Dall’Amoris lætitia ai quattro cardinali

di: Michele Giulio Masciarelli
I. La “forza” dell’interrogare

1. Si può parlare in spirito di famiglia e con cuore fraterno? In nome della familiarità che nasce professando lo stesso Credo e della comune Mensa, ma anche con totale rispetto, intendo prendere posizione sulla Lettera che quattro cardinali (Walter Brandmüller, già presidente del Pontificio comitato di scienze storiche; Raymond L. Burke, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, e gli ex arcivescovi Carlo Caffarradi Bologna e Joachim Meisnerdi Colonia) consegnarono nelle mani del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 19 settembre scorso e che è stata resa pubblica lunedì 14 novembre da due blogs italiani. Questa Lettera, essendo stata resa pubblica, autorizza chiunque la legga a dire la sua, anche chi pratica teologia e pastorale: a questo titolo, prendo anch’io la parola nel convinto rispetto dello spirito di famiglia, perché, come ricordava papa Francesco appena eletto: «Nella Chiesa, la linfa vitale è l’amore di Dio che si concretizza nell’amare lui e gli altri, tutti, senza distinzioni e misura. La Chiesa è famiglia in cui si ama e si è amati».[1]

2. Prima dei “dubia” non c’è altro? Per non deludere chi legge, dico subito che non mi propongo affatto di rispondere ai “dubia” dei quattro signori cardinali. Mi limito, invece, a domandare; un atto discreto, mite, che dispone di una particolare efficacia: mi affido, cioè, a quella che Edmond Jabés chiama la “forza dell’interrogazione”.

In particolare pongo sei grandi domande che lascio alla loro nudità, ma che formano, per così dire, una filigrana rovesciata di quanto mi accingo a dire, in occasione della Lettera dei quattro signori cardinali:

1) Ci si sforza di capire a fondo il nostro “mondo del post” (con il suo pensiero post-moderno, con la sua idea di post-umanesimo ecc.)?

2) Ci si sforza di accostare l’uomo contemporaneo illuminandolo con la luce della fede, se ha perso il senso di Dio; rieducandolo, se ha perso il senso dell’umano; convertendolo, se ha smarrito la strada del bene: tre cose che non prevedono l’insulto?

3) Si è disposti a svegliare le dovute attenzioni teologiche e pastorali nel leggere l’Amoris lætitia?

4) Ci si impegna a cogliere lo spirito di fondo dell’Amoris lætitia?

5) Si cerca la garanzia della verità cristiana dall’insegnamento di chi la può dare?

6) Accettando la sollecitazione di uno degli insegnamenti più importanti di papa Bergoglio sulla Chiesa, si compie lo sforzo di accogliere il “principio sinodale” e di esercitarsi nella “metodologia” sinodale?

Il mio convincimento teologico è che certe difficoltà che s’incontrano nell’esperienza di Chiesa e di missione oggi, cadono dentro il perimetro di questo molteplice domandare, al quale non si dà ancora adeguata risposta. La prima cosa seria da fare, perciò, non è rispondere, ma continuare a domandare, a nostra volta, perché prima dei noti “dubia” c’è altro. Su quest’altro cerco di riflettere a voce alta con voi.

3. L’ecclesiologia del Concilio è un “optional”? Sui passi della Chiesa pellegrina, che tutti noi siamo, s’irradia la policroma e sfumata luce del Vaticano II, soprattutto con quattro parole: essa è mistero, è oggetto-non oggetto di conoscenza credente più che un puro oggetto dei nostri approcci conoscitivi razionali, spesso condizionati da visioni particolaristiche e da ubbie personali; essa il popolo di Dio, un popolo di fratelli e sorelle che vivono una rigorosa comunione, ma non in modo fusionale, dove i padri ascoltano i figli (tutti e non solo alcuni) e dove i figli non prendono il posto dei padri; essa è un sacramento, una realtà complessa che disapprova la tentazione di semplificarla, di chiuderla negli stretti spazi di una sola epoca storica, di una sola scuola teologica, di un solo circolo ecclesiastico, talora tenuto insieme per omogeneità mai o poco sottoposte a verifiche evangeliche. Ma, in un’ottica più larga, chiediamoci: c’è o no un deficit della matrice conciliare nel nostro essere Chiesa, nel nostro fare missione? è proprio il deficit di ecclesiologia conciliare la causa di non saper gestire i problemi che dal suo seme riformatore sono stati provvidenzialmente suscitati.

