Che prete esce dal seminario?

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Al dibattito sul prete condotto su queste pagine (Che cosa resta del prete? / 1; Che cosa resta del prete? / 2; Che cosa resta del prete? / 3; Crisi del prete. Si può fare diversamente?; La crisi del prete. Accettare “lo scarto”; Il sogno dei vescovi sul prete) si aggiunge questa riflessione sulla formazione proposta nei seminari.

seminario

Luca e Francesco, ordinati preti a Trento (24 giugno 2017)

Domenica 25 giugno, il settimanale diocesano di Vicenza (La Voce dei Berici) e quello di Padova (La Difesa del Popolo) uscivano con un inserto comune dal titolo “Preti: quale formazione?”. Una pluralità di voci rispondeva a questo interrogativo attraverso articoli, testimonianze e interviste.

Si parte da una costatazione. Al 31 dicembre 2014, c’erano in Italia 2.439 seminaristi. Dieci anni prima (2004) erano 3.145. In dieci anni il calo è stato del 12%. Le Chiese del Triveneto contano 284 seminaristi. C’è un allarme preti sul versante numerico, ma c’è anche un profondo ripensamento della formazione che essi ricevono nei seminari per fronteggiare un mondo in rapido mutamento.

Ad aprire i contributi ospitati nell’inserto dei due settimanali un articolo del gesuita Hans Zollner, preside dell’Istituto di psicologia della Gregoriana.

Padre Zollner ricorda che la formazione dei futuri sacerdoti si svolge mentre assistiamo a grandi cambiamenti nella società e nella cultura. Basta guardare a come è oggi la famiglia in Italia («unità sempre più piccole, sempre più spesso non stabili e con relazioni patchwork (variamene assemblate)». E basta pensare alla rivoluzione informatica («anche i seminaristi di oggi sono in maggior parte nativi digitali, cioè sono cresciuti e abituati a essere continuamente connessi con i loro followers o friends nelle varie piattaforme di social network»). Occorrerà educare il seminarista «al silenzio e a stare “connesso” con la realtà divina».

Inoltre, chi entra in seminario è talvolta sguarnito dei fondamentali della pratica religiosa: catechismo, liturgia, Scrittura, storia e tradizioni della Chiesa… Diventa quindi necessaria «una fase preliminare di introduzione ai riti, ai temi fondamentali e alla prassi di una vita cristiana».

Tra gli aspetti positivi che si riscontrano in coloro che entrano in seminario si notano – secondo padre Zollner – una certa sensibilità spirituale, una buona motivazione vocazionale e spesso (dato l’ingresso in seminario in età piuttosto adulta) anche una ricca esperienza umana. Di contro, vi è la tendenza a “una vita spezzettata” (una volta assolti i miei doveri di prete, mi faccio i fatti miei), una non chiara identità sessuale e un’esitazione ad assumere legami duraturi e impegnativi.

Il sacerdozio – conclude padre Zollner – è una vocazione bellissima e, laddove viene vissuta «con autenticità e vicinanza alle persone, è molto stimata e ricercata». Ma «solo se sufficientemente maturi dal punto di vita umano, spirituale e accademico, i seminaristi potranno essere efficaci pastoralmente».

Uomini di Dio e uomini di relazione

L’obiettivo del seminario? «Formare un prete che sia uomo di Dio e uomo di relazioni» Così risponde don Giampaolo Dianin, da otto anni rettore del seminario di Padova e responsabile della commissione per i seminari della Conferenza episcopale triveneta. Vangelo, preghiera e raccoglimento puntano a coltivare il primo aspetto. Vita comunitaria, esperienze pastorali e dialogo educativo hanno di mira il secondo. Per raggiungere questi obiettivi il seminario deve  porre «una realistica attenzione alla maturazione umana», deve fornire la «capacità di discernere dentro i grandi cambiamenti sociali e pastorali» e deve formare «personalità flessibili perché tutto cambia in tempi molto veloci».

La comunità (e la famiglia) non sono più una «risorsa educativa» come lo erano un tempo, i percorsi formativi «sono sempre più personalizzati nei tempi e nei passaggi», i tempi delle scelte definitive «si sono allungati». Ma – secondo don Dianin – non bisogna «fare sconti». Alcuni “punti fermi” vanno tenacemente salvaguardati. E non si tratta solo di «vigilanza forte sul mondo affettivo», bisogna coltivare altre virtù essenziali, come «la docilità e disponibilità, la capacità relazionale e di collaborazione, uno stile di vita evangelico». Bisogna altresì evitare che il seminarista si ripieghi sulle piccole cose della vita, dimenticando i problemi del mondo e le sfide quotidiane.

