Afghanistan: un paese isolato

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Alberto Cairo è responsabile del Programma di riabilitazione fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan. Dopo l’intervista pubblicata il 2 settembre scorso, SettimanaNews raccoglie di nuovo – da Kabul – la sua viva testimonianza. Il servizio è a cura di Giordano Cavallari.

  • Alberto, quanto è complicato – dall’agosto scorso – uscire dall’Afghanistan e rientrarvi?

Per me che faccio parte di una organizzazione internazionale i viaggi sono diventati solo un po’ più lunghi. Se prima di agosto – ossia dell’avvento dei talebani – potevo partire da Kabul alle 6 del mattino ed essere a Milano alle 7 di sera, adesso, ci posso mettere 3 giorni: per venire in Italia devo fare tappa in Uzbekistan e aspettare il volo giusto. Stessa cosa per il ritorno. Tieni conto che in Uzbekistan io ci posso arrivare con il piccolo aereo della Croce Rossa.

Per gli afghani è tutto un altro discorso. È estremamente difficile per un afghano uscire dal Paese con un volo aereo. Il problema fondamentale è ottenere il visto. Per quanto ne so, ciò è possibile solo pagando molto – illegalmente – o dopo aver atteso a lungo. Poche persone ricche e ben introdotte possono permetterselo.

L’Afghanistan è di fatto un Paese isolato. La frontiera con l’Uzbekistan è sbarrata, quella con Tagikistan pure, con l’Iran la stessa cosa, col Pakistan non è comunque facile. Ma quel che è certo, è che lo sguardo su un passaporto afghano mette in allerta qualsiasi consolato. Il problema è entrare legalmente in qualsiasi altro Paese.

La gente in fuga
  • La nazionalità afghana è, da anni, la prima rappresentata tra i migranti della rotta balcanica. Numerosi sono gli afghani pure tra i circa 5.000 esodati ora costretti tra Bielorussia e Polonia. L’esodo del popolo afghano sta tuttavia continuando? 

Posso direttamente confermare che gli afghani continuano a parlare di volersene andare. Tanti, in un modo o nell’altro, effettivamente lo fanno, specie, naturalmente, i giovani. Ho dei colleghi che hanno figli con cui hanno litigato o stanno litigando perché questi volevano o vogliono partire per l’Europa. Cercano i soldi per il viaggio.

Le famiglie vendono e svendono quello che hanno per trovarli. Io non posso dissuadere, ma cerco di spiegare a questi amici che chi parte deve essere ben consapevole di mettersi nelle mani dei briganti, senza nessuna garanzia di poter poi raggiungere l’Europa. E se mai riesce, chi parte e arriva troverà comunque condizioni molto difficili di vita anche in Europa. Sono normalmente in contatto con un’organizzazione che si occupa dei profughi e dei rifugiati in Italia: gli operatori mi parlano del disagio che i migranti afghani stanno incontrando, anche dopo anni, in un Paese così diverso dal loro per lingua, cultura e tradizioni.

Gli afghani – sostanzialmente – sanno già tutte queste cose. Sanno esattamente quali sono i rischi a cui vanno incontro. Ma la spinta a partire è più forte delle mie come di altre narrazioni. Ho sentito dire letteralmente nei mesi scorsi – tra novembre e dicembre – che è “meglio morire” nel tentativo di andare via piuttosto di restare ad aspettare passivamente una prospettiva di vita che qui neppure si intravvede.

Sono ora – anche e soprattutto – i giovani più preparati e dotati di titoli di diploma o di laurea a voler lasciare il Paese. Hanno ragione, perché avere un titolo non è qui più un punto d’onore, anzi, questo è divenuto un motivo di discriminazione da parte del governo dei talebani. Per il futuro del Paese questo è ovviamente assurdo. Eppure, è così.

Se dunque c’erano già tante ragioni a spingere gli afghani ad emigrare prima del governo dei talebani, ora ce ne sono sicuramente di più. Per rispondere precisamente alla tua domanda, dico che il flusso degli afghani lungo la rotta balcanica continuerà.

  • Le prospettive del Paese sono così oscure, dal tuo punto di vista?

In questo momento sembra proprio di sì. Ma è davvero difficile dire che cosa sarà. Ci sono tante incognite. Cerco di spiegare un poco.

Il governo dei talebani, in questo momento, sta semplicemente imponendo regole che affliggono la popolazione. Poi ne dirò meglio. Sembra che sia più interessato a tali regole – irrilevanti e persino deleterie per le sorti del Paese – piuttosto che alle cose serie.

