I seminari, non Babele ma Pentecoste

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Questo è il secondo dei quattro articoli di don Michele Giulio Masciarelli in vista del Sinodo dei giovani che tratterà anche del “discernimento vocazionale”. Il primo di questi articoli è stato pubblicato il 4 marzo scorso (I seminari, severe palestre educative). L’autore – che attinge alla sua esperienza quarantennale di docente di pedagogia nei licei pedagogici e di teologia in seminario e in facoltà teologiche – intende fornire alcuni suggerimenti riguardanti la formazione seminaristica. In qualità di cultore della pedagogia, ha scritto diversi libri, fra i quali Il grido di Benedetto. Dall’emergenza educativa alla pedagogia del cuore, Tau Editrice, Todi (PG) 2009.

La pastorale affronti con serietà la grave metastasi della crisi giovanile

Il disagio educativo è grave e la sua diagnosi non va né attenuata né truccata. Dieci anni fa il papa Benedetto XVI chiamava, com’era nella sua abituale lucidità ragionativa, a non cambiare causa ed effetto. Scriveva: «Viene spontaneo […] incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una “frattura fra le generazioni”, che certamente esiste e pesa, ma che è l’effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori».[1]

La frattura fra le generazioni (molti anni fa una nota antropologa parlava di «generazioni in conflitto»[2]) è un esito infelice della mancata traditio lampadis, volendo usare il titolo di un libro di Giovanni Amos Comenio del 1657.

Mancano «certezze e valori», affermava papa Benedetto, e non in misura lieve. La nostra epoca ci fa assistere a un crollo spaventoso del patrimonio valoriale: sembra essersi oscurata la coscienza dei valori assoluti e perenni, a favore dello sviluppo di un pericoloso soggettivismo che ormai permea nocivamente ogni plaga dell’esistenza umana: culturale, sociale, politica e perfino etica e religiosa.

Si tratta di una crisi poliedrica, impressionante per vastità e, soprattutto, per profondità. Questa notte valoriale non lascia tranquilli né individui, né società, né gruppi, né istituzioni. Ma come uscirne? È presto detto: per la via educationis.

Ci troviamo dinanzi a guasti epocali, a crisi culturali di vasto raggio, che sono fronteggiabili solo con scelte coraggiose. «In realtà, – scriveva papa Ratzinger – sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita».[3]

Nei seminari serve un’interiorizzazione educativa

La pietà eucaristica non finisce con la messa: essa si nutre di adorazione, di esercizio contemplativo e di silenzio prolungato dinanzi al Santissimo. Questo tipo di esperienza eucaristica, che si svolge nel tempo e ha bisogno di molto sforzo ascetico e orante, è stato sempre, nella storia della pietà, un tirocinio di formazione spirituale, che ha riguardato anzitutto il singolo. Ma c’è dell’altro: questa esperienza di solitudine qualificata ispira il cristiano a sviluppare, anche nel processo educativo, processi d’interiorizzazione. Sempre, ma specialmente quando ci sono in campo i valori, il motore del pro­cesso educativo è dentro l’educando.

L’educatore non può pretendere di tra­scinarlo come fa una locomoti­va con le poche o molte unità dei suoi vagoni. Educare non è rimorchiare qual­cuno verso mete che si scelgono a sua in­saputa. è invece l’accendere dal di fuo­ri un fuoco dentro la sua vita.

D’altra parte, qualsiasi tipo di educazione, che sostanzialmente è sempre di natura etica, inizia con il singolo, il necessario soggetto della vita interiore. Solo dopo questa esperienza “monacale” (del vivere cioè concentrati dentro il proprio cuore), si può tentare di attuare un ascolto di meraviglia all’esterno di sé.

Nei seminari l’educazione non dimentichi l’altro

L’altro – come ha bene intuito Edith Stein – lo si deve incontrare dentro di sé, il solo spazio che può accoglierlo e raccoglierlo. Questo si darà se dentro di sé c’è la possibilità d’incontrare il mondo dell’altro (la sua visione del mondo, la sua interiorità, le sue emozioni); spesso l’ascolto profondo è possibile se si è capaci di sentire quello che gli altri non dicono attraverso le parole, ma comunicano con i codici linguistici più diversi, talora strani, inediti e imprevedibili. Ma il problema non è solo quello di ascoltare gli altri; si tratta anche di saper ascoltare noi stessi, senza fuggire da noi.

Un uomo, un cristiano che perda di vista se stesso non troverà neppure gli altri. Ebbene, uno degli aspetti di un’educazione ispirata al silenzio e alla solitudine dell’eucaristia sta nell’educare a stare con se stessi. Non sembri strano: per aprirsi all’apertura all’altro, occorre educare a stare al massimo concentrati su se stessi. Ma su questo punto torneremo perché è uno snodo importante nell’esperienza della relazione e dell’incontro con l’altro.

Nei seminari si esperimenti la felicità educativa

Lo si sa anche per intuizione: la pietà eucaristica, il porsi faccia a faccia col Signore umile e glorificato dell’eucaristia, produce la splendida “abitudine” (habeo = posseggo) di possedersi spiritualmente, potendo così costruire una solida unità interiore, al riparo da quel rovinio dello spirito che nasce dalla dissipazione, dallo smarrire la compagnia di noi stessi, premessa infelice di una vita che finirà per porsi fuori dell’egida morale: «Siete buoni quando siete uno con voi stessi» (K. Gibran).

Nell’esercizio ascetico, oltre al contatto con Cristo, si fa un’esperienza profonda di contatto con se stessi: è un forte allenamento spirituale che conosce anche l’esperienza di un severo e denudante contesto di pensoso raccoglimento che immette nella stretta di un misterioso dialogo con un Dio intuito come vicino e presente nella fede, ma risultante tuttavia assente alla percezione dei sensi.

