I dieci anni di “Educare”

di: Luca Balugani

Cara Settimana,

ho deciso di scriverti prima che si concluda il decennio dedicato dalla Chiesa italiana all’educazione. E ho deciso di farlo mettendo a confronto quanto successo con quello che scrissi all’uscita degli Orientamenti pastorali proprio su questa rivista (cf. Settimana n. 44/2010). Eri ancora cartacea e già questo fa intuire come quel “mondo che cambia”, che aveva caratterizzato il decennio di inizio millennio, sia una descrizione assolutamente calzante.

In dieci anni cambiano molte cose ed è facile distrarsi, perché presi da molteplici emergenze. Ebbene, credo che anche per l’educazione sia capitata la stessa cosa: ce ne siamo distratti rapidamente.

In pochi ricordano che questo era il tema generale proposto dalla CEI; si fatica a citare persino il titolo degli Orientamenti di questo decennio (“Educare alla vita buona del Vangelo”); il convegno di Firenze, rispetto al tema originario, si era spostato sul nuovo umanesimo e poi, da lì, sul nuovo vento portato da papa Francesco. Di fatto, però, l’educazione è sparita dai radar. Fermarsi su questo dato di fatto non vuole essere una denuncia, ma soltanto aprire una domanda: perché è andata così?

Di sicuro, non perché il tema dell’educazione abbia perso di rilevanza, né perché sia finalmente terminata l’emergenza educativa: venivamo dall’alba dello scandalo della pedofilia e la sensazione è che oggi non siamo affatto al tramonto. Anzi, forse siamo chiamati a prepararci ad un nuovo terremoto, se cominceranno a formarsi équipes diocesane dedicate ad abusati ed abusi: ne scaturirà un’aumentata consapevolezza non solo degli abusi sessuali, ma anche di quelli di potere e di coscienza. Non è quindi che sia venuta a mancare la materia.

Il mondo che cambia è sicuramente un’ulteriore possibile spiegazione: basti pensare che nel 2010 c’erano ancora Motorola e Blackberry, mentre iPhone e Samsung Galaxy conoscevano in quegli anni un’alba che li ha portati alla fama attuale.

Quante cose sono cambiate e quante urgenze sono emerse: Amoris laetitia e i cammini di riammissione alla comunione in ambito ecclesiale voluti da un papa arrivato dai confini del mondo, il governo giallo-verde in ambito politico, l’emergenza immigrazione in ambito sociale!…

Dieci anni fa si gridava all’“emergenza educativa” e oggi siamo alle prese con una quantità di emergenze che non possono che spaventare. Il mondo cambia ed è foriero di problematiche sempre più complesse da affrontare. Ma anche questo non basta.

Si potrebbe infine dire che quel documento era male articolato, disorganico nello sviluppo, disincarnato rispetto alle proposte. Sembrava già così al momento in cui venne pubblicato e probabilmente la storia ha confermato la lettura iniziale che diedi dieci anni fa: il documento non incideva e, di fatto, è caduto nell’oblio. Tuttavia, il tema dell’educare avrebbe portata tale da scavalcare anche un documento mal redatto.

La tesi di chi scrive è un’altra ed è legata all’atteggiamento più generale con cui la Chiesa affronta la questione educativa: sull’educazione non vogliamo né critiche né autocritica. Già allora biasimavo il documento per l’impermeabilità alle scienze umane e al dibattito contemporaneo (non c’erano citazioni esterne al magistero se non per piccola parte), ma soprattutto mai vengono riconosciuti i limiti dell’azione educativa della Chiesa stessa.

Gli Orientamenti infatti attribuiscono, usando l’indicativo, caratteristiche alla Chiesa che i giovani non sentono più come tali. Si dice, ad esempio, che la Chiesa è madre e grembo accogliente, è maestra di verità (n. 21); promuove nei suoi figli un’autentica vita spirituale (n. 22). Ma le ricerche sociologiche sul rapporto tra i giovani e la Chiesa dicono che essa non viene sentita così, ragione per cui assorda il silenzio su questa distanza o “divorzio silenzioso”, come Triani l’aveva definito al 4° convegno ecclesiale a Verona.

Se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che, pur continuando ad educare nelle nostre sale parrocchiali, non abbiamo riflettuto su ciò che non funziona nella nostra azione pastorale e pedagogica. In maniera un po’ presuntuosa, riteniamo di saper educare e di non aver bisogno di nessun maestro che ci insegni; anzi, crediamo di esser chiamati noi ad insegnare agli altri come si educa. Continuiamo regolarmente a sperimentare tutta la fallibilità della nostra azione educativa ma, invece di prenderne atto, bypassiamo la questione in maniera sistematica.

La rimozione del tema dell’educazione in questo decennio è il simbolo della rinuncia a farci domande sul perché dei nostri fallimenti educativi: verso i giovani, verso i seminaristi, verso i preti, verso le comunità cristiane, verso la società, verso la politica, verso l’economia ecc.

La colpa non va perciò data al documento o alle nuove emergenze o alla nostra incapacità. C’è qualcosa di molto più drammatico: un’impotenza che viene avvertita e perciò scacciata. La Chiesa ha l’angoscia di diventare irrilevante, di essere un grembo che non sa più generare: così, al vedere le culle vuote e le assemblee sempre più anziane, continua a ripetersi (e con insistenza) di essere madre e maestra. Si rende cieca agli specchi, sorda alle voci esterne ed interne, insensibile agli odori e alle consistenze che la circondano: i sensi si attutiscono e rimane solo la propria voce a riempire il silenzio assordante.

Tra poco entreremo in un nuovo decennio e saremo pronti a cancellare la memoria di quanto accaduto (o meglio di quanto non accaduto) in questi dieci anni.

Forse il frutto migliore sarà quell’incontro che il papa ha in agenda con i presidenti delle conferenze episcopali sul tema degli abusi. Di sicuro darà una scossa, ma basterà?

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