“Amoris lætitia”: Indicazioni sul cap. 8°

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1. Premessa

Desidero ripartire dalle indicazioni per la recezione del cap. VIII di Amoris lætitia inviate dai vescovi delle Chiese dell’Emilia-Romagna il 15 gennaio 2018. Esse rappresentano la scelta di comunione delle varie diocesi nell’affrontare il cammino richiesto dall’Amoris lætitia. Sono il riferimento principale per tutti noi, unitamente al testo stesso dell’esortazione e a quanto risposto da papa Francesco ai Criteri fondamentali dei vescovi della Regione di Buenos Aires.

In realtà, sono solo alcuni aspetti dell’applicazione ad essere affidati ai vescovi e quindi ai presbiteri e agli operatori pastorali. Il magistero di riferimento è chiaro e unico. Le situazioni particolari prevedono alcune specificità, ovviamente mai divergenti con quanto indicato. Non dobbiamo, quindi, vivere questa applicazione come fosse arbitraria o senza un chiaro e definito quadro di riferimento. Essa ci vincola ancora di più all’obbedienza a tutto l’impianto del documento, a non accettare improvvisazioni, sconti di misericordia scambiata come superficialità o condanne comminate senza coinvolgimento e un cammino personale serio.

2. Breve storia

L’Amoris lætitia è frutto di due Sinodi della Chiesa e di molte discussioni che hanno raccolto ed esaminato lungamente tutti i dubbi, le questioni aperte, le diverse sensibilità e preoccupazioni, in quel clima di franchezza e di confronto fraterno chiesto da papa Francesco e così necessario proprio per non avere ombre e arrivare ad una decisione matura e condivisa. Non dobbiamo neppure dimenticare la doppia consultazione delle Chiese locali, i cui risultati la Segreteria del Sinodo ha raccolto e vagliato.

Purtroppo l’attenzione si è concentrata quasi unicamente sul capitolo ottavo dell’esortazione, anzi su una sola nota. La scelta della collocazione stessa dell’argomento in una nota spingerebbe piuttosto a concentrare l’attenzione su tutto il documento, sul metodo e sulla prospettiva tracciata, premessa indispensabile per comprendere le eventuali conseguenze pratiche nel discernimento.

3. La Familiaris consortio

Il problema non è certo recente. Il primo sostanziale cambiamento nella pastorale verso i divorziati-risposati lo indicò san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio, al n. 84, quando scrisse: «Esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita». Aggiunse che essi possono anche accedere alla comunione eucaristica se vivono come «fratello e sorella». Era un’affermazione lontanissima dalla definizione di «pubblici peccatori» come venivano definiti dal precedente Codice di diritto canonico. Non solo essi non vengono più considerati tali, ma viene richiesto di accompagnarli a vivere attivamente la loro esperienza ecclesiale, perché possano avere accesso alla grazia. Dobbiamo, però, riconoscere che la recezione di questo atteggiamento è stata parziale e troppo poco è diventata prassi pastorale ordinaria. Gli itinerari di accompagnamento per divorziati sono spazi importantissimi per questa accoglienza, ma la comunità ecclesiale ha generalmente poco “integrato”, spesso rimuovendo il problema o rinviandolo a pastorali specifiche, come se non riguardasse tutte le comunità. Alcuni restano convinti che queste persone siano “fuori” della comunità, come del resto indicato ancora dalle proibizioni per i divorziati risposati a svolgere alcuni ruoli nella comunità cristiana.

4. Le esclusioni

Proprio per questo il papa invita a «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (299). Ci si riferisce all’incarico di padrino, lettore, ministro straordinario dell’eucaristia, insegnante di religione, catechista, membro del consiglio pastorale diocesano e parrocchiale, testimone di nozze (sconsigliato, ma non impedito). L’intento è chiaro: «Essi (i divorziati risposati) non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti» (299).

Su questi punti è necessario avviare nuove riflessioni che, in comunione con la Chiesa italiana e con la nostra Conferenza episcopale regionale, possano individuare soluzioni appropriate, condivise, per concrete indicazioni pastorali che coinvolgano tutti, evitando divergenze di prassi nel frattempo maturate proprio perché non affrontate insieme.