Anche i due livelli dell’educare, l’agire e il pensare, passano essenzialmente per il singolo e la sua esperienza interiore che rende capaci di stare intensamente, serenamente, felicemente con se stessi. L’uomo interiormente felice è il più adatto a vivere e a realizzare le esperienze più estroverse, ma si è felici se si riesce a sostenere la compagnia con se stessi, vincendo quella si potrebbe chiamare la prova della solitudine: «Tutta l’infelicità degli uomini proviene dal non saper restare tranquilli in una camera».[4]

L’infelicità è plateale (e ad essa l’educazione non mira e non si dedica), mentre la felicità alberga nei cuori pensosi e, per i cristiani, nei cuori contemplativi. La prima ha bisogno della piazza e del mercato, la seconda del chiostro, della famiglia e della scuola quando vi si conservano silenzio, ascolto, dialogo, preghiera e soprattutto mitezza e perdono, due virtù che amano stare, crescere ed esprimersi all’ombra di un sapiente silenzio, che esige di “essere” dentro di noi: «Tuttavia dobbiamo pensare che gli infelici sono riconoscibili perché hanno bisogno degli altri, amano raccontare le loro disgrazie, ricercano rimedi e conforto. Le persone felici, invece, non cercano nulla né richiamano l’attenzione degli altri sulla loro felicità: gli infelici sono interessanti, la persona felice rimane nell’ombra».[5]

Nei seminari si torni all’esperienza del silenzio

Dentro l’esperienza educativa nei seminari deve ricostruirsi un ampio e profondo spazio-tempo di silenzio, perché questo è necessario per plasmare il cuore dei futuri pastori affinandoli anche umanamente: li fa diventare intensi, lietamente pensosi. è un risultato formativo innegabile. Nel colloquio con se stessi, inoltre, passa tutta la spiritualità cristiana, ma per esso passa anche tutto il pensiero umano. Per Kant, lo stesso pensare è atto di singolarissimo conio: «Pensare è parlare con se stessi (gli indiani di Tahiti chiamano il pensare la lingua del ventre) e quindi anche ascoltarsi interiormente (per mezzo dell’immaginazione riproduttiva)».[6]

Il «mal di parola» (V. Gasman) di cui oggi soffriamo e la platealità (che è diventata la lingua comune, l’«esperanto» da molti praticato), sono il sintomo sicuro di un pericoloso vuoto interiore ed esistenziale diffuso e capillare. Comunque, bisogna operare un’interruzione drastica nella contro-cultura del chiasso e del rumore. Anche a noi Arpocrate, il figlio di Iside e di Osiride, rivolge il suo ammonimento a spegnere la voce, mentre col dito sulla bocca invita al silenzio.[7] C’è una continuità di civiltà che va ripresa intorno alla cultura del silenzio, la sola che può permettere di riprendere la cultura dell’ascolto, prima postura discepolare, inaugurata da Maria a Nazaret.

Nei seminari si educhi al silenzio di Pentecoste, non alla confusione di Babele

Se a “Babele” ci si salva tutti tacendo, è soprattutto il futuro pastore che deve allenarsi alla sapienza del silenzio, di cui ha bisogno per pensare la fede e annunciare la Parola eterna che nasce dal Silenzio eterno. Il silenzio crea una cortina di difesa intorno all’anima, insonorizza il cuore dell’uomo rispetto alla pressione assordante delle passioni che l’inquietano e possono turbarlo fino a spingerlo su orli di abissi dai quali, poi, è difficile ritrarsi. è savio essere docili al magistero sottile del silenzio e disporsi ad accettare i suoi imperativi categorici e lievissimi: esso è «il guardiano dell’anima»,[8] al quale si deve ubbidienza.

Allenato al silenzio, il futuro sacerdote si tiene lontano dal rischio di lacerare la riservatezza, il più fragile dei veli che proteggono il nostro spirito: il silenzio, infatti, è «la forma più perfetta del pudore».[9] Per liberarsi e liberare dalla per­secuzione del rumore ambientale e interiore non c’è da operare alcun passaggio a Oriente; dobbiamo invece impegnarci a guarire l’Occidente con la cultura del silenzio.

Il silenzio eucaristico ammonisce che la soluzione all’inquietudine dell’uomo non può essere più quella di scegliere l’attivismo nevrotico (in politica, in pedagogia, nella pastorale delle Chiese), ma l’intraprendere cammini di sapienza, che comportano il dare il passo agli altri, il porre l’altro prima di noi, il riconciliarsi con gli stili della sobrietà e della leggerezza, lo sperimentare il senso di una formula di vita controcorrente: «lentius, profundius, suavius».[10]


[1] L’Osservatore Romano (24.1.2008) 8.
[2] M. Mead, Generazioni in conflitto, Milano 1972.
[3] L’Osservatore Romano (24.1.2008) 8.
[4] B. Pascal, Pensieri, Ed J. Schevalier [1949], Milano 1961, n. 139.
[5] M. du Châtelet, Discorso sulla felicità, Palermo 1992, pp. 36-37.
[6] I. Kant, Antropologia pragmatica, Bari 1969, p. 79.
[7] Ovidio, Le metamorfosi, Milano 1988, p. 509.
[8] Espressione di Bossuet citata in: M. Bruno, Aux écoutes de Dieu: le silence monastique dans la tradition cirstercienne, Becançon 19542, p. 20.
[9] L. Lavelle, La parole e l’écriture, Paris 1947, p. 133.
[10] Cf. M.G. Masciarelli, Abitare il silenzio, Roma 1998.

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