Regolarizzare gli immigrati

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regolarizzare immigrati

In tempi di crisi da Coronavirus, si stanno manifestando istanze e proposte in merito alla regolarizzazione degli immigrati stranieri già presenti nel territorio nazionale – privi di permesso di soggiorno – per rispondere al fabbisogno urgente di manodopera in attività di raccolta di frutta e di verdura.

Con una certa soddisfazione apprendiamo dagli organi di stampa che il ministro dell’Interno Lamorgese ha confermato la possibilità di una regolarizzazione mirata al comparto agricolo, ma senza escludere possibili successive estensioni ad altre categorie di lavoro per lo più rivolte – e da molto tempo – all’impiego di lavoratori immigrati. Per diretta osservazione, a noi viene in primo luogo da pensare alle necessità di assistenza delle persone anziane non autosufficienti nelle loro case.

Un apporto indispensabile al paese

La nuova e imprevista situazione mette infatti in maggiore evidenza ciò che doveva essere già noto e considerato con obiettività dalla politica in Italia: ossia l’apporto indispensabile del lavoro e della capacità di fare comunità delle persone immigrate nel nostro paese.

La politica è ora chiamata a considerare attentamente come potremmo reggere all’attuale emergenza se non avessimo tra noi tante persone straniere in ruoli sociali fondamentali, così come a pensare rapidamente di quale nuovo e regolare apporto abbisogni oggi il paese, non solo per superare l’emergenza sanitaria ma pure per evitare ancor più pesanti conseguenze di lunghissima durata per la nostra economia e per le nostre comunità.

Il settore agricolo

Per quanto riguarda l’agricoltura, si tratta “semplicemente” di far emergere una realtà di fatto molto estesa di lavoro irregolare. Non è dato stabilire con certezza il numero di persone che potrebbero venire alla luce della regolarità con una tale misura di settore.

È tuttavia facile supporre che si tratti di alcune decine di migliaia di unità. Per parte nostra risulta ovvio pensare ai tanti richiedenti asilo che abbiamo conosciuto nel passaggio dai centri di permanenza temporanea, per essere poi abbandonati dallo stato e da ogni istituzione, senza riconoscimenti e tutele, in particolare dall’avvento dei cosiddetti “decreti sicurezza”.

Nel mentre viene da sé il pensiero e l’auspicio dell’azione immediata su altre realtà di fatto, meno visibili ma non meno rilevanti. Nel lavoro delle Caritas diocesane in Italia ci siamo spesso trovati in relazione con le famiglie che chiedevano di poter di attivare rapporti di lavoro con persone immigrate – già da loro conosciute – per poter offrire adeguata assistenza ai congiunti anziani malati o non autosufficienti.

Uno sguardo organico

Troppo spesso – trattando di candidate al lavoro donne straniere con visto o permesso di soggiorno scaduto anche se presenti in Italia da diversi anni – abbiamo dovuto spiegare che ciò non era e che tuttora non è regolarmente possibile.

Perché dunque non guardare in maniera organica alle esigenze che l’emergenza pone con tutta evidenza – magari con una prospettiva di lungimiranza – all’insieme dei lavori di utilità sociale, sia nell’ambito produttivo privato, sia nei servizi di cura e di assistenza nelle nostre case? Mai come ora ai soggetti fragili viene raccomandato – e persino imposto – di rimanere nelle proprie abitazioni.

Certamente queste argomentazioni si sono prestate per troppo lungo tempo agli usi ideologici e di parte. Questo può ancora di nuovo avvenire: ne siamo ben consapevoli. E tuttavia mai come in questa attualità di crisi sanitaria nelle RSA e nelle Case di riposo dell’intero territorio nazionale si pone, drammaticamente – sotto gli umani sensi e il buon senso di tutti – l’attesa delle famiglie e delle comunità. La politica non può più sottrarsi o rimandare.

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