USA: la Corte e le questioni morali

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diritto e morale

Nelle quattro settimane trascorse tra metà giugno e metà luglio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberato su una serie di casi che hanno importanti risvolti sui diritti civili e sulla libertà religiosa nel paese. Davanti a questa attività quasi frenetica e oracolare della Corte, la redazione della rivista dei gesuiti America è intervenuta con un editoriale che, già nel titolo, coglie con estrema lucidità la vera posta in gioco e il rischio che essa comporta per la democrazia. Ossia, la pratica usuale di ricorrere al giudizio della Corte per risolvere dispute morali tra i cittadini statunitensi che comportano conflittualità di valori e di visione della convivenza democratica.

Per quanto concerne la sentenza che «estende ai dipendenti L.G.B.T.» davanti ai loro datori di lavoro le dovute protezioni antidiscriminatorie e quella che ha fermato l’amministrazione Trump nel suo intento di procedere alla deportazione dei giovani immigrati che ricadono sotto il Dream Act (introdotto per la prima volta nel 2001 e poi riformulato a più riprese), «la Corte Suprema ha raggiunto risultati che sono stati proposti molte volte nel corso delle varie legislazioni, e che in alcuni casi avrebbero potuto raccogliere il supporto della maggioranza del Congresso se si fosse permesso di votare in materia».

Se ci spostiamo sul versante della libertà religiosa il terreno si fa più conflittuale. Una prima sentenza ha sostanzialmente equiparato scuole pubbliche e scuole private gestiti da enti religiosi per ciò che concerne l’accesso a fondi pubblici per le loro attività educative e formative. Secondo la redazione di America, questa sentenza «rinforza la tradizione americana di incoraggiare l’esercizio della religione piuttosto che semplicemente tollerare la credenza religiosa».

Più delicata è la sentenza che preserva la libertà legale di un datore di lavoro religioso nel «definire chi, tra i suoi dipendenti, agisce in funzione “ministeriale”», ossia di diretta rappresentanza dell’ente religioso. Se la decisione della Corte mostra che «lo stato legale della libertà religiosa è meno controverso delle questioni morali che esso implica»; la libertà concessa a enti religiosi nel definire chi tra i suoi dipendenti opera in funzione “ministeriale”, se usata «in maniera ingiusta per licenziare dipendenti L.G.B.T. malati o anziani, non farà però altro che aumentare l’ostilità verso la rivendicazione del diritto di libertà religiosa nel futuro».

Tutte le sentenze di queste quattro settimane rivelano un comune fenomeno preoccupante per lo statuto democratico: quello di essere dovute a una «pressione crescente che porta a usare la Corte per raggiungere mete di carattere legislativo (…). Ricorrere in continuazione alla Corte in casi che rappresentano sostanzialmente dei dilemmi morali è un disastro a cottura lenta per la democrazia. In questi casi, la Corte funziona più come valvola di sicurezza per le disfunzioni legislative che come corpo giudiziario».

Si tratta di uno snodo oramai ricorrente nel rapporto fra potere legislativo e potere giudiziario all’interno del quadro delle democrazie contemporanee, con le Corti costituzionali che, di fatto, operano come istanza inconfutabile di composizione legislativa della conflittualità tra valori morali dei cittadini prendendo il posto dei parlamenti quali ambiti di negoziazione e compromesso legislativo su temi politici che hanno una forte valenza morale.

Esemplare, per ciò che concerne gli Stati Uniti, è la questione dell’aborto. Il primo ricorso alla Corte Suprema (Roe vs. Wade) ha di fatto sottratto la materia al «processo di compromesso legislativo» del Congresso, innescando una più alta conflittualità civile intorno a esso e tagliando fuori il potere legislativo da ogni decisione in materia. Scegliere di ricorrere alla Corte, su casi che hanno una forte valenza morale, significa dunque scegliere di dismettere il potere politico dei cittadini nella scelta dei loro rappresentanti parlamentari, per affidarsi all’alchimia ideologico-politica della composizione della stessa Corte Suprema.

«Un compromesso legislativo non sarà certo in grado di prevenire il fatto che il disaccordo morale tra i cittadini approdi alla Corte Suprema. Ma è una soluzione più definitiva e democratica per questioni in cui valori sinceramente coltivati entrano in tensione tra di loro».

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