5. La prospettiva pastorale

L’applicazione dell’Amoris lætitia richiede una crescita pastorale per tutti gli operatori. La prospettiva è quella di una Chiesa che fa sue le «gioie e le fatiche, le tensioni e il riposo, le sofferenze e le liberazioni, le soddisfazioni e le ricerche, i fastidi e i piaceri» (cf. 126) delle famiglie. In queste parole si sente l’eco dell’incipit della Gaudium et spes che potremmo tradurre così: le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce delle famiglie di oggi, delle famiglie ferite soprattutto e di quelle che comunque soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente familiare nel mondo che non trovi eco nei loro cuori.

In effetti, c’è un filo rosso che lega l’esortazione apostolica Amoris lætitia all’allocuzione iniziale del concilio Vaticano II Gaudet Mater Ecclesia, alla Gaudium et spes, all’Evangelii gaudium, fino alla Gaudete et exsultate. È il gaudium, la gioia, che unisce: non solo una parola ma l’esplicitazione pratica e personale di quella «simpatia immensa» che Paolo VI individuava come lo spirito che ha guidato i Padri nel Vaticano II a guardare il mondo e la società umana. Si tratta di realizzare una vera conversione pastorale e missionaria per accogliere tanti che si sono allontanati in questi ultimi anni e aiutare a scoprire o a riscoprire la gioia di seguire il Vangelo e di vivere secondo i suoi insegnamenti. Questo non significa affatto confondere o adattare la verità, quanto, piuttosto, non scinderla mai dall’amore. Affermare la verità senza amore ne snatura l’essenza stessa e ha contribuito ad allontanare tanti, credendo sufficiente una prassi di condanna e, all’opposto, specularmente un’accondiscendenza senza alcun itinerario e consapevolezza.

6. Guardare con simpatia e verità la famiglia

Proprio la simpatia per le famiglie e per la loro condizione porta a ribadire l’altezza della missione affidata dal Signore. «In nessun modo la Chiesa deve rinunciare a porre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza» (307). Esso viene descritto con queste parole: «Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società» (292). La simpatia non significa affatto essere reticenti nell’annunciare tale ideale, indicato dalla forte Parola del Signore riguardo alla bellezza e alla serietà del legame matrimoniale, come forma piena di attuazione della fede.

7. Un messaggio alto

Come suggerito dall’Evangelii gaudium, non possiamo accontentarci di quello che già facciamo, non perché non facciamo nulla, come qualcuno potrebbe pensare reagendo istintivamente per orgoglio e autodifesa. L’intento del papa non è quello di misconoscere il tanto che viene portato avanti nella nostra pastorale, anzi, possiamo dire che con le sue indicazioni lo conferma, nel senso stretto del termine e quindi lo incoraggia. L’Amoris lætitia ci mostra come, di fronte ad una situazione «da campo», occorra partire dalle difficoltà reali ed evidenti, unitamente ad un’analisi dei diversi motivi che l’hanno causata e delle nostre incapacità a rispondere a domande di enorme sofferenza e così diffuse. Non basta quindi ripetere la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. È necessario guardare la condizione delle famiglie oggi e a queste proporre un messaggio attrattivo, appassionante, alto, quello della verità di sempre che dobbiamo trasmettere. La pastorale cui è affidata questa traditio richiede di essere opportuna nel linguaggio e nelle categorie di oggi. Non dobbiamo di fronte alle difficoltà né rassegnarci, dispensando condanne, né affannarci assecondando al ribasso la mentalità comune. Le nostre comunità possono essere l’ospedale per curare tanta sofferenza e debbono aiutare a trovare risposte. Proprio per questo la Chiesa, che è da sempre ospedale, non vivrà mai di una logica interna di autosufficienza, ma adatterà sempre il suo agire al motivo per cui è stata creata: la salvezza delle persone.

8. Le domande contraddittorie

A volte proviamo irritazione di fronte a situazioni che appaiono incerte, diverse da quella che vorremmo, percorse da domande contraddittorie che ci vengono rivolte, spesso con pretese o convinzioni nutrite dalla mentalità corrente così pervasiva, per cui il diritto dell’individuo è la vera e unica regola accettata e ogni limitazione appare un’ingerenza ingiustificata, una prevaricazione, un’evidente incomprensione. Questa, però, è proprio la sfida alla pastorale che ci chiede una paternità rinnovata. Fare emergere queste domande, intercettarle è opportunità per riprendere una relazione personale, liberando da tanti pregiudizi. Poterlo fare con chiunque, anche se all’inizio risulta faticoso perché segnato da possibili e prevedibili incomprensioni o aspettative sbagliate, ci permette di incontrare tanta sofferenza, premessa per un serio accompagnamento e una possibile integrazione. Altrimenti resterebbe solo l’ipocrisia “delle misure delle maniche”, lunghe o corte, tutte e due lontane dalla verità e dalla persona, con cui rispondiamo alle richieste che ci arrivano! Iniziare di nuovo un dialogo è una grande opportunità per riannodare dei fili altrimenti spezzati e per capire in maniera più attenta, le diverse situazioni, tutte simili e tutte diverse.

