9. Il profeta Spaemann

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Leggendo le recenti “esternazioni scomposte” del prof. R. Spaemann si fa una certa fatica a pensare che chi parla sia un filosofo. Spaemann è talmente accecato dal cambiamento di stile e di approccio che trova in AL, che si ribella, lo chiama rottura, cerca di squalificarlo, di ingiuriarlo, di svergognarlo, pur di non ammetterlo non dico come reale, ma almeno come possibile.

Nel farlo usa i concetti in modo rozzo, greve, sgraziato. Vorrei mostrare dove stanno le sue principali “magagne”. A questo scopo è sufficiente leggere l’inizio dell’articolo su Il Foglio del 30 aprile, col titolo Spaemann ad alzo zero contro il papa: “Porta la Chiesa allo scisma”:

«Mi è difficile capire cosa il papa intenda quando dice che nessuno può essere condannato per sempre. Che la Chiesa non possa condannare nessuno, neppure eternamente – cosa che, grazie a Dio, non può neanche fare – è qualcosa di chiaro. Però, se si tratta di relazioni sessuali che contraddicono in modo oggettivo l’ordinamento di vita cristiano, vorrei davvero sapere dal papa dopo quanto tempo e in quali circostanze una condotta oggettivamente peccaminosa diventi gradita a Dio».

Di fronte a questa frase non ci si dovrebbe meravigliare se a pronunciarla fosse stato un semplice cristiano o un parroco, o anche un vescovo, magari anche un cardinale, se non troppo qualificati teologicamente, ma soprattutto non troppo forti sul piano filosofico. Ma un filosofo tanto rinomato e forse anche un poco “gasato” come Spaemann, non si riesce proprio a figurarselo nell’usare in modo tanto ingenuo il concetto di “modo oggettivo” e di “quantità di tempo”. Per Spaemann, che sembra digiuno della tradizione filosofica non solo dell’ultimo secolo, tra “essere” e “tempo” non vi può essere rapporto. Se la cosa è in un certo modo “oggettivo”, il tempo non può farci nulla. Può solo tenersela così come è.

Qui si sta parlando di «relazioni sessuali» che «contraddicono in modo oggettivo» l’ordinamento di vita cristiano. Il sofisma è presto costruito: se la relazione è oggettivamente peccaminosa, il peccato può cessare solo se cessa la relazione. E allora anche Spaemann, che pure sarebbe uomo di pensiero, preferisce “oggettivare” le vite, le esperienze, le storie, e ridurre al nulla ogni discernimento, ogni accompagnamento, ogni integrazione. Di che cosa parla il papa? Nulla è possibile, e non lo è ontologicamente!

Spaemann resta prigioniero, con il suo piccolo pensiero, di un “non-pensiero”. Il “non-pensiero”, che ha attraversato da un secolo la nostra Chiesa cattolica, si è nascosto di fronte alla realtà che cambiava e si è rifugiato in questa “ontologia statica, senza alcun divenire”. L’essere è, il non essere non è. Applicato alla “famiglia cristiana” questo sofisma funziona così. Se la relazione è oggettivamente peccaminosa, ed è appunto una “nuova e seconda relazione”, le vie possono essere solo due. O questa relazione diventa un “non essere”, perde oggettività, e la persona si salva. E per ottenere questo “non essere” può bastare un “non rapporto nel rapporto”, ossia che nella “seconda unione” ci sia tutto tranne il sesso. Oppure, per salvarsi, il soggetto deve fare in modo che la “prima relazione” perda oggettività. La via principe di questa “ontologia negativa” è, da secoli, la “dichiarazione di nullità del vincolo”. Nel caso in cui la “prima relazione” non sia mai esistita – non sia mai stata un vero “oggetto” – la nuova relazione diventa allora oggettivamente valida perché non è più seconda, ma prima, non più in contraddizione oggettiva con la norma, e i soggetti si salvano.

Questa era per la Chiesa cattolica l’unico rimedio “oggettivo”, fino ad AL. Solo un filosofo con la testa tra le nuvole può pensare che questo modo di pensare “oggettivante” abbia qualche rapporto con la realtà. In realtà è un sofisma ontologico, che è entrato nella mentalità di molti giuristi e di non pochi dogmatici e che si è diffuso a macchia d’olio in molti ambiti pastorali, morali, spirituali. Ma essendo una forzatura ontologica della realtà, determina a cascata ipocrisie, finzioni, mistificazioni, retrodatazioni, sparizioni, equivoci. Di per sé l’istituto della “nullità” ha tutta la sua dignità, soprattutto circa le “cose”. Ma nella tradizione cattolica recente, dal Codice del 1917, abbiamo molto incentivato una tendenza a comprendere il matrimonio nella categoria “de rebus”. Solo la “oggettivazione” sembra tranquillizzare, anche in una società ad alta differenziazione, anche nel trionfo dell’amore come “passione”. Ma più che tranquillizzare, narcotizza, addormenta, rimuove, mistifica. Ciò, evidentemente, esercita un fascino anche sui filosofi disposti a non andare troppo per il sottile. E a parlare di “oggettività” senza minimamente problematizzare una delle parole più problematiche degli ultimi 300 anni!

Ma Spaemann ritiene di condurre la propria buona battaglia pensando di contrapporre alla dura oggettività della “irregolarità” la impotenza del tempo. E si chiede, ironicamente: vorrà dirci di grazia sua santità dopo quanto tempo potremo chiamare bene il male? Quasi come un profeta, Spaemann sferza il gran sacerdote e chiede una risposta.

Peccato che i ruoli qui siano semplicemente capovolti. Siamo in un tempo nel quale professori anziani, con amicizie altolocate, si sentono toccati nella loro pretesa sommosacerdotale se un papa esercita profeticamente la sua buona autorità. È l’autorità di chi non può più tollerare che un “sistema” di avviti su se stesso e pensi di poter tutto ridurre – ex autoritate – alla propria idea. Oggettivo diventa così spesso sinonimo di autoreferenziale. Ascoltiamo la profezia che risuona in Evangelii gaudium:

«Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi» (223).

Nel riconoscimento del primato della realtà sulla idea, e nella affermazione del primato del tempo sullo spazio, Francesco si è smarcato definitivamente dal “catenaccio” di questi uomini paurosi, che vendono la loro “razionalità” per il piatto di lenticchie di una società bloccata, chiusa, che non inizia nuovi processi, ma che giustifica i muri. Nella Chiesa e tra gli Stati. Non a caso lo stesso Spaemann, di nuovo con le vesti del profeta – ma sempre e solo di sventura – aveva detto nei mesi scorsi, di fronte ai rifugiati che arrivano in Germania: “Non dobbiamo per forza convivere”: non capisco se mi ricordi più Geremia o Isaia!

È sufficiente questo inizio per capire tutto: il resto è solo un disastro. Ma è anzitutto un disastro filosofico. Mancano qui le categorie elementari per entrare in rapporto con la realtà: le famiglie allargate e i rifugiati, se giudicati in contumacia – come fa Spaemann, che li considera adulteri e clandestini – generano solo mostri. Le vere questioni hanno bisogno di ben altre categorie. Una filosofia che fa di tutto per immunizzarsi dalla realtà è una “ancella” che alla “padrona” teologia risulta inutile, se non dannosa.

Pubblicato il 1 maggio 2016 nel blog: Come se non

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