II. La discrezione dell’invitare

1. Invito ad accogliere la forma di “Chiesa misericordiosa” di Francesco. L’idea di Chiesa timbrata col sigillo della misericordia è così presente, rimarchevole e insistita da parte di papa Francesco che è presente pressoché in ogni suo discorso o documento: lo è poi, in modo decisivo nell’esortazione Evangelii gaudium (EG) (nn. 4, 24),[2] che è da considerare la matrice dell’Amoris lætitia, nella quale la misericordia è la stele di riferimento dominante (cf. nn. 5, 6).[3] Il 16 giugno 2014, nell’Aula Paolo VI, Francesco, aprendo un Convegno pastorale diocesano di Roma, a larghi tratteggi ha disegnato gli stili di una Chiesa misericordiosa, ricavabili da quanto quel giorno proponeva alla comunità eucaristica della parrocchia. Chiedeva che la Chiesa:

1) sappia accogliere con sentimenti materni,
2) mostri sempre tenerezza con tutti,
3) coltivi la memoria di popolo di Dio,
4) sappia guardare al futuro con speranza,
5) voglia trattare gli uomini con quella pazienza che permette di sopportarsi l’uno con l’altro,
6) abbia un cuore dall’apertura smisurata,
7) possegga la dolcezza dello sguardo di Gesù,
8) abbia maternamente la porta sempre aperta verso tutti.[4]

2. Invito a rispettare il “cuore tematico” dell’Amoris lætitia. Questa esortazione apostolica tratta anzitutto dell’amore coniugale (con sforamenti anche nell’intero ambito della Chiesa e della sua pastorale). Tale primalità va tenuta presente anche nella dimensione del matrimonio e dei suoi aspetti critici (cf. nn. 300-305), che, tuttavia, non possono diventare il primo tema dell’esortazione perché non lo sono e perché l’AL e lo spirito di essa non lo consentono. Domandiamoci:

1) non è fortemente problematico uscire dall’alveo principale di un documento ecclesiastico per concentrarsi su alcuni punti di esso, sia pure rilevanti?

2) concentrandosi solo sui i numeri 300-305 significa che su tutto il resto si è d’accordo o meno?

3) le domande sui cinque numeri dell’AL sono posti pensando che tutto il resto non possa affatto aiutare a dare risposte ai “dubia”? Di questa esortazione apostolica, insomma, va colto anzitutto il “cuore tematico”, il tronco dell’albero e poi le sue ramificazioni.

3. Invito a valorizzare la “gioia”, parola-madre dell’Amoris lætitia. Queste due parole, gaudio e letizia, sono il cantus firmus delle due esortazioni apostoliche di papa Francesco. Esse convergono nella parola “gioia”, che è stata già onorata con un’esortazione apostolica da Paolo VI,[5] un papa che viveva la gioia coniugandola con l’alfabeto del dolore e dello stupore che evita sempre lo sguardo distratto. Papa Montini praticava una “gioia velata”: anche la gioia, in lui, doveva incontrarsi con “la probità del suo genio tormentato”, per usare un’espressione a lui riferita da Alphonse Dupront.[6] Nota a tutti è, poi, l’insistenza di papa Ratzinger sulla gioia, tanto da essere, questa, una nota qualificante del suo magistero e della sua spiritualità.[7] Sulla stessa scia di luce passa papa Bergoglio che, nei suoi scritti pastorali argentini, ha qualificato la gioia come «nuova», «creativa», «spirituale», «profonda», «intima», «immensa», «irrefrenabile», «eterna», «piena», «escatologica».[8] Per lui pare proprio che gaudio e letizia debbano collocarsi nell’ordine dei fini sia della Chiesa e della missione d’oggi (l’EG), sia della famiglia e della sua pastorale (l’AL). L’intenzione di fondo di uno scritto non è ciò a cui bisogna dare maggiore attenzione? Come si fa, allora, a non tenere in privilegiata considerazione la gioia, quale fine dell’AL?