9. Integrare tutti

L’Amoris lætitia suggerisce che anche la persona più lontana, quella che vorrebbe tutto e subito, non va pregiudizialmente mantenuta distante, ma aiutata a integrarsi. «Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cf. Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sinodali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: “In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”, sempre possibile con la forza dello Spirito Santo» (297). Insomma, tutti hanno bisogno di ascoltare di nuovo il Vangelo e l’invito alla conversione. Non a caso papa Francesco ha voluto riportare letteralmente quanto venne definito dai Padri Sinodali circa l’impegno della Chiesa di rivelare la «divina pedagogia» e aiutare a raggiungere la pienezza del piano di Dio. Questo è il vero discernimento legato intimamente alla paternità e maternità della Chiesa e dei suoi pastori.

10. Accoglienza

Dobbiamo invitare con attenzione e intelligenza i fedeli che vivono situazioni difficili ad accostarsi con fiducia ad un colloquio con i loro pastori o con i laici che li aiutano in questo servizio. L’accoglienza è il primo modo per farlo. Questa è necessariamente personale e inizia dall’amabilità, così diversa dalla pigra accondiscendenza, perché significa ascolto attento e premuroso, permettere ad altri di avvicinarsi e aprirsi. Per fare questo occorre tempo, proprio perché non è una pratica da sbrigare, ma un cammino da compiere. Certamente essi non sempre troveranno conferma alle proprie aspettative, ma si sentiranno capiti, vedranno un cammino possibile, forse esigente ma vero e consolante. L’ascolto affettuoso, la comprensione del loro punto di vista e della loro sofferenza, aiuteranno a non sentirsi solo giudicati, ma a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa (cf. 312). Sappiamo che molti avvertono un giudizio anche quando non c’è, ce lo attribuiscono comunque e per certi versi questo impedisce il discernimento. Circa la «logica della misericordia pastorale» papa Francesco afferma: «A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo» (311).

11. I modi dell’accoglienza

Nell’accoglienza iniziale – che come avviene spesso ha modi imprevisti, non programmati e non programmabili, che non rispettano i nostri calendari, ma quelli a volte complicati delle persone – dobbiamo noi adeguarci e cercare in tutti i modi di non perdere il filo. A volte possono sembrare incontri occasionali (tutto resta occasionale se non lo sappiamo cogliere, se non diventa motivo di incontro, di un inizio). Non dobbiamo dire tutto in un’unica soluzione, ma creare un legame personale per avviare un percorso che è tale e che quindi deve avere gradualità. Questo lo dobbiamo credere sempre, anche quando ci appare inutile. Dobbiamo evitare che appaia un incontro tecnico, da laboratorio, un caso clinico da trattare, un problema in più.

12. Il soggetto dell’accoglienza

Il presbitero o l’operatore pastorale che viene raggiunto dalla richiesta o che la sollecita nei suoi incontri deve portarla avanti. Se, consapevoli dei propri limiti personali e della complessa necessità di coloro che si rivolgono a noi, il presbitero o l’operatore pastorale non ritengono possibile o opportuno per loro accompagnare la persona, devono affidarla a qualcuno che ritengono avere caratteristiche spirituali e umane adeguate. Occorre, però, farlo sempre con tanta affabilità e vicinanza, perché non sia interpretato come uno scaricabarile o peggio un problema da rimandare ad altri.

13. Accogliere nella vita ecclesiale

La «buona relazione pastorale» è la premessa per coinvolgere da subito nella vita ecclesiale. In particolare appare fondamentale che i gruppi della Parola, quelli legati alla carità o alla liturgia siano i luoghi dove tutte le persone trovino impegno, possibilità di aiutare e sentano la vicinanza e la fraternità della Chiesa e anche la gioia di farne parte e di aiutare nel servizio al prossimo, specialmente quello più bisognoso.

14. L’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia

È necessario avere operatori pastorali che aiutino e siano preparati per questo servizio, in stretta collaborazione con l’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia. È un percorso, non un corso. L’Ufficio diocesano per la famiglia rimane a disposizione per qualsiasi chiarimento, dubbio, soluzione sarà necessario.

