Unione civile: il detto e il non detto

di: Maurizio Boschini

Come facilmente previsto la discussione al Senato relativa al testo di legge sulle unioni civili (cosiddetto DDL Cirinnà dal cognome della relatrice di maggioranza) è divenuto mero elemento di scontro politico e non momento di profondo confronto, sofferto, magari, ma profondo. Invece no e se qualcuno avesse ancora dei dubbi basta analizzare come il ricorso alla libertà di coscienza sia divenuto una slogan per creare non delle serie riflessioni e degli opportuni dubbi in ciascun parlamentare, ma solamente della confusione e dei tatticismi negli schieramenti politici specie in vista di possibili maggioranze variabili, riportando anche il voto secondo coscienza a conteggio politico (per cui la domanda diviene quanti dem, quanti grillini, voteranno diversamente dalle indicazioni del proprio gruppo parlamentare invece di perché su certi punti della legge alcuni parlamentari possono avere opinioni diverse rispetto ai propri capigruppo?) .

Resterebbe allora solo un tentativo da cercare di compiere, vale a dire andare alle fonti, ai testi in discussione e cercare di comprendere quale legge si sta varando. E tutti oramai sappiamo che la legge in discussione riconoscerà le unioni civili (non i matrimoni) anche tra persone dello stesso sesso e su questo non dovrebbero esserci sorprese salvo il tema dell’adozione dei figli delle parti della unione civile, quella stepchild adoption di cui tutti parlano. Se si analizza il testo in discussione in sé c’è poco da dire o chiosare.

I principi su cui si basa il testo della Cirinnà sono i seguenti:

Diritti dei figli e concorso all’adozione o all’affidamento

  1. I figli delle parti dell’unione civile, nati in costanza dell’unione civile, o che si presumano concepiti in costanza di essa secondo i criteri di cui all’articolo 232 del codice civile, hanno i medesimi diritti spettanti ai figli nati in costanza di matrimonio.
  2. Le parti dell’unione civile possono chiedere l’adozione o l’affidamento di minori ai sensi delle leggi vigenti, a parità di condizioni con le coppie di coniugi.
  3. In caso di separazione delle parti dell’unione civile, si applicano con riguardo ai figli le disposizioni dettate dall’articolo 155 del codice civile

Ne consegue che il testo del discusso articolo 5 diviene il seguente. Art. 5. All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo la parola: «coniuge» sono inserite le seguenti: «o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso» e dopo le parole: «e dell’altro coniuge» sono aggiunte le seguenti: «o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso».(Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184). L’art. 44 comma 1 lettera B della legge 4 maggio 1983, n. 184 diventa quindi questo (sottolineate le aggiunte ). B) dal coniuge o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge o parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.

Al di là delle solite complessità dettate dalle stratificazioni legislative è difficile di per sé, testo alla mano, negare a dei minori che hanno comunque un genitore la possibilità di un trattamento che per ovvii motivi di equità, consenta l’adozione. Questo è anche quello che sostiene Renzi nella sua enews del 9 febbraio: «la ratio non è consentire il via libera alle adozioni ma garantire la continuità affettiva del minore». Inoltre c’è un tema normativo sollevato dal ministro Orlando che fa riflettere: se non si norma anche il tema delle adozioni «ci sarebbe una lacuna normativa difficilmente comprensibile che costringerebbe la magistratura a colmare il vuoto». Ma come è difficile da negare un trattamento di equità nei confronti di minori è altrettanto difficile non sostenere che la vera questione non stia nel testo della legge in esame, ma sia riposta nel “convitato di pietra” dell’utero in affitto attraverso forme di fecondazione assistita che, per quanto proibite in Italia, sarebbero in qualche modo una possibile soluzione perché coppie dello stesso sesso possano avere figli. Questo passaggio è delicato, opinabile in quanto la fecondazione assistita con “utero in affitto” non è certo tema solo di coppie omosessuali ma anche eterosessuali sterili; tuttavia allo stesso tempo negare che non ci sia una relazione tra i due temi è una ipocrisia se è vero che anche la senatrice Finocchiaro sui possibili effetti collaterali che – di fatto – comportano un’apertura verso il cosiddetto “utero in affitto” ha assicurato battaglia con «una mozione con la quale il Senato impegni il governo ad una iniziativa per la messa al bando a livello internazionale, della pratica in ogni Paese del mondo, in nome della dignità della persona umana e dei diritti del bambino».

Quindi partita aperta sul tema adozioni con possibile passaggio del DDL Cirinnà, mentre sull’utero in affitto ci si appella al mondo, e il mondo continuerà a girare come vuole. Questi almeno sono i pronostici, a breve commenteremo gli esiti.

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