Bassi: La famiglia, cura della società

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Abbiamo intervistato l’avv. Vincenzo Bassi, presidente della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (FAFCE), membro del Consiglio del Forum delle associazioni familiari, docente alla Lumsa e componente del board dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (UGCI).

In tempi come gli attuali di emergenza sociale, economica e sanitaria e di continui decreti, più o meno efficaci, detti Cura Italia, riproponiamo quella che, anche secondo la nostra Costituzione, dovrebbe essere la prima “risorsa” della società, ovvero la «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29).

Ne parliamo con Vincenzo Bassi, primo presidente italiano della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (FAFCE), la più importante rete associativa familiare di ispirazione cristiana del continente, con sede a Bruxelles, alla quale aderiscono una ventina di associazioni nazionali di altrettanti Paesi europei in rappresentanza di diverse decine di milioni di famiglie. L’Italia è rappresentata dal Forum delle associazioni familiari, che federa nel nostro Paese 47 associazioni nazionali e 18 Forum regionali, a loro volta composti da Forum locali e da 582 associazioni, per un totale di circa 5 milioni di famiglie.

– Avv. Bassi, come nasce e in cosa si sta concretizzando il suo impegno alla guida della Federazione delle associazioni familiari cattoliche europee?

Questo impegno nasce in maniera molto spontanea e direi anche naturale, vista la continuità d’intenti e di vedute con il mio predecessore, Antoine Renard, che apprezzo moltissimo. Inoltre, dopo nove anni di presidenza francese e dopo i complessivi 22 anni di esistenza delle Federazione, era arrivato il momento di un impegno più intenso del Forum italiano, membro quasi fin dalla sua creazione, ma che mai aveva detenuto la presidenza.

Un punto di svolta è stato anche il Consiglio di Presidenza di Roma nel giugno 2017 (riunione semestrale di tutti i presidenti e i rappresentanti delle associazioni familiari componenti la Federazione), all’occasione del 20° anniversario della Federazione. Questo è stato il primo Consiglio accolto dal Forum delle Famiglie nella nostra Capitale, che ha visto anche un’udienza privata con il Santo Padre, il quale ci ha incoraggiato con forza a continuare nel lavoro iniziato e ad ampliare il nostro campo di azione e la nostra rappresentatività.

Da allora si è notata anche una chiara domanda rispetto a un maggiore impegno di noi italiani, che veniva da tutti, riunendo approcci che sono storicamente e culturalmente diversi, come possono essere considerati ad esempio quello tedesco o quello polacco.

La FAFCE non è un monolite rigido, ma una realtà che unisce tante realtà associative diverse, con tutta la diversità che fa la ricchezza e la complessità della nostra Europa. Come italiani e, aggiungo, come cattolici italiani, abbiamo una responsabilità tutta particolare, che per la sua storia si fa capace di rispettare questa diversità e di farne la sintesi. Le nostre associazioni, come dicevo, sono decisamente variegate tra loro, per la loro storia e per il tipo di lavoro che svolgono sul terreno.

Quadro costituzionale

La nostra missione come FAFCE è portare queste esperienze in Europa, portare la voce delle famiglie presso le istituzioni europee, dare segno di unità ed essere testimoni della bellezza della rivelazione cristiana sul matrimonio e sulla famiglia.

– Prima di diventare presidente FAFCE, lei è stato per diversi anni responsabile giuridico del Forum delle famiglie italiano. A questo proposito le chiedo: com’è compatibile, non solo dal punto di vista politico ma anche giuridico, l’attuale ordinamento, per esempio del welfare, con il dettato della prima parte della nostra Costituzione?

Non è compatibile: urge ripensare il sistema, urge per essere fedeli allo spirito dei padri costituzionali che – parlando di famiglia come società naturale – non avevano in mente un concetto astratto o ideologico, ma il punto di partenza per la ricostruzione del Paese. Questo, oggi come allora, può diventare la chiave di volta della nostra rinascita.

È nei momenti di crisi che si è capaci di guardare all’essenziale e della vita nostra personale e delle nostre comunità. In questo senso, l’attuale emergenza si presenta come un’occasione preziosa che rischiamo di lasciarci sfuggire.

– Lei ha parlato di famiglia come cura della società da diverso tempo prima dello scoppio dell’attuale emergenza Covid-19. In passato ha peraltro definito quella della natalità «la grande emergenza dell’Europa». A maggior ragione quindi per la prossima e, speriamo imminente, ripartenza del Paese, su quali punti essenziali dovrebbero convergere tutte le forze politiche e sociali?

Senza famiglia non ci sono bambini e senza bambini non c’è futuro… Questo è un dato di fatto che è stato palesato dalla crisi in corso: il ruolo di ammortizzatore sociale svolto dalla famiglia e la sua capacità generativa non hanno prezzo per il contributo che sono capaci di dare alla comunità tutta intera e al bene comune.

– La famiglia è “cura” della società anzitutto perché è scuola di vita e di riconoscimento della complementarietà uomo-donna. Nella disarticolazione e opposizione dei ruoli maschio-femmina, donna-madre e padre-madre veicolati dai grandi media, come si possono riaffermare i valori naturali di riferimento sulla famiglia?