15. Formazione dei preti e degli operatori pastorali

L’Ufficio famiglia inizierà nel prossimo anno pastorale un corso di formazione per l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione al quale vorrei partecipassero i presbiteri e gli operatori pastorali che potranno, in seguito, formare opportune équipes. Tutto va sempre vissuto usando la medicina della misericordia e non quella del rigore, come si esprimeva san Giovanni XXIII.

16. Sofferenza per situazioni particolari

Il testo dell’esortazione richiama la sofferenza dei figli nelle situazioni conflittuali e dice chiaramente: «Il divorzio è un male, ed è molto preoccupante la crescita del numero dei divorzi. Per questo, senza dubbio, il nostro compito pastorale più importante riguardo alle famiglie è rafforzare l’amore e aiutare a sanare le ferite, in modo che possiamo prevenire l’estendersi di questo dramma nella nostra epoca» (246). Si accenna ai matrimoni misti e a quelli con disparità di culto, e alla situazione delle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale, ribadendo il rispetto nei loro confronti e il rifiuto di ogni ingiusta discriminazione e di ogni forma di aggressione o violenza.

17. Maggiore informazione circa la nullità

Un aiuto importante da offrire è mettere a disposizione un servizio d’informazione e di consiglio in vista di una verifica della validità del matrimonio. Le norme che hanno parzialmente riformato la procedura delle cause di nullità matrimoniale, prevedendo in alcuni casi una via brevior (una procedura più rapida) sono ancora conosciute solo in parte e resistono pregiudizi (qualche volta purtroppo non chiariti) per cui “i tempi sono troppo lunghi”, “i costi alti”; pesa inoltre l’incomprensione del significato di “nullità”, come se si trattasse di “cancellare” la storia e non di verificare la validità del sacramento; vengono poi le difficoltà a riaprire ferite a volte lontane nel tempo o dolorose o la necessità di contattare persone non più frequentate. Quanto è importante rassicurare sulle procedure e sulla delicatezza con cui sono condotte! Gli addetti del Tribunale ecclesiastico sono a disposizione. Il vescovo stesso e i vicari generali potranno incontrare ancor prima dei patroni stabili quanti intendono iniziare il processo per la verifica della nullità, proprio per fare sentire loro la maternità della Chiesa nell’accertare l’esistenza o meno del fondamento per una causa di nullità.

18. Percorsi per separati

Le importanti e verificate esperienze acquisite negli ultimi decenni di pastorale dei separati suggeriscono una diffusione ulteriore dei percorsi e uno sforzo per l’inserimento delle persone coinvolte nella pastorale ordinaria. L’irrobustimento e la diffusione di questi itinerari, con una particolare attenzione anche ai figli dei separati, sono tra le priorità dell’Ufficio della famiglia e della nostra pastorale.

19. Accompagnare, discernere, integrare

Tre verbi tra loro legati costituiscono un unico itinerario: accompagnare, discernere, integrare. È evidente che tale itinerario è possibile solo ad una condizione, ossia che sia chiara la presenza della comunità cristiana che vive questo processo. È la comunità – laici e pastori – che deve accompagnare, discernere e integrare chi si incammina verso la crescita nell’amore di Cristo. Di questo percorso ecclesiale di conversione e di integrazione il vescovo è il primo responsabile. Non è un calcolo matematico da applicare, né un processo da decidere ad arbitrio; e neppure eccezioni da fare o privilegi da concedere (cf. 300). È un processo di discernimento che si iscrive in un cammino di coscienza, legato al “foro interno” (direzione spirituale e sacramento della riconciliazione).

20. Accompagnare

Il papa fa propri i sei criteri per il discernimento approvati dal Sinodo:

1) «fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento»;

2) «chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi»;

3) chiedersi «se ci sono stati tentativi di riconciliazione»;

4) chiedersi «come è la situazione del partner abbandonato»;

5) chiedersi «quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli»;

6) chiedersi «quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio» (cf. 300).

Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento che «orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge «non c’è gradualità» (cf. Familiaris consortio, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa (cf. 300). Pertanto, «quando si trova una persona responsabile e discreta, che non pretende di mettere i propri desideri al di sopra del bene comune della Chiesa, con un Pastore che sa riconoscere la serietà della questione che sta trattando, si evita il rischio che un determinato discernimento porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia morale» (300).