III. L’intraprendenza del consigliare

1. Porre l’“idea fissa” di Dio come principio di storia della salvezza. La salvezza di tutti gli uomini, se riusciamo a dirlo con rispetto, è l’“idea fissa” di Dio, che obbliga, di conseguenza, tutti i cristiani a rispettarla ad ogni costo. Questa “idea fissa” è il filo forte che collega tutte le parole dette e tutti i gesti mostrati da Dio nella Rivelazione, che trovano un’efficace sintesi nell’espressione di san Paolo: Dio «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). Tale proposito salvifico del Padre è giunto a piena rivelazione nei tempi nuovi inaugurati da Gesù.[9] Pertanto, in cima alle preoccupazioni di Francesco, quale pastore universale, è quella di chiamare la Chiesa a obbedire nel modo più rigoroso alla volontà salvifica del Dio trinitario.

Papa Bergoglio, anche nell’Amoris lætitia, mostra che questa è la prima obbedienza della Chiesa, perché, con un simile Dio, non c’è possibilità di avallare un comportamento ispirato al giudizio, alla condanna o all’indifferenza nei confronti di fratelli deboli che non riescono a portare il giusto passo dei pellegrini verso il Cielo trinitario.

2. Spostare la misericordia dall’alveo delle virtù morali all’ordine dei principi. Bisogna porre i temi dell’Amoris lætitia nei giusti alvei teologici. Anzitutto, Francesco nell’AL parla della «logica dell’amore cristiano» (n. 98), appella alla «logica del Vangelo» riguardo al perdono (n. 297), esorta ad esercitare la «logica dell’accoglienza» (n. 47) e la «logica della compassione» (n. 307) verso le persone fragili e raccomanda la «logica dell’integrazione» (n. 299) per i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente. Si parla di «logica», dunque, non di sparsi richiami alla misericordia, cui riconosce continuamente col suo magistero – ma anche con la sintassi dei suoi gesti simbolici – la primalità, la centralità e l’ultimità.

Ciò spinge i teologi a considerare uno spostamento importante della teologia fondamentale nei suoi punti di partenza, nei suoi orientamenti finali: questi non vanno collocati più al di qua del principio-misericordia.

Inoltre, la teologia fondamentale è chiamata a compiere un’essenziale colmatura dei vuoti che non contengono le ragioni della misericordia perché è come inchiodata al rapporto fede-ragione, non conoscendo l’incontro col principio-misericordia che regge tutta la Rivelazione dalla protologia all’escatologia. Veramente, non si capisce come essa possa farne a meno, dal momento che la prima verità infallibile è proprio la misericordia.[10] Afferma uno dei teologi più affidabili di oggi: «La mia impressione è che, proponendo la “misericordia” come nome di Dio, alla luce della quale vivere e interpretare la nostra fede e il nostro comportamento cristiani, Francesco ci inviti a intraprendere uno spostamento significativo». E ricollega, in tal modo, Francesco a papa Roncalli, del quale questo illuminato teologo aveva scritto l’anno prima che Bergoglio diventasse papa: «[Giovanni XXIII] ha dato all’amore quel primato fino ad allora riconosciuto alla verità».[11]

3. Spostare l’Amoris lætitia dalla sacramentaria alla teologia fondamentale. L’AL, prima d’affrontare problemi di natura morale, pone anzitutto problemi di teologia fondamentale, provocando tale teologia a ripensarsi oltrepassando i soli asse fede-ragione, fede-dottrina, fede-verità. La reazione negativa ai cinque numeri dell’AL, sgarbatamente scardinati dal suo insieme, pone problemi di ecclesiologia fondamentale che possiamo evidenziare ancora col registro dell’interrogazione:

1) compito di confermare nella fede e di autenticarne la verità è del vescovo di Roma-papa o di alcuni esponenti del clero di Roma, quali sono i cardinali?

2) si può rifiutare privatisticamente un documento magisteriale del papa, in gran parte (anche nei punti “dubitati”) voce di due eventi sinodali?[12]

3) chi dà a degli ecclesiastici, che agiscono privatisticamente, l’autorità di disfarsi di due Sinodi?

4) in tanti anni d’insegnamento di teologia fondamentale ho frequentato la metodologia di costruire il discorso teologico appoggiandomi alle voci magisteriali espresse nel tempo della Chiesa, fra le quali quelle sinodali: ora i nostri due Sinodi, autenticati e fatti propri dal pontefice, sarebbero ciottoli di strada da scansare e non pietre per costruire l’edificio teologico? Che cosa manca ai due Sinodi romani di papa Francesco per essere veri Sinodi, capaci di produrre magistero? Che cosa ha di più il secondo Sinodo di Giovanni Paolo II, sfociato nell’esortazione apostolica Familiaris consortio (22.11.1981)?

