Capitani coraggiosi a Oran e Modena

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A circa sei mesi dalla presentazione ufficiale di Amoris lætitia (8 aprile-8 ottobre), inizio con questo post una piccola rassegna di ciò che possiamo chiamare prima recezione di AL.
Voglio cominciare con due interventi molto significativi, di due bravi pastori, i vescovi di Oran e di Modena-Nonantola, che hanno preso sul serio non solo la sfida di Amoris lætitia, ma anche il compito di mediarla nella loro diocesi e nella Chiesa di oggi.

a) Un articolo su Concilium di mons. J.P. Vesco, vescovo di Oran (Algeria)

Jean-Paul Vesco

Jean-Paul Vesco, vescovo di Oran (Algeria)

Sul numero di Concilium che esce in libreria in questi giorni troviamo un gustoso articolo a firma di mons. Vesco, dal titolo: Papa Francesco ha fatto opera di tradizioneSu Amoris lætitia (Concilium, 52 [2016/] 145-149). Il testo, nella sua incisiva brevità, si segnala per una serie di considerazioni che possiamo ritenere esemplari. Le presento in sintesi, con alcune importanti citazioni:

– AL è “opera di tradizione”

Nonostante il “silenzio assordante” con cui AL viene spesso recepita – sia da coloro che la temono come troppo, sia da coloro che snobbano come troppo poco – mons. Vesco, che per formazione è avvocato e per vocazione domenicano, identifica la strada percorsa da AL come diversa da una «nuova legge generale» sulla materia familiare: essa deve essere riletta piuttosto spogliandosi della pretesa di «definirla astrattamente». Ogni elemento della tradizione cristiana e cattolica – dalla Scrittura fino a Familiaris consortio – deve essere integrato con cura all’interno di questa rilettura, ma senza la pretesa che un punto costituisca, di per sé, la soluzione definitiva delle questioni.

– L’evoluzione e la rivoluzione sono interne alla tradizione

«Si introduce un elemento totalmente innovatore: la messa in conto del carattere irreversibile di situazioni matrimoniali e familiari “che non permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa” (AL 301). Dal momento che “nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo” (AL 297), questo carattere definitivo di una situazione non può più essere de facto un ostacolo insormontabile al sacramento della riconciliazione. C’è qui una vera evoluzione o rivoluzione rispetto alla esortazione apostolica Familiaris consortio: una persona può ormai trovarsi in una situazione oggettiva di peccato e avere peraltro la possibilità di ricevere il sacramento della riconciliazione a condizione, certo, che il carattere oggettivamente irregolare della sua situazione sia da lei riconosciuto, che ci sia stata una elaborazione in funzione della verità e che la contrizione sia reale». (147-148)

– Oltre ogni tradizionalismo

«Partendo da una posizione magisteriale che deriva dalla tradizione della Chiesa e sulla quale egli si basa, avendo convocato due sinodi al fine di permettere un dibattito il più ampio possibile, papa Francesco fa legittimamente opera di tradizione riproponendo l’incitamento di san Giovanni Paolo II a distinguere tra le situazioni individuali fino a permettere di aprire, per alcune di esse, al sacramento della riconciliazione e dunque all’accesso alla comunione eucaristica. E ciò senza obbligo di una previa separazione o senza obbligo di vivere “come fratello e sorella”» (148).

– Le nuove responsabilità dei presbiteri

«Quindi, dopo la lettura di questa esortazione, non sarà più possibile a un prete rispondere in coscienza a una persona divorziata risposata: “Mi perdoni, ma a causa della sua situazione matrimoniale io non sono autorizzato a raccogliere la sua confessione”. Gli occorrerà oramai entrare con quella persona nella singolarità della sua storia, prendere atto della coscienza che lei ha delle sue responsabilità nella situazione sua propria e delle eventuali possibilità di fare evolvere questa situazione, farsi carico del lavoro di riconciliazione e, all’occorrenza, della riparazione che è stata intrapresa» (148).

– Il ruolo della dottrina

«In fondo, prima che la dottrina in sé, ciò che cambia radicalmente è il posto stesso della dottrina nella relazione tra una persona e Dio. […] In AL, come in tutto il suo magistero, papa Francesco riafferma che la Chiesa non è in primo luogo dottrinale – e ciò cambia molto nel suo rapporto con il mondo. Egli chiama a una rivoluzione dello sguardo e ci invita ad avere lo stesso sguardo che Gesù aveva per le persone che incontrava. È così semplice. E pure esigente» (149).

b) Una lettera pastorale di mons. E. Castellucci (Arcidiocesi di Modena-Nonantola)

È il Signore che costruisce la casa

Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola

Accanto a questa recezione aperta e sincera del testo di AL, ci sono i primi segni di una recezione “organica” e “strutturale” del testo dell’esortazione a livello di vita diocesana. Forse il primo ad aver fatto un passo compiuto tanto importante è mons. Erio Castellucci, che ha scritto un documento di 64 pagine dal titolo: È il Signore che costruisce la casa. “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare” (AL 325).

Si tratta della prima lettera pastorale di un arcivescovo che è integralmente destinata alla “traduzione” dell’esortazione apostolica nella vita diocesana. Per questo ha un valore esemplare che merita una grande attenzione. Avrò modo di tornare su questo testo importante, ma per ora mi limito a indicarne le caratteristiche peculiari e la struttura, anche riportando alcune citazioni del testo.