21. Conoscere per discernere

Occorre una conoscenza non notarile ma paterna e fraterna, l’unica possibile per comprendere «condizionamenti e circostanze attenuanti» (cf. 305) per quanto riguarda la responsabilità delle azioni. Com’è noto, appoggiandosi a san Tommaso d’Aquino, l’Amoris lætitia afferma che «è vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari» (304). Il papa propone il rapporto tra norma e giudizio nella situazione (discernimento), nel quale, senza eludere o sminuire la norma, non si cade in una riduttiva interpretazione della coscienza morale, quale “applicazione” deduttiva di una fredda normativa. Gli operatori pastorali sono fondamentali in questo, non solo come aiuto ma anche come soggetti per accompagnare il discernimento della persona. In un percorso di discernimento con i divorziati risposati, si deve valutare, come si fa per ogni altro peccato, se esistano le condizioni perché un peccato sia considerato mortale, valutando cioè non solo la materia grave, ma anche le condizioni soggettive, la responsabilità soggettiva e le eventuali circostanze attenuanti.

Il problema è uscire dal presunto conflitto (o alternativa) fra rigore della dottrina e condiscendenza. Non c’è l’operatore pastorale “buono” o “cattivo”: c’è chi si prende cura e chi no. Come abbiamo già detto, alcuni “buoni” di fatto allontanano da un itinerario di vera consapevolezza, come alcuni “cattivi” respingono e addirittura rendono impossibile e non attraente la gioia del Vangelo e del matrimonio cristiano! Dobbiamo applicare quanto ci è chiesto, perché il magistero va assunto, rigettando la separazione se non addirittura la contrapposizione tra verità e prassi, tra dottrina e pastorale. Questa responsabilità impone alla Chiesa di praticare un discernimento delle regole che si fa carico della vita delle persone, affinché non vada persa in nessun caso la loro percezione di essere amate da Dio. Discernimento è ben differente da relativismo o arbitrio! Occorre essere consapevoli della diversità delle situazioni. Il discernimento e l’accompagnamento sono un itinerario che richiede di camminare, ascoltare, soffrire, pregare, verificare con le persone, in una parola tanta maternità, paternità e fraternità.

Nel discernimento vanno evitati pertanto quei «giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (296). E comunque ogni persona deve trovare posto nella Chiesa: «nessuno può essere condannato per sempre» (297). Le situazioni sono molto diverse tra loro e «non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale» (298). In tale prospettiva «è comprensibile – continua il papa – che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi» (300). L’accompagnamento pastorale dei separati, divorziati, abbandonati è indispensabile per giungere al discernimento. I presbiteri hanno il compito di «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento» (300). L’obiettivo è orientare questi fedeli «alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio» (337). Sono le persone che devono essere condotte «alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (337). Per fare questo sono richieste alcune condizioni come «umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa» (337). «Questi atteggiamenti sono fondamentali per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente “eccezioni”, o che esistano persone che possano ottenere privilegi sacramentali in cambio di favori» (338).

22. Formare e formarsi ad un vero discernimento

Il papa afferma: «La Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, […] ridonando fiducia e speranza» (291). Evitando il «rischio di messaggi sbagliati» (300), di rigidità o di lassismo, dobbiamo aiutare la formazione di una coscienza di vera conversione. Questo discernimento pastorale delle singole persone è un aspetto molto delicato e deve tener conto del «grado di responsabilità» (300) che non è uguale in tutti i casi, del peso dei «condizionamenti o dei fattori attenuanti» (305), per cui è possibile che, dentro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o non lo sia in modo pieno – si possa trovare un percorso per crescere nella vita cristiana, «ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (305).

Riguardo a questo aiuto che la Chiesa offre al fedele per crescere nella vita cristiana, la nota 351 precisa: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti». Il papa usa il condizionale, dunque non dice che bisogna ammettere ai sacramenti, sebbene non lo escluda ad alcune condizioni. Dobbiamo aiutare gli interessati perché arrivino alla consapevolezza della loro condizione davanti al Signore e alla Chiesa. La Chiesa segue la via della gradualità, vale a dire di far maturare nel tempo la consapevolezza di un bene maggiore da conseguire attraverso tappe di crescita, aiutando ciascuno a trovare un modo proprio di partecipare alla comunità ecclesiale.