Nel mentre la comunità internazionale resta totalmente immobile: non sa se riconoscere o non riconoscere questo governo e quindi la comunità continua a tenere bloccati gli aiuti al Paese, anche quelli che sarebbero nel diritto del Paese stesso. Mi riferisco alla riserva aurea – del valore di circa 9 miliardi di dollari e più – depositata presso le banche statunitensi: lo sblocco dipende appunto dal riconoscimento dello Stato, ma anche dalle taglie che pendono su alcuni dei ministri del governo dei talebani, ritenuti, dal governo degli Stati Uniti, terroristi.

Ora io non entro nel merito delle complesse questioni politiche del riconoscimento e dei ministri terroristi, ma dico accoratamente: si sblocchino almeno gli aiuti internazionali di carattere umanitario! Questi non devono essere condizionati dal riconoscimento. La popolazione sofferente dev’essere aiutata a prescindere da qualsiasi altra questione.

Le donne
  • Quali sono le regole di cui il governo dei talebani si sta occupando? Quale la condizione delle donne?

Le donne sono state cancellate dalla vita pubblica del Paese: “erased”, come ha detto e scritto una nota la corrispondente della BBC. Sono totalmente d’accordo con lei. Sia chiaro: esisteva un’enorme disparità di genere anche in precedenza, per cultura e per tradizione. Ma ora anche le donne che avevano raggiunto visibilità, posizioni di responsabilità e, in un certo modo, di potere, sono scomparse dalla scena pubblica. Non solo: con i limiti reimposti all’istruzione femminile, alle donne è preclusa ogni possibilità in futuro.

Ricordo che 20 anni fa era un bel problema anche per la Croce Rossa selezionare personale femminile formato – medico, infermieristico, fisioterapico ecc. – per i nostri Centri sanitari. Non abbiamo più, ormai da tempo, questa difficoltà. La maggioranza del nostro personale locale è femminile ed è perfettamente formato. Facile prevedere che – con queste regole – si tornerà in pochi anni alla situazione precedente: si tornerà indietro di anni e anni.

Entro meglio nel merito. In questo periodo invernale freddo le scuole sono chiuse – come sempre – in Afghanistan. Riprenderanno a metà marzo, con la primavera. Non sappiamo ancora come riprenderanno.

La regola generale – dettata dal governo dei talebani – è la seguente: bambini e bambine possono andare a scuola sino alla classe VI, il che vuol dire sino alle medie; dalle medie possono proseguire – sia nelle scuole private che pubbliche – sino alla classe XII, cioè sino al diploma, solo i maschi. Le università, in questo momento, sono pure chiuse, non solo per l’inverno, bensì in attesa del riordino delle materie e dei piani di studio, secondo i voleri del governo. Stanno funzionando solo le università private per classi separate di ragazzi e ragazze.

Ma, mentre il governo impone questa regola generale, ancora in via di definizione, ci sono 8 province che hanno concesso – anche alla ragazze – il permesso di frequentare la scuola sino alla classe XII, come per i ragazzi: questo almeno sino a quando le scuole sono rimaste aperte, prima delle vacanze. A marzo si vedrà. Tra queste province non c’è comunque quella che comprende la capitale, Kabul.

Dico questo per testimoniare la confusione e l’incertezza che regna sovrana nel Paese. Non si sa dunque che cosa accadrà alla scuola – per le ragazze – in marzo. Ma l’indirizzo generale della discriminazione dell’istruzione femminile è evidente.

  • Sembra di capire che il governo centrale non abbia controllo e potere assoluto su tutto il Paese.

Più o meno, è così. Ci sono regole generali di per sé valide su tutto il territorio, come negli anni ’90. Poi, di fatto, la realtà è frammentata, perché i talebani non costituiscono una realtà omogenea e compatta. Esistono diverse visioni all’interno dello stesso governo. Nelle province – ove ci sono governatori talebani autorevoli e autoritari quanto quelli al governo – si decide, come ho detto, diversamente.

  • Dopo l’istruzione, il lavoro: quali regole per il lavoro femminile?

In tutta la pubblica amministrazione – a partire ovviamente dai ministeri – il lavoro femminile è stato proibito. La grande maggioranza delle donne precedentemente impiegata nel settore pubblico rimane a casa, ovviamente senza stipendio. La regola generale dice che solo le donne impiegate in “ruoli insostituibili” possono continuare a lavorare.

Succede allora – ad esempio – che le donne impiegate nei ministeri, negli uffici pubblici o negli aeroporti, per le perquisizioni di altre donne, abbiano continuato a lavorare o siano state richiamate a lavorare dopo fenomeni di paralisi totale degli uffici. Discorso analogo si può fare per il personale femminile impiegato nelle pulizie dei servizi igienici dedicati alