Celibi: una vocazione o uno stato?

di:
celibi

Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash

Fra le rivoluzioni silenziose in atto vi è la crescita delle famiglie mononucleari o unipersonali. Un dato ormai socialmente rilevante, che pone nuove domande alla pastorale per gran parte proiettata sulle famiglie e sulle coppie.

Per i celibi pare non esserci alcuna proposta e poca attenzione. Per questo è utile segnalare i primi elementi di una consapevolezza destinata a crescere, come un articolo apparso su Etudes (10,2022, pp. 81-92) a firma di Christelle Javary.

In Francia sono 12 milioni le persone che vivono da sole (non sposati, divorziati, vedovi e vedove ecc.). Ma il fenomeno non è meno rilevante in Italia. In un articolo di Roberto Volpi sulla base dei dati del censimento nazionale del 2021 (Corriere della sera, 21 agosto 2022) si afferma che, su 56 milioni di abitanti, vi sono in Italia 8,5 milioni di persone che vivono sole. Se, nel 2001, il rapporto tra famiglie composte di un solo elemento e famiglie con figli stavano in una proporzione di 58 a 100, nel 2011 di 79 a 100, nel 2022 il rapporto si è rovesciato, 102 a 100.

I celibi oggi rappresentano una famiglia su tre dei 25,6 milioni di famiglie italiane. Per quanti vivono fuori della famiglia, fra i 25 e i 34 anni, 1,4 milioni di persone non sono sposate. Per gran parte sono collocate nelle aree metropolitane e al Nord. Un cambiamento che alza molte domande sul versante professionale, economico, abitativo ecc. Ma, in particolare, sul tema della famiglia e della fecondità. Secondo stime dell’ONU entro il 2100 l’Italia può perdere 22 milioni di persone.

Il dibattito sulla maternità, voluta o rifiutata, emerge anche sui media. Sono indicativi alcuni podcast de La Stampa dal titolo: «Da quando ho dei figli per me sono meraviglia e rottura»; «Non ho figli e non ne faccio una bandiera»; «Sono mamma per incoscienza»; «Nessuno mi chiamerà mamma»; «I figli che non voglio».

Domande, attitudini, attese

Delle domande sul versante ecclesiale vi sono scarse tracce. Fra queste: qualche riga del Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1658), un passaggio del discorso di Giovanni Paolo II il 20 settembre 1996, un cenno in Amoris laetitia (n. 196) e un numero dell’esortazione apostolica Christus vivit (n. 267).

La maggioranza dei celibi cristiani si sentono emarginati in una Chiesa dove gli stati di vita riconosciuti sono quelli consacrati e quelli familiari, specchio di una certa emarginazione anche sociale. Come gente “non riuscita”.

Le attitudini che sembrano connotare questa porzione del popolo di Dio sono: risentimenti dolorosi, bisogno di speranza, ricerca di fecondità. Fra le loro attese vi è anzitutto quella di parlare positivamente del corpo, non come nemico da piegare, ma come un dono da sviluppare. Non è necessaria una sistematica relazione sessuale per vivere appieno la propria mascolinità o femminilità.

La seconda attitudine da sviluppare è il sentimento di vivere nell’attesa, con una certa difficoltà a prendere in mano la propria vita. Diventa difficile per loro acquistare un appartamento, cambiare lavoro, trasferirsi altrove. Il futuro non è scandito dall’attesa di figli e da una vecchiaia accudita. La prospettiva di un incontro decisivo li espone ad errori e a diventare vittime di un mercato effimero. Essi possono tuttavia mostrare che il presente è comunque prezioso e può essere vissuto in pienezza, anche davanti a Dio.

Un terzo atteggiamento è la ricerca di fecondità. In assenza di figli, diventa grande la tentazione di sostituire il preteso fallimento affettivo con il successo professionale, che non sarà comunque mai sufficiente per dare completezza a una persona.

Va rimarcato, tuttavia, che il dono di sé vale per il matrimonio, per la consacrazione e per il celibe allo stesso titolo e che la fecondità non si misura soltanto con il numero di figli. È piuttosto una disponibilità interiore e un gesto di obbedienza a Dio. Più che sviluppare una specifica pastorale per loro, vanno riconosciuti i loro doni e carismi dentro il vissuto della vita ecclesiale.

Elementi di attenzione nei loro confronti si registrano anche in altre confessioni cristiane. Per esempio, nel volume della teologa protestante americana Christina S. Hitchcock che ha dedicato uno studio alla vita dei “singoli” (The significance of singleness) o in un passaggio di un testo conciliare ortodosso Per la vita del mondo. Verso un ethos sociale della Chiesa ortodossa ai nn. 20 e 28.

Nel primo si dice: «Tradizionalmente l’ortodossia tendeva a riconoscere solo due stati, quello monastico e quello del matrimonio, ma sarebbe una profonda inadempienza della responsabilità pastorale della Chiesa il non riconoscere che, mentre la vita da celibe era assai rara nelle generazioni precedenti, cambiamenti culturali e sociali nell’era moderna l’hanno ora resa considerevolmente più comune».

Stato di vita (forse provvisorio)

In Francia vi sono i collettivi “celibatari nella Chiesa” che funzionano dal 2017. Il collegio Bernardins vi ha dedicato due colloqui. Si può registrare un numero di Documents Episcopat («Celibi, celibe. Quali prospettive nella Chiesa?» n. 3, 2010); il volume di D. de Monleon Cabaret, Dio non mi ha dimenticato. Prospettive per celibatari, Saint Paul 2013; Io esisto. Uno sguardo diverso sui celibatari, Emmanuel 2020; il saggio di Christoph Theobald, «Quale cammino proporre alle persone che non sono chiamate al matrimonio o alla vita consacrata?», nel volume Sinodo sulla vocazione e missione della famiglia nella Chiesa, Bayard 2016).

Difficile per loro poter parlare di “vocazione” perché spesso non è una scelta voluta ma un dato di fatto. Del resto, anche per la scelta matrimoniale l’indicazione di “vocazione” è assai tardiva. Ma come il matrimonio è stato progressivamente valorizzato per quello che è in sé stesso e non in ragione della scelta celibataria ministeriale o religiosa, così per il celibe. La sua appartenenza alla Chiesa è piena grazie al battesimo e con esso è chiamato alla santità.

Usare l’espressione “stato di vita” «forse fa meno sognare ma è più prudente e realista. Se sono celibe, è il mio stato di vita, lo stato della mia vita oggi, che non impegna l’avvenire ma mi invita a prendere sul serio l’hic et nunc (qui e ora), la realtà di quello che io sono e di quanto mi viene offerto ora» (Etudes p. 86).

Il termine “stato di vita” riappare nel suo senso strumentale, utile per indicare una nascente identità cristiana, quella appunto dei celibi.

Print Friendly, PDF & Email

5 Commenti

  1. Giuliana Babini 1 novembre 2022
  2. Eva Ereno 28 ottobre 2022
  3. Pietro 27 ottobre 2022
  4. Fabio Cittadini 26 ottobre 2022
    • Giuliana Babini 1 novembre 2022

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi