contribuirono fortemente alla riuscita dei lavori.

Vicepresidente venne eletto Peng-chun Chang, filosofo, capo della delegazione cinese all’ONU, abile negoziatore, attento a incorporare nella Dichiarazione principi e valori delle civiltà asiatiche.

Fu proprio Chang, prontamente sostenuto da Malik, a proporre di anteporre alla Dichiarazione un Preambolo centrato sulla dignità umana.

Fu dall’attenta considerazione storica, filosofica, sociologica ed etica della natura della persona umana e della dignità che le è propria che scaturirono e furono tecnicamente formulati i diritti fondamentali della Dichiarazione universale, una delle più alte espressioni della coscienza e della cultura giuridica  del nostro tempo, «il primo documento di ordine etico che l’umanità organizzata abbia mai adottato» (così la qualificò nel 1968 il giurista francese René Cassin che, nell’estate del 1948, provvide a redigere la Dichiarazione nella versione definitivamente approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite a dicembre dello stesso anno).

La Dichiarazione  fu, pertanto, il risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la sua dignità essenziale per il mondo della cultura, della religione, della scienza, del diritto e della politica.

Nel Preambolo della Dichiarazione si legge che «il riconoscimento della dignità personale e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana costituiscono il fondamento della libertà e della pace nel mondo».

Sempre il Preambolo ricorda che «i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna».

La dignità ha poi un rilievo centrale nell’art. 1, secondo cui  «tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e nei diritti».

Questi richiami formalizzano un legame necessario tra diritti e dignità. La dignità ha valore fondante rispetto ai diritti. La tutela dei diritti, a sua volta, mira alla promozione e alla realizzazione della dignità.

Lungi dal considerare il concetto di “dignità umana” astratto, variabile e ambiguo,  i “padri” della Dichiarazione hanno dimostrato di voler superare la strumentale obiezione secondo la quale un tale sintagma avrebbe avuto di per sé un altissimo livello di indeterminatezza, tanto da correre il rischio di essere ridotto a una formula vuota.

Essi hanno convenuto, invece, nel ritenere che la dignità umana, da un lato, trascende qualsiasi differenza e riunisce tutti gli esseri umani in una sola famiglia, dall’altro, risulta menomata quando la persona viene degradata a oggetto, a mero strumento, a entità sostituibile, nella consapevolezza dell’importanza dell’imperativo categorico di kantiana memoria: «agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altra, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo».

Dignità intesa come criterio normativo capace di definire, anche in contesti culturali diversi, ciò che a nessun essere umano dev’essere fatto e ciò che per ogni essere umano dev’essere fatto.

Democrazia e dignità

Quando si parla della dignità della persona come valore supremo e universale e si considera ciò che avviene nel mondo contemporaneo, torna alla mente il famoso incipit del Contratto sociale di J.J. Rousseau («L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene») e si è tentati di adattarlo al nostro tema, dicendo: «La dignità umana è, per natura, inviolabile e inalienabile, ma ovunque è calpestata».

Eppure dobbiamo essere grati alle personalità che, 70 anni fa, scrissero la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il riferimento alla dignità umana, assente nelle dichiarazioni dei diritti classiche, è ormai diventato il fulcro degli ordinamenti costituzionali odierni, assumendo un ruolo di primo piano anche nell’assetto delle relazioni internazionali.

La dignità possiede  un plusvalore che sorregge il grande edificio del costituzionalismo contemporaneo. Conseguenza non solo logica ma anche giuridica di una simile affermazione è  che la dignità umana, in quanto presupposto assiologico dei diritti fondamentali, prende il posto della stessa sovranità popolare, nel senso che lo stesso popolo sovrano non possiede il potere giuridicamente fondato di intaccare la dignità della persona.

Un’affermazione di importanza straordinaria che lega indissolubilmente il concetto di “democrazia” al valore della “dignità” e che pone quest’ultimo a fondamento dell’ordine politico.

La dignità umana è una caratteristica intrinseca e una prerogativa di ogni essere umano: va riconosciuta, ma anche tutelata. Alla dignità ricevuta in dono va associata la dignità conquistata per mezzo della libera e responsabile cooperazione dei singoli come delle comunità e delle istituzioni.

Il 10 dicembre 1948, a Parigi (Palais di Chaillot), Eleanor Roosevelt, presidente della Commissione incaricata di redigere la Dichiarazione, in sede di presentazione all’Assemblea generale dell’ONU della Dichiarazione universale dei diritti umani, affermava: «Dove, dopo tutto, hanno inizio i Diritti Umani? Nei luoghi più piccoli, vicino a casa, così piccoli e vicini da non essere menzionati neppure sulle carte geografiche. Tuttavia questi luoghi rappresentano il mondo del singolo individuo; il quartiere in cui vive, la scuola o l’università che frequenta; la fabbrica, la fattoria o l’ufficio dove lavora. Questi sono i luoghi dove ogni uomo, donna e bambino cerca eguale giustizia, eguale opportunità, eguale dignità senza discriminazione. Qualora questi diritti abbiano poco valore in quei luoghi, essi ne avranno poco anche altrove».

Il modo più efficace per celebrare il 70° anniversario della Dichiarazione universale consiste nell’impegnarci  tutti ad accogliere l’invito di Eleanor Roosevelt,  difendendo e promuovendo la dignità di ogni essere umano. Tutti, ovunque ci troviamo, nella nostra città, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie, nei posti di lavoro, nei partiti, nelle associazioni, nelle aggregazioni di qualsiasi genere, nelle Chiese.

Contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana costituisce un compito essenziale, anzi, in un certo senso, il compito centrale e unificante del servizio che istituzioni e singoli cittadini sono chiamati a rendere alla famiglia umana.

Dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della giornata mondiale dei diritti umani del 10 dicembre 2018

«Il 10 dicembre di 70 anni fa, all’indomani degli orrori del secondo conflitto mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Una scelta irrevocabile di civiltà per il genere umano, punto di riferimento per l’intera comunità internazionale.

Il riconoscimento a livello globale che tutti gli esseri umani nascono liberi e godono di inalienabili e uguali diritti rappresenta oggi un principio che precede gli stessi ordinamenti statali.

Il rispetto della dignità della persona non è, infatti, dovere esclusivo degli Stati, bensì un obbligo che interpella la coscienza di ciascuno. Tutti sono chiamati a darne quotidiana e concreta testimonianza.

Purtroppo, sono ancora diffusi in tutto il mondo gli abusi, le violenze e le discriminazioni che affliggono individui e intere comunità, spesso colpendo i più vulnerabili. È quindi necessario che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi in tutte le direzioni per promuovere un’efficace protezione delle libertà fondamentali, nel rispetto dei principi di universalità, indivisibilità e interdipendenza dei diritti umani.

L’Italia continuerà a impegnarsi a tale riguardo, soprattutto nelle sue funzioni di membro, a partire da gennaio 2019, del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Con questo mandato assumiamo una grande responsabilità: la promozione dei diritti umani nel mondo costituisce non solo un imperativo etico e morale, ma è uno strumento necessario per prevenire i conflitti, costruire società stabili e inclusive e, quindi, promuovere in modo sostenibile la pace, la sicurezza e lo sviluppo».

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