L’AL è certamente un atto di magistero, col quale papa Bergoglio esercita la sua facoltà pontificale di pastore, maestro e dottore della fede. Amoris lætitia è, anzi, una preziosa e impegnativa lezione di sacra doctrina che riconduce all’attualità della parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa.[13] L’AL è «opera di tradizione» nel senso che – per il tema trattato – si offre a ogni elemento della tradizione cristiana e cattolica – dalla Scrittura fino alla Familiaris consortio – come spazio per integrarsi in esso, senza la pretesa di scrivere una «nuova legge generale» sulla materia familiare e senza l’intenzione di «definirla astrattamente».[14]

4. La Chiesa è solo maestra o anche madre? Chiediamolo anzitutto per Gesù: egli è solo maestro o anche redentore e salvatore dell’uomo? Ha solo predicato o è anche salito in Croce per i suoi fratelli? Giudicherà dopo essere stato salvatore o lo farà restando salvatore, fratello e avvocato di chi giudica? Il “libro del giudizio” si troverà o no, alla fine, nelle mani ferite di chi è morto per colui che giudicherà col “codice” della misericordia?

Ebbene, neppure la Chiesa è solo maestra. Essa è anche madre e, in quanto tale, può usare la “forza del perdono” (scaturita dal cuore squarciato del Crocifisso) sull’esistenza ferita dei suoi figli e delle sue figlie? È possibile che faccia sentire loro la forza sanante della misericordia, che il Dio trinitario vuole salvare ogni uomo? Non è questa la prima obbedienza della Chiesa?

Ma, allora, chiediamoci: collaboriamo – tutti – con questo Dio di misericordia nel modo più estremo, cercando d’irradiare, anche sulle famiglie ferite e disastrate, le luci dell’espiazione, della redenzione, della pietà, dell’amore? La Chiesa, dinanzi al fatto del fallimento irrimediabile dei suoi figli (non dinanzi al loro diritto di fallire!), deve assistere e arrendersi al fallimento stesso o può intervenire dando una sanazione di grazia? Essa può fare loro  – nel tempo – l’offerta dell’opera redentrice di Cristo? La Chiesa potrebbe attingere anche alla forza e alla luce dello Spirito, che Gesù ha promesso come colui che avrebbe rivelato la verità tutta intera (Gv 16,12-15)? Potrebbe, in altri termini, adottare una soluzione di misericordia – concreta e singolare – con una sanazione di grazia?[15] Sono domande che si è posta l’AL cercando soluzioni di misericordia, affidate a cammini di accompagnamento, di discernimento, di gradualità, d’integrazione e di conversione.

IV. Ai bordi dell’Amoris lætitia

1. Cogliere lo spirito di fondo dell’esortazione apostolica di papa Francesco. L’AL si pone nel vento del Concilio, esortando a riscoprire l’annuncio dell’amore coniugale senza retorica, ma tra realismo e speranza sulla scia della Gaudium et spes (cf. nn. 47-52). In questa linea conciliare, ripresa dal magistero papale successivo, l’AL invita a scrutare dentro la realtà coniugale e familiare, come la “grande inchiesta” operata su di esse dal Sinodo 2014 ha insegnato a fare. In essa si riflette l’innovativo magistero di papa Francesco, sviluppato in una prospettiva fortemente missionaria e pastorale:

1) solidamente retta dal principio-misericordia (la parola più frequente del suo magistero);

2) concepita come un cammino sinodale del popolo di Dio compiuto da tutti i soggetti che lo compongono.

2. Avere “correttezza ermeneutica” nell’interpretare l’AL. È acclarato che il contesto e il fine di qualsiasi scritto siano considerati determinanti per la comprensione delle sue parti: perciò non si può ridurre l’AL ai soli nn. 300-305, pur non negando che questi trattino aspetti critici, punti scottanti sui quali si può e si deve riflettere cercando le risposte già dentro l’esortazione. In concreto, si tratta di:

1) far proprie le nuove parole delle prospettive pastorali: accoglienza (n. 47), accompagnamento (nn. 36, 38),[16] discernimento (nn. 6, 37),[17] integrazione (nn. 46, 47);[18]

2) di far proprie le parole nuove della metodologia pastorale: anzitutto, nello sforzo di dar risposte agli interrogativi posti dalle situazioni difficili (nn. 300-305).[19] Tutto ciò dovrà avvenire tenendo conto di tre criteri:

a) esaminare persona per persona (emerge dall’interno del discernere, una delle cose più insistite dall’AL);

b) mirare al bene possibile (n. 308);

3) attuare il criterio della gradualità.[20]

Interroghiamoci ancora:

– perché non si pone l’accento prevalente sulle parole nuove delle prospettive pastorali e della metodologia pastorale, decongestionandosi dalla sola preoccupazione dottrinale?

– perché non ci si esercita – a livello di singoli, di gruppi, di organismi pastorali, di assemblee presbiterali – nel provare a riferire le angolature pastorali nuove dell’AL alle situazioni difficili trattate nei nn. 300-305 di essa?

3. Non scegliere fra papi. Si constata una tendenza a scegliere fra papi, che non è solo di oggi: gli inizi del pontificato di Giovanni XXIII hanno conosciuto un ricordo polemico del papato di Pio XII che ha stentato a smorzarsi, tanto che Paolo VI ritenne di dovere presentare insieme i loro processi di canonizzazione, per non lasciare opporre le figure dei due uomini di Dio. I papi non possono essere oggetto di scelta: sono tutti soggetti della storia della Chiesa con una loro propria incidenza in essa. Essi vanno visti in continuità: non si può restare fermi alla dottrina di un papa senza accettare quella di chi viene dopo e può sviluppare quella dei suoi predecessori. Ha fatto bene papa Bergoglio a ricordare nel Discorso ai nunzi, da ultimo: «Qui Pietro c’è fin dagli albori della Chiesa; qui Pietro c’è oggi nel papa che la Provvidenza ha voluto che ci fosse; qui Pietro ci sarà domani, ci sarà sempre! Così ha voluto il Signore: che l’umanità impotente, che di per sé sarebbe soltanto pietra d’inciampo, diventasse per divina disposizione roccia incrollabile».[21]

a) Da Wojtyla a Bergoglio. Una sostanziale continuità c’è stata fra le linee pontificali di Wojtyla e di Ratzinger, per poi ripetersi, invece, il tentativo inaccettabile di divaricare il pontificato di papa Francesco non solo rispetto al suo immediato predecessore, ma anche, se non di più, nei confronti di Giovanni Paolo II. Due papi forti, Bergoglio e Wojtyla, legati dall’interesse antropologico, con una variante: il primo metteva a fuoco l’uomo, la sua essenza, il suo essere destinatario della passione salvifica di Cristo (la sua prima lettera alla Chiesa fu Redemptor hominis); a Francesco sta a cuore l’uomo al plurale: le plaghe umane continentali e le terre ecologicamente guaste su cui vivono i popoli (soprattutto quelli della fame o in via d’estinzione), le turbe dei poveri, la marea dei senza dignità e degli esclusi dalla tavola della creazione e dagli spazi vitali delle società, il variegato mondo dei lontani che non orbitano più negli spazi della Chiesa…

Altro filo forte in comune ai due papi è quello, dottrinale e pastorale, della misericordia: furono grandi la sorpresa e la risonanza dell’enciclica Dives in misericordia (30.11.1980), come sterminate sono le ripercussioni dell’insegnamento di papa Francesco sulla misericordia presentata come principio e dell’anno giubilare sulla misericordia da poco conchiuso. Papa Francesco nell’AL si richiama all’insegnamento di san Giovanni Paolo II: «Occorre sempre ricordare un principio generale: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni” (Familiaris consortio, 84)» (n. 79). Tuttavia Francesco allarga il suo discorso. In particolare, osserva il card. Schönborn nella sua intervista a La Civiltà Cattolica del 7 luglio 2016: «Quando il santo padre parla delle “situazioni oggettive di peccato”, non si accontenta dei casi di specie distinte nella Familiaris consortio, n. 84, ma si riferisce in modo più esteso a coloro “che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio” e la cui “coscienza dev’essere meglio coinvolta” “a partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti» (AL, n. 303).

