Omotransfobia: istanza e modulazioni

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SettimanaNews ha dedicato al disegno di legge Zan (Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità) e al dibattito a seguito della nota verbale della Santa Sede una mezza dozzina di articoli.

Con le firme di L. Eusebi, F. Monaco, M. Neri e F. Mandreoli è stato affrontato l’impianto giuridico, la cultura mediale, le vite reali, il legame con il Concordato e lo sfondo teologico. Si possono aggiungere alcune indicazioni sui livelli del dibattito originato dall’intervento della Segreteria di Stato e sui rimandi di fondo della discussione pubblica che si sta, per ora, spegnendo.

Il fatto. Il 17 giugno viene consegnata al governo italiano una nota verbale in riferimento al ddl Zan in cui si indicano alcuni elementi che potrebbero confliggere con il Concordato, in particolare con l’artico 2 (comma 1 e 3) che riguardano la libertà di organizzazione e di culto e la libertà di opinione e manifestazione. A conferma, la pretesa che gli istituti scolastici ecclesiali si uniformino nella celebrazione della giornata contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia.

Una nota che doveva rimanere riservata gonfia il dibattito politico smuovendo i fondigli più improbabili come il richiamo al pagamento delle tasse da parte della Chiesa, l’azzeramento della modesta sovvenzione alle scuole cattoliche e l’intromissione della Chiesa nella libertà parlamentare.

Santa Sede. La nota verbale è dal punto di vista diplomatico ineccepibile e le autorità ecclesiali (dal card. P. Parolin al card. G.B. Re) si sono spesi per chiarire, in conformità alla Conferenza episcopale italiana, che non si trattava di un’opposizione alla legge e alle sue istanze contro le discriminazioni, ma solo ad alcune delle sue modulazioni.

La Santa Sede non poteva richiamarsi alla Costituzione né era viabile un riferimento alla Corte europea dei diritti umani. La sua preoccupazione, sulla spinta di molti vescovi italiani desiderosi di un profilo più aggressivo rispetto alla presidenza CEI, era quella di impedire che si radicasse anche in Italia la perdita di peso delle istanze legate alla coscienza e all’identità religiosa rispetto a quelle sessualmente motivate. E cioè una possibile criminalizzazione di espressioni pubbliche dell’insegnamento cattolico su sessualità e matrimonio.

Il dibattito interno alla diplomazia vaticana aveva ipotizzato anche altre strade come, ad esempio, una lettera diretta del segretario di Stato al presidente del consiglio. Essendo la prima nella storia recente, la nota verbale ha assunto un rilievo maggiore della sua forma ed è stata giudicata inopportuna da alcuni, offensiva da altri e contraddittoria da quanti si attendono un’accelerazione dell’approvazione della legge.

La politica. Le reazioni dei partiti e dei loro esponenti si sono dislocate non in ragione del confronto maggioranza e opposizione, ma sul crinale fra destra e sinistra. I proponenti hanno aspramente criticato la nota vaticana, ma si sono divisi sull’opportunità o meno di riaprire un dialogo. Hanno ottenuto la calendarizzazione del voto assembleare (6 luglio) in vista di una discussione il 13, convinti di una possibile approvazione prima della pausa estiva. Invocano una «legge di civiltà».

Sul versante della destra, impegnata a sostenere un disegno di legge alternativo e a bloccare i lavori in commissione al Senato, si è sottolineata l’opportunità di una sospensione per dare un tempo ulteriore al confronto. Sono riemerse le voci che, da tempo, richiamano ad una scarsa precisione terminologica della formulazione attuale che si presta ad una possibile declinazione fantasiosa da parte dei giudici.

Il disegno di legge prevede all’articolo 4 un esplicito richiamo alla libertà di opinione e propaganda, accomunando religione e sessualità come istanze da proteggere, senza però chiarire il bilanciamento e lo spazio riservato alla prima nel caso di conflitti.

Il governo. Non è direttamente interessato, ma il clamore dell’operazione ha fatto scattare il suo coinvolgimento. Rispondendo agli interrogativi dell’aula, Mario Draghi ha chiarito i confini fra Italia e Vaticano, da un lato, e quelli della responsabilità in ordine alla legge (del Parlamento e non del governo), dall’altro.