Non si tratta di un “permesso” di ricevere la comunione eucaristica, ma di un cammino per un incontro personale con il Signore Gesù nella Chiesa. Dovranno essere applicati i principi universali della morale cattolica a cui tutti siamo tenuti: l’adesione alla grazia e l’obbedienza alla legge di Dio, qui e ora, il ricercare il maggiore bene concretamente possibile, il fatto che non si può pretendere da nessuno quello che a lui è oggettivamente impossibile. Le persone, infatti, «tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (37). Perciò è necessario che il fedele giunga alla consapevolezza di aver fatto il possibile per aderire alla volontà di Dio nella sua condizione e, nel caso riconosca di non esservi riuscito in passato, abbia attivato un cammino di vera conversione, rimediando per quanto possibile al male compiuto, dentro un processo di crescita nella vita cristiana, con l’aiuto della Chiesa.

Il magistero di papa Francesco porta a riscoprire l’importanza della coscienza personale nella vita cristiana e nella vita della Chiesa. La coscienza, ci dice il Vaticano II, «è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16). E poi aggiunge: «Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità» (ibidem). L’Amoris lætitia applica il principio della morale tradizionale della Chiesa riportato nel Catechismo della Chiesa cattolica (cf. n. 1735 e 2352).

«Comprendo – scrive il papa – coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (308).

23. Il foro interno

Come ricordato dai vescovi della regione di Buenos Aires, non si tratta di «permesso» per accedere ai sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnato da un pastore. Questo discernimento è «personale e pastorale» (300). In questo percorso, il pastore deve porre l’accento sull’annuncio fondamentale, il kerygma, che stimoli all’incontro personale con Gesù Cristo vivo o a rinnovare tale incontro (cf. 58). Questo cammino non finisce necessariamente nell’accesso ai sacramenti; in ogni caso deve promuovere l’integrazione nella vita della Chiesa: una maggior presenza nella comunità, la partecipazione a gruppi di preghiera o di meditazione, l’impegno in qualche servizio ecclesiale… (cf. 299).

Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, in particolare quando entrambi sono cristiani con un cammino di fede, si può proporre l’impegno di vivere la continenza sessuale. L’Amoris lætitia non ignora le difficoltà di questa scelta (cf. nota 329) e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando non si riesca a mantenere questo proposito. È a tutti evidente che questa scelta radicale è un’altissima testimonianza della fede nell’indissolubilità del matrimonio e una grazia speciale data per l’edificazione di tutti. A questa testimonianza si aggiunge quella di chi, avendo subìto una separazione, è rimasto fedele al coniuge che lo ha lasciato, rinunciando deliberatamente ad una nuova unione, testimoniando l’amore incondizionato e irrevocabile di Dio che, se noi manchiamo di fede, resta fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Il papa richiede una speciale attenzione per «una nuova unione che viene da un recente divorzio» o per «la situazione di chi è ripetutamente venuto meno ai propri impegni familiari» (298). O, ancora, quando c’è una sorta di apologia o di ostentazione della propria situazione «come se facesse parte dell’ideale cristiano» (297). In questi casi più difficili, i pastori devono accompagnare le persone con pazienza cercando comunque qualche cammino di integrazione (cf. 297, 299).

È sempre importante orientare le persone a mettersi in coscienza davanti a Dio e a questo fine è utile l’“esame di coscienza” che propone l’Amoris lætitia (cf. 300), specialmente per ciò che si riferisce a «come ci si è comportati con i figli» o con il coniuge abbandonato. Quando ci sono state ingiustizie non risolte, l’accesso ai sacramenti risulta di particolare scandalo. Può essere opportuno che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in modo riservato, soprattutto quando si possano ipotizzare situazioni di disaccordo. Ma, allo stesso tempo, non bisogna smettere di accompagnare la comunità per aiutarla a crescere in spirito di comprensione e di accoglienza, badando bene a non creare confusioni a proposito dell’insegnamento della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La comunità è strumento di una misericordia che è «immeritata, incondizionata e gratuita» (297).

24. Conclusione. Il primato dell’evangelizzazione

«Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo! Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? È vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…».

La vera sfida è il primato dell’evangelizzazione. L’accoglienza cordiale e intelligente del documento papale ci aiuti ad evangelizzare la stupenda vocazione coniugale e familiare, declinandone il valore rispetto alle concrete sfide che nuove prassi pongono alla Chiesa e alla società.

Di fatto, tutto lo sforzo di conversione pastorale promosso da Francesco consiste nel rendere i pastori più sensibili al cambiamento culturale e alle situazioni complesse del nostro tempo.

Bologna, 26 luglio 2018

Memoria dei santi Gioacchino e Anna

Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna

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  1. Pier Luigi Tossani 4 settembre 2018

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