Aspettando «Amoris Lætitia»

di: Andrea Grillo

I nomi dell’amore in 140 anni di magistero cattolico
da Leone XIII a Francesco

Ora sappiamo con certezza almeno il titolo della prossima Esortazione apostolica: Amoris lætitia, la gioia dell’amore, la letizia dell’amore, ma anche la fecondità e la creatività dell’amore. Ricca di risonanze – e di promesse – è la parola latina “laetitia”. Dopo alcune piccole, ma significative, indiscrezioni – sul numero delle pagine e sul numero dei paragrafi – ora abbiamo qualcosa di più. Un titolo. Ma solo un titolo, che, però, come accade in una lunga tradizione ecclesiale, coincide con un “incipit”. Così inizia il documento: con la gioia dell’amore. Dopo la gioia del vangelo, ora la gioia dell’amore. Francesco si distingue anzitutto per “gaudium” e per “laetitia”. Lo aveva segnalato prima ancora di diventare papa, in un discorso ai cardinali, ricordando, di Paolo VI, la «dolce e confortante gioia di evangelizzare».

Più di questo non abbiamo: un titolo “gioioso”. Al quale possiamo unire una ampiezza di pagine e di paragrafi che lasciano intendere, o presagire, una ampiezza di sviluppo e di considerazione di ciò che, fin dal titolo, appare ancora più che famiglia e matrimonio. Appare come “amore”. Qui mi fermo. Ma penso che sia legittimo chiedersi: come siamo arrivati fin qui? Può essere utile recuperare, in modo estremamente sommario, le grandi tappe che ci hanno portato fino a qui. In questi giorni “fra l’ottava di Pasqua”, che fanno risuonare con tanta forza l’annuncio più originario del Signore risorto, possiamo francamente riconoscere che, in origine, tutto inizia lì, in quell’evento e in quell’annuncio. Ma poi, nel differenziarsi delle storie cristiane, siamo condotti ad identificare lo specifico di questo documento ormai imminente in una storia molto più breve della campata bimillenaria del cristianesimo. Essa trova il suo inizio nel primo documento “tardo-moderno” che affronta la questione “matrimoniale” in un contesto nuovo. Siamo nel 1880, durante il pontificato di Leone XIII, a pochi anni dalla “breccia di porta Pia” e dalla perdita del “potere temporale”. Questa storia nuova, che comincia solo allora, è segnata profondamente da questioni istituzionali, giuridiche e politiche, che ne hanno caratterizzato lo sviluppo, per buona parte di questi 140 anni. Questioni teologiche e questioni istituzionali si sono dunque intrecciate in una forma nuova, che non ha precedenti nella storia della Chiesa. Tra qualche giorno, alla luce del nuovo testo, potremo rileggere questa storia diversamente. Ora possiamo però recuperarla, almeno per sommi capi.

1) Arcanum divinae sapientiae (1880), enciclica di Leone XIII

Tutta la grande tradizione medievale, mediata autorevolmente dal Concilio di Trento, assume, con questa enciclica, la problematica nuova e inedita di una ri-affermazione della “competenza ecclesiale” di fronte alla competenza degli stati moderni sul matrimonio, che il XIX secolo aveva appena inaugurato. Tutti i temi fondamentali tipici della tradizione risultano così “filtrati” da questo problema nuovo e drammatico. In questa enciclica si mettono a punto le “forme di pensiero e di azione” che poi saranno fatte proprie dal Codice di diritto canonico del 1917. E che diverranno, per molti decenni, il punto di snodo decisivo della comprensione “cattolica” del matrimonio, della famiglia e dell’amore. Con i suoi pregi e i suoi difetti.

2) Casti connubii (1930), enciclica di Pio XI (1930)

Cinquant’anni dopo, in tutt’altro mondo, Pio XI assume un tema particolare, come quello della opposizione alla “contraccezione” – ammessa in quell’anno dalla confessione anglicana – , come “chiave di comprensione” del matrimonio e della famiglia. Esso determinerà, a partire da allora, una precisa priorità nella lettura “naturale” del matrimonio e della famiglia. La rinuncia alla “libertà” nel contesto matrimoniale viene tradotta nella norma di una sessualità puramente “oggettiva”, quasi depurata dalla soggettività e regolata solo naturalmente. In un abbraccio tra grazia e natura che, a lungo andare, rischierà di diventare asfissiante. E di polarizzare sempre più il rapporto con la cultura civile.