Parlando di generatività. Come dicevo, al giorno d’oggi – nella crisi attuale – si presentano due fattori come evidenti sotto gli occhi di tutti.

Da un lato, si torna a guardare all’essenziale: è evidente che la famiglia è il luogo della cura primordiale e della cura e della responsabilità nei confronti dei più deboli, è evidente che il Covid-19 colpisce maschi e femmine, non 65 e più generi diversi… è evidente che la famiglia è una risorsa insostituibile.

Dall’altro lato, però, notiamo una tendenza all’individualismo, all’isolamento, non solo per motivi di salute pubblica, ma anche per paura ad aprirsi e per conformismo. Per esempio, sono sempre più numerose le statistiche e gli articoli di opinionisti che parlano di un aumento dei divorzi dopo questo periodo di quarantena generalizzata… Ma nessuno si chiede quanti sono i matrimoni che si salvano in questo periodo, quante sono le relazioni curate e preservate dallo stress del tran tran quotidiano che hanno in queste settimane l’occasione di rinascere.

È urgente essere testimoni di questa rinascita, in maniera non conflittuale né polemica, ma in un modo che renda evidente – con fatti concreti – la capacità generativa della famiglia e del matrimonio.

Politiche e investimenti per la famiglia

– In periodi di crisi come quello che stiamo attraversando, oltre a misure immediate e di medio/breve termine, occorre mettere in campo anche una “strategia” di lungo termine per la riforma della società che, come sempre, non può che ripartire dal sistema scolastico, universitario e della formazione professionale. Ritrovando le radici del rispetto delle funzioni della famiglia, non crede che la promozione del diritto/dovere dei genitori di educare i propri figli sia una priorità da riconquistare e, da quest’ultimo punto di vista, dalla quale ripartire?

Certamente, una strategia di lungo termine è davvero necessaria. Il punto di ripartenza, secondo me, lo stiamo sperimentando proprio in questo periodo, tutti chiusi nelle nostre case in famiglia: a cominciare dallo sperimentare la famiglia come Chiesa domestica…

La Provvidenza ci sta in un certo qual modo obbligando a fare questa esperienza e a pregare con i nostri figli, a trasmettere loro direttamente la fede, senza delegare questo compito alla parrocchia e ad associazioni e realtà ecclesiali, che pure sono buone e devono poter dare il loro fondamentale contributo: penso che, come cristiani, spesso abbiamo dato il cattivo esempio in questo, delegando troppo e non assumendoci le nostre responsabilità di genitori cristiani.

In seguito, c’è tutta la tematica dell’educazione e del sistema scolastico: mai come in questo tempo i genitori sono stati in prima linea (in casa mia spesso si svolgono tre lezioni in contemporanea e mia moglie e io siamo spesso correttori nonché risolutori di problemi di matematica e di versioni di latino…).

Tutto questo ci sta mostrando il ruolo insostituibile della famiglia, cosi come anche della libertà di scelta educazionale che vediamo continuamente minacciata nel nostro Paese ma non solo. C’è tantissimo lavoro da fare.

– Venendo ora all’approccio specificamente economico delle politiche per la famiglia, ci può parlare cosa la FAFCE pensa di proporre per riattivare un rapporto virtuoso tra impresa, vita domestica e lavoro?

Si tratta di eliminare gli ostacoli perché le famiglie possano liberamente esercitare la loro funzione essenziale e insostituibile per il bene comune. La persona è troppo spesso considerata dalle politiche pubbliche come un individuo consumatore o lavoratore, ma mai nella sua funzione relazionale e – quindi – generativa, che si può espletare principalmente nel matrimonio e nella famiglia.

Questa funzione generativa, propria della famiglia, è la chiave di volta per riattivare il rapporto tra impresa, vita familiare e lavoro, in vista di una vera ripartenza economica: molte ricerche (ma anche l’esperienza personale di tanti) mostrano come una vita familiare serena ed un matrimonio siano sinonimo di maggiore produttività lavorativa e di una più marcata creatività nei lavoratori e negli imprenditori.

Se pensiamo al settore della sanità, oggi, dov’è che gli infermieri ed i medici, in questi giorni, potevano trovare riposo, conforto e consolazione (a parte la preghiera)? Gli applausi sui balconi, per quanto belli e simbolici, non avrebbero mai potuto sostituire il calore e il sostegno delle loro famiglie.

– Pochi giorni prima dello scoppio della pandemia ha scritto per L’Osservatore Romano un articolo sul “coraggio” di essere apostoli nei tempi di vita e di lavoro ordinario (Il tempo del coraggio, 4 marzo 2020, p. 7). Non crede che in questo periodo di crisi le tante difficoltà che stiamo affrontando come Paese stiano facendo cadere a molti i muri e le “difese” alla testimonianza cristiana?

Decisamente. Non a caso quest’articolo è stato redatto prima di questa pandemia… in un momento in cui le circostanze attuali erano ancora impensabili. Davvero questo è un tempo di prova e anche di grazia, come affermano i vescovi europei cattolici e protestanti in un messaggio congiunto dei loro rappresentanti a Bruxelles in vista della Pasqua. Come ci invita il card. Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE (Commissione degli episcopati dell’Unione Europea), «Dio è più forte della morte!».

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