Un impianto “domestico”

Tutto il senso della “pastorale familiare” viene tradotto in una esperienza di “casa”. Se scorriamo l’indice troviamo questa sequenza: I. Una casa di grandi dimensioni, II. Una casa in costruzione, III. Una casa in restauro, IV. Una casa dalle fondamenta e struttura solide, V. Una casa aperta alla comunità civile e religiosa.

Questo impianto ha anche caratterizzato la preparazione del documento, che ha coinvolto tutte le istanze della diocesi, passando attraverso una tre giorni, nel giugno 2016. Il grande obiettivo è questo:

«La Chiesa “in uscita”, e non arroccata su se stessa, che il papa prospetta nella Evangelii gaudium è una comunità non tanto che va “per strada”, ma che “fa strada” con le persone, prendendole per mano dal punto in cui sono verso la meta. Noi desideriamo “fare strada” con le famiglie, perché siano le famiglie stesse a prendere per mano le altre famiglie – assumendone le fragilità materiali, affettive, morali e spirituali – e incoraggiarle a camminare verso il Signore» (5).

La tensione alla “recezione”

Il testo è tutto orientato a comprendere e tradurre il movimento che in AL è iniziato. Non dal nulla, ma da qualcosa di già esistente, che deve essere riorientato, riorganizzato e ripensato.

«Siamo chiamati a passare da una pastorale della perfezione a una pastorale della conversione: dove la meta, la dottrina, rimane la stessa, ma viene evidenziata la necessità di accompagnare verso la meta e non di sedersi alla meta per additare la posizione di chi sta camminando per strada» (5).

«L’esortazione apostolica è un documento del “sì”, dove anche i “no” – come quelli detti con chiarezza all’individualismo, alla libertà sfrenata, al narcisismo, all’ideologia del gender, e a tutte quelle impostazioni che connotano la cultura del relativismo (cf. AL cap. II) – vengono pronunciati per fare risaltare la bellezza e la purezza dell’amore, degli affetti, della sessualità, del matrimonio e della famiglia» (8).

Un’accurata articolazione della cura pastorale

È davvero impressionante come il “piccolo Sinodo di Modena” abbia saputo elaborare nel dettaglio una serie di “piste”, “uffici”, “referenti”, che si trovano elencati con minuziosa precisione nei cap. II-III, dedicati alla “costruzione” della casa o al suo “restauro”, continuamente interrotti dalla segnalazione di uffici o gruppi che si dedicano a seguire un aspetto particolare della fisiologia o della patologia familiare.

Il lento lavoro di assimilazione dei nuovi principi

Nel terzo capitolo della lettera si prevedono tutti i casi in cui coloro che vivono condizioni “incomplete” di appartenenza ecclesiale possono rimediare:

«Se viene stabilito che il precedente matrimonio è valido, rimane la possibilità di accettare una condizione di partecipazione alla vita ecclesiale che non si esprima anche nella comunione eucaristica – e in questo caso è interamente valido quanto era stato stabilito in precedenza ed è stato sopra ricordato – oppure di intraprendere un percorso che possa sfociare nel riaccostamento alla comunione eucaristica, pur permanendo la situazione di convivenza non sacramentale; possibilità, questa, che rappresenta una novità della AL, approvata con stretta maggioranza dai padri sinodali. Papa Francesco preferisce utilizzare anche in questa situazione la categoria di completo/incompleto, anziché quella di regolare/irregolare. La prima risponde all’idea del tempo, la seconda all’idea dello spazio» (35).

«Papa Francesco vuole aiutarci a capire che anche le situazioni incomplete possono camminare verso una completezza, perché nessuno deve essere escluso per sempre finché cammina su questa terra» (36).

La “parrhesia” disciplinare e dottrinale

Il respiro storico dello sguardo appare qui di grande lungimiranza:

«In fondo la situazione di oggi presenta aspetti simili a quella che si era creata nel V-VI secolo d.C., quando il sacramento della penitenza si poteva ricevere una sola volta nella vita e molti non potevano ricevere l’eucaristia: o perché ancora catecumeni e quindi non ancora battezzati, o perché avevano compiuto grossi peccati dopo il battesimo, o perché erano in cammino penitenziale verso l’assoluzione sacramentale, o infine perché, avendo già ricevuto l’unica possibile assoluzione, erano caduti di nuovo in un peccato grave. La comunità considerava queste persone “fratelli”, pregava per loro e li accompagnava in un percorso al proprio interno. In quella situazione di stallo la Chiesa, attraverso l’introduzione graduale della penitenza ripetibile, decise di adattare meglio la disciplina penitenziale alla mutata situazione pastorale» (39-40).

Ma della casa si parla anche in rapporto alle sue “fondamenta” e alle sue stanze poco visitate, alle cantine e agli angoli dimenticati (cap. IV). A tutto questo dovrebbe essere aggiunto anche l’ultimo capitolo della Lettera (cap. V), dedicato alla “apertura” della casa alla comunità civile e religiosa, dove il tema del rapporto famiglia, città e stato è svolto con lucidità e garbo. Sono solo alcuni spunti di un testo ampio, articolato e dettagliato, sul quale dovremo tornare, ma che attesta con piena evidenza l’inizio di una recezione ufficiale e promettente dell’esortazione apostolica AL. Un ottimo esempio di “vigilanza episcopale”, di quel vigilare che non tema il futuro di Dio, ma lo attende e lo prepara.

Pubblicato il 4 ottobre 2016 nel blog: Come se non

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2 Commenti

  1. Erick 27 dicembre 2016
  2. Erick 27 dicembre 2016

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