Alla domanda: che preti forma, oggi, il seminario? don Dianin risponde: «Ci piacerebbe riuscire a formare personalità solide, radicate in Dio e nella disponibilità al dono di sé. Uomini capaci di esser nel mondo senza essere del mondo. Credenti capaci di discernere, di pensare e progettare».

Questo tipo di seminario va cambiato

Anche a don Andrea Peruffo, prete vicentino, laureato in psicologia, consulente pisco-diagnostico del seminario di Vicenza, sono state rivolte alcune domande. All’intervistatore che lo interrogava sulle differenze tra preti giovani e preti anziani, don Andrea nota una comunanza di fondo, «la voglia di mettersi in gioco con le persone, l’entusiasmo a vivere il loro ministero». La differenza sta nel carico di lavoro. Le parrocchie sono ormai organizzate in «unità pastorali sempre più grandi». E questo è fonte di preoccupazione per tanti preti giovani.

Punto nodale rimane la formazione: tra quella ricevuta in seminario e quella (permanente) che deve accompagnare il prete tutta la vita ci deve essere «una relazione molto stretta». «La vita – dichiara don Peruffo – deve essere vissuta in una prospettiva “formativa”, in cui ci si lascia cambiare, trasformare dalla vita stessa».

Quali caratteristiche deve avere oggi un prete per affrontare una realtà in continuo movimento? «Un tempo – risponde don Andrea – si cercavano uomini capaci di reggere la solitudine. Oggi, invece, abbiamo bisogno di persone capaci di sviluppare competenze sociali per processi collaborativi come chiedere aiuto, gestire i conflitti, valorizzare i singoli, lavorare in gruppo…».

Il seminario prepara a queste competenze? La risposta di don Peruffo è secca: «Così com’è, no». L’istituzione seminario si può anche tenere, «ma bisogna cambiare la formazione al ministero».

Dello stesso parere, e con la consueta schiettezza, la teologa Stella Morra: «I preti di oggi sono ancora quelli del modello tridentino a cui tocca gestire la fase postconciliare e postmoderna». Va radicalmente ripensata la figura del prete, perché, «se non si ripensa questa, non si ripensano nemmeno i seminari».

Il prete e i laici

E laici, cosa chiedono oggi ai loro preti? Abbiamo scelto due voci, un uomo e una donna, che rispondano a questo interrogativo.

Interessante quanto dice Marco Tuggia, pedagogista e docente al seminario di Vicenza. A suo parere, il cammino formativo dei nuovi preti dovrebbe includere tre aree.

La prima è che il prete deve imparare a «spostarsi dal centro della scena», perché è fondamentale che egli «impari a costruire assieme agli altri le decisioni da prendere». Il popolo di Dio, infatti, non è sguarnito di esperienze e di saperi. Il prete è chiamato a «facilitare processi di collaborazione e di co-progettazione».

La seconda area su cui Tuggia pone l’accento riguarda «quell’insieme di competenze necessarie per lavorare concretamente in gruppo». Il prete deve «saper stare all’interno di una dimensione condivisa», sia con gli altri presbiteri sia con i laici.

La terza area verte sulla capacità di ascolto delle persone: «Il sacerdote dovrebbe saper essere capace di ascoltare veramente, perché libero dalla preoccupazione di dover dare soluzioni». Ma questo gli richiede una profonda trasformazione, perché «non deve essere più costretto a stare un passo avanti alle persone della sua comunità, ma finalmente al loro fianco».

Dello stesso parere Gina Zordan, vicepresidente del settore adulti di AC di Vicenza: «I sacerdoti dovrebbero essere capaci di dare ascolto alla vita dei laici che sono a diretto contatto con la realtà», colmando così il distacco che a volte si crea tra le nozioni acquisite e la vita reale.

Da quanto abbiamo ascoltato, si deduce che il seminario oggi è un problema serio e che la formazione ivi impartita è un cantiere aperto. Da lì escono i presbiteri che guideranno le comunità cristiane di domani. Aperti alla modernità, ma ancorati ad alcuni, irrinunciabili, “punti fermi”.

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2 Commenti

  1. Carmine 22 dicembre 2017
  2. Stefano Bertoncello 21 agosto 2017

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