«Senza voler entrare nel merito della questione, rispetto agli ultimi sviluppi, voglio dire che il nostro è uno stato laico, non è uno stato confessionale. Quindi il parlamento è libero di discutere». «Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali tra cui il Concordato con la Chiesa. Il governo non entra nel merito della discussione. Questo è il momento del Parlamento». La correttezza delle posizioni di Draghi è stata riconosciuta dall’aula e anche dal card. Parolin.

Conferenza episcopale. Diverse voci, cattoliche e non, hanno sollevato la questione di una diretta competenza della CEI in merito. È noto che fra i vescovi ci sono diverse e opposte convinzioni. Non tutti hanno condiviso la posizione rispettosa e la differenza non oppositiva espressa a giugno 2020 e ripetuta nell’aprile di quest’anno. Diversa dall’intervento a gamba tesa durante il primo confinamento a proposito della modalità delle celebrazioni nella pandemia.

Il 28 aprile scorso i vescovi così si esprimevano: «In questi mesi sono affiorati diversi dubbi sul testo del ddl Zan in materia di violenza e discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, condivisi da persone di diversi orizzonti politici e culturali. È necessario che un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative».

Combattere la discriminazione è condivisibile ed è un compito di tutti, ma senza mettere in questione la realtà della differenza fra uomo e donna. Manca ancora un modello riconosciuto che superi l’orizzonte dei cosiddetti “principi non negoziabili”.

Unione Europea. Nella posizione della Santa Sede la preoccupazione per la dimensione internazionale non è espressa, ma è una premessa necessaria all’operazione. Nella riunione del Consiglio europeo del 24-25 giugno è entrata di prepotenza la discussione sulle nuove leggi restrittive dell’Ungheria in merito all’omosessualità. I ragazzi e i giovani devono essere preservati da ogni incoraggiamento alla modifica o al cambiamento della propria sessualità biologica e restare al riparo rispetto all’omosessualità proposta dall’ideologia del gender.

In una intervista a Glas Koncila (mensile cattolico croato), V. Orban ha detto: «Il mondo che ci circonda è ostile a tutti noi, sia a voi cattolici che a noi calvinisti. Oggi è in corso una lotta culturale, di civiltà; proprio qui si decide nella lotta per l’anima e il futuro dell’Europa».

È nota la profonda differenza di sensibilità fra papa Francesco e Orban, ma i media hanno rapidamente sovrapposto la pretesa svolta conservatrice del papa con le posizioni ungheresi e similari. Perdendo in tal modo il senso della positiva interlocuzione sull’umanità comune e i suoi fondamenti a vantaggio di un pregiudizio verso la Chiesa che esime da una riflessione all’altezza del mutamento antropologico in atto e confondendo il richiamo di Draghi alla firma (assieme ad altri 16 paesi) di una lettera di richiesta di spiegazioni a Orban con una posizione anticlericale.

Varie ed eventuali. I rimandi culturali della vicenda brevemente ricostruita non sono di poco conto e meriterebbero di essere ripresi da tutti.

Anzitutto il senso della laicità oggi. Preziosissima, da un lato, e scarsamente inclusiva, dall’altro. Nella sua declinazione bruxellese è avvertita come impositiva e irrispettosa delle culture condivise nei paesi dell’Europa orientale, incapace di rinnovare i valori da cui è storicamente scaturita.

In secondo luogo l’assenza per l’Italia di una legge sulla libertà religiosa e l’afflosciarsi dei lavori delle Commissioni sulle Intese e della Commissione consultiva per la libertà religiosa. In generale il venir meno di un’interlocuzione reciproca fra teologia e scienze umanistiche (con responsabilità equamente diffusa).

Sul versante ecclesiale le domande riguardano la teologia soggiacente alle posizioni espresse dalla diplomazia pontificia e, più in generale, la scarsa visibilità dell’annuncio evangelico.

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Un commento

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 2 luglio 2021

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