3) Humanae vitae (1968), enciclica di Paolo VI

Nonostante il parziale mutamento di linguaggio introdotto dal Concilio Vaticano II e il cammino verso una “personalizzazione” del matrimonio e della famiglia, ancora nel 1968 troviamo in Humanae vitae di Paolo VI la impostazione risalente a Arcanum divinae sapientiae e a Casti connubii: il matrimonio e la famiglia – come luoghi unici della sessualità – sono interamente “predeterminati” da Dio, lasciando all’uomo uno spazio di responsabilità così esiguo da risultare spesso quasi fittizio e sempre molto formale. Una “generazione responsabile” diventa un tema astratto, cui non corrispondono “pratiche” realistiche. Ma la soluzione inefficace dipende da un modo di pensare il matrimonio e la famiglia “in contrasto” con la cultura civile moderna. Matrimonio e famiglia si prestano ancora ad essere “usati” come baluardi antimodernisti e come riserve di competenza ecclesiastica. Ma in questo “uso” subiscono anche mortificazioni e riduzioni progressive.

4) Familaris consortio (1981), esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II

Sia pure all’interno di una forte continuità con il linguaggio del secolo precedente, Familiaris consortio opera due grandi mutamenti: da un lato introduce, persino nel titolo, la espressione “familiaris”, che è nuova nel magistero, che da sempre si era occupato di “matrimonio”, non di famiglia. Il precedente è qui il Concilio Vaticano II e il suo ripensamento ecclesiale della famiglia. Ma il secondo passaggio decisivo è il riconoscimento aperto di una “differenziazione” della società, che appare ormai evidente anche per la Chiesa. Non ci sono solo “famiglie regolari”, ma anche “irregolari”, che non sono più automaticamente “infami” e “scomunicate”. Il documento di Giovanni Paolo II non fa molto più di questa “ammissione”: ma è l’inizio di una piccola rivoluzione. La logica della contrapposizione alla società civile, inaugurata da Arcanum divinae sapientiae nel 1880, cento anni dopo non regge più sul piano pratico e operativo, anche se teoricamente può dare ancora qualche piccolo conforto. Alla contrapposizione frontale occorre sostituire la conciliazione nella differenziazione. È solo un compito, non svolto, ma chiaramente colto e indicato.

5) Amoris laetitia (2016), esortazione apostolica postsinodale di Francesco

Così si giunge a Francesco. E qui ci fermiamo. Abbiamo però non solo un documento “ignoto”, ma abbiamo anche questa lunga storia recente, abbiamo un accurato percorso sinodale, abbiamo una esigenza vivace di conversione pastorale, abbiamo una ripresa vigorosa della consegna conciliare. Leggeremo venerdì prossimo il frutto di questa articolata elaborazione. Che ci consentirà di rileggere tutta questa storia in modo nuovo. Per ora osserviamo che, anche soltanto sul piano del “lessico” – almeno di quello dei titoli – i “nomi dell’amore” cambiano e si passano la mano: dall’ “arcano della sapienza divina” si passa al “casto coniugio”, poi alla “trasmissione della vita umana”, poi alla “comunione familiare”, per arrivare infine alla “gioia dell’amore”. In trasparenza vediamo, attraverso questi nomi, affiorare una storia complessa, sofferta, problematica e insieme promettente. Il nuovo documento dovrà essere letto in questo “ampio respiro”, nella lunga campata di questa storia recente, ma non schiacciata sulla storia recentissima. Alla luce di questo ultimo documento gioioso, tutti gli altri prenderanno, inevitabilmente, colori e forme nuove. Come è bene che sia. Come è sempre stato, tutte le volte in cui la tradizione ha saputo mostrarsi e riconoscersi non solo “viva”, ma anche “sana”.

Pubblicato il 1 aprile 2016 nel blog: Come se non

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