b) Da Ratzinger a Bergoglio. Per quanto riguarda il riferimento di papa Bergoglio a papa Ratzinger sono sotto gli occhi di tutti i molti segni di venerazione, di affetto, di rispetto e di umiltà da lui mostrati nei confronti del suo predecessore: ricordo solo l’aver egli fatto sostanzialmente proprio il testo preparato da Benedetto XVI per un’enciclica sulla fede, che ora – assai simbolicamente – porta il nome di Francesco, Lumen fidei (29.6.2013). Insieme a questa continuità magisteriale, ha molto senso riportare un’altra continuità, quella umana, cristiana ed evangelica del papa emerito con papa Francesco: «Grazie soprattutto a lei, santo padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto».[22] Credo che queste altissime parole, anche o anzitutto teologiche, siano l’indicazione di come rapportarsi da parte di tutti al papa che lo Spirito ha donato alla Chiesa e al mondo per questo primo scorcio di secolo XXI.

4. Non scegliere fra Concili. Non è tollerabile che non si accetti, in modo più o meno radicale, il Concilio di san Giovanni XXIII e del beato Paolo VI. Ma guai a scegliere tra Concili! Buttando riserve sul Vaticano II, si apre il varco per leggere con restrizione mentale altri Concili. Non si afferma qui un deficit di sapienza conciliare rispetto a un punto o l’altro della dottrina o della disciplina o della pastorale, ma all’evento stesso del Concilio con quanto esso comporta in termini di atteggiamento mentale e di stile ecclesiale. Preoccupano non poco, di conseguenza:

1) la tendenza ad arroccarsi in posizioni di diffuso rigidismo in ogni tematica che si tratta, in ogni problema che si affronta, in ogni progetto missionario che ci si dispone a realizzare;

2) il sentirsi detentori della verità, come gli ultimi rimasti a saperla decifrare e difendere;

3) l’anteporre sempre la “dottrina” (intesa come una gelida teoria cristiana lontana dalla vita), prioritaria alla missione e da essa staccata, e non come la sua anima e il suo cuore;

4) il concepire la “dottrina” come una scatola metallica ermeticamente chiusa, di cui in pochi si possiede la chiave;

5) il costituirsi, da parte di alcuni gruppi in “guardie armate” dell’ortodossia, quasi fossero “corpi speciali” per tale difesa e come se questa stesse a cuore solo a loro;

6) s’avverte una sottile diffidenza nei confronti del Concilio, evento che forse non è stato mai appieno accolto da parte di alcune plaghe della Chiesa, anche per gli approcci viziati nei confronti dei suoi documenti. Per la lettura e la rilettura del “libro” del Concilio si può ripetere quello che il filosofo Jean-Luc Nancy afferma per la lettura di un vero libro: «Il suo esito […] non è il parto, ma una gravidanza interminabile».[23]

5. L’approccio pastorale di papa Francesco ai problemi di Chiesa. Una delle novità geniali apportate da papa Francesco al globale servizio petrino e anche al suo magistero è una forte intonazione pastorale e missionaria. Egli entra perfino in merito allo stile pastorale che si esprime nei termini dell’accoglienza imparando a usare lo sguardo adatto, della vicinanza, dell’itineranza, della condivisione, dell’inclusione, del discernimento, dell’accompagnamento, della gratuità, della misericordia e del perdono. Di questa nuova pastorale un elemento strategico è ciò che egli, con trovata nuovissima, indica come «mistica della fraternità»,[24] una «mistica popolare» capace d’ascoltare, d’interpretare, di trasformare, di creare sintesi sapienziali dove diversamente altri tipi d’intervento creano blocchi, fratture, irrigidimenti e chiusure. Francesco chiede alla Chiesa, non in modo facilistico, ma in modo severo e complesso, di non essere introversa in nessun modo, ma “estroversa”.[25]

Questo tipo di pastorale è raccomandata anche dall’AL e di essa si hanno begli esempi di ricezione  a livello di pastorale diocesana, come quello del vescovo di Modena, il quale sa ben dire la fedeltà e il cambiamento che Francesco vuole operare nella sua esortazione apostolica: «Siamo chiamati – scrive il vescovo teologo – a passare da una pastorale della perfezione a una pastorale della conversione: dove la meta, la dottrina, rimane la stessa, ma viene evidenziata la necessità di accompagnare verso la meta e non di sedersi alla meta per additare la posizione di chi sta camminando per strada».[26]

(Questo articolo apparirà sul settimanale diocesano “Amico del Popolo” dell’Arcidiocesi metropolitana di Chieti-Vasto, in data 4 dicembre 2016).


[1] Francesco, Udienza generale: 29.5.2013.
[2] Cf. anche EG, nn. 36, 112, 114, 164, 179, 188, 193, 194, 197, 198, 253, 285, cf. soprattutto il n. 193.
[3] Cf. anche nn. 27, 49, 60, 91, 253, 290, 291, 292, 300, 306; cf. in modo particolare il titolo: “La logica della misericordia pastorale” con i nn. 307-311.
[4] Cf. Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno Diocesano di Roma dedicato al tema: «Un popolo che genera i suoi figli, comunità e famiglie nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana» (16.6. 2014I), in Con la porta aperta: L’Osservatore Romano (11.6.2014), 8.
[5] Cf. Esort. ap. Gaudete in Domino: 9.5.1975.
[6] Cf. M.G. Masciarelli, Paolo VI uomo di Dio, in G.B. Montini – Paolo VI, Invito alla gioia, Testi selezionati da Giorgio Basadonna, Centro Ambrosiano, Milano 2007, p. 92.
[7] Cf. Benedetto XVI, La Gioia della Fede, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 20012.
[8] Cf. J.M. Bergoglio, In Lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – Libr. Ed. Vaticana, Milano – del Vaticano, 2013, 74 s, n. 2. 3.
[9] Cf. M.G. Masciarelli, Famiglia. Dai rovi della crisi l’albero della speranza, Tau Editrice, Todi (PG) 2015, pp. 51-53.
[10] G. Lafont, Misericordia e infallibilità, in Settimananews, 12 novembre 2016.
[11] G. Lafont, Giovanni XXIII. L’impatto del suo carisma sulla vita e la teologia della Chiesa nei secoli avvenire, in Id., La Chiesa: il travaglio delle Riforme, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2012, pp. 124-148).
[12] Papa Francesco nella sua esortazione fa sue le conclusioni ampliamente votate favorevolmente del Sinodo straordinario 2014 e del Sinodo ordinario 2015, citando il primo 30 vote e il secondo 50 volte.
[13] Cf. la prima risposta dell’arcivescovo di Vienna, card. Schönborn, all’intervista concessa a p. Antonio Spadaro: La Civiltà Cattolica (7.9.2016).
[14] Cf. J.P. Vesco, SuAmoris lætitia”, in Concilium 52 (2016) 145-149.[15] Cf. M.G. Masciarelli, Famiglia. Dai rovi della crisi l’albero della speranza, pp. 69-61.
[16] Cf. anche: AL, nn. 46, 108, 204, 208, 211, 222, 223, 243, 250, 299, 300).
[17] Cf. anche: AL, nn.72, 77, 151, 227, 242, 243, 249, 293: cf. in particolare la sezione «Discernimento delle situazioni dette “irregolari”» (nn. 297, 298, 300); la sezione: «Le circostanze attenuanti nel discernimento pastorale» (nn. 301-305).
[18] Cf. anche: AL, nn. 76, 100, 122, 181, 186, 292, 296, 299); la sezione: «Le norme e il discernimento» (nn. 304-305, 312).
[19] Non va saltata la sezione: «La logica della misericordia pastorale» (nn. 307-312).
[20] Cf. AL, la sezione: «Gradualità nella pastorale» (nn. 293-295).
[21] Discorso del santo padre Francesco ai partecipanti all’incontro ai rappresentanti pontifici: Sala Clementina, sabato 17 settembre 2016.
[22] Commemorazione del 65° anniversario di ordinazione sacerdotale del papa emerito Benedetto XVI: 28.6.2016.
[23] Del libro e della libreria. Il commercio delle idee, Raffaello Cortina, Milano 2006, p. 30.
[24] EV, n. 87.
[25] Cf. S. Dianich, Chiesa estroversa. Una ricerca sulla svolta dell’ecclesiologia contemporanea, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1987.
[26] E. Castellucci, È il Signore che costruisce la casa. «Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare (AL 325). Lettera pastorale per l’Anno pastorale 2016-2017,  Grafiche Tem, Modena 2016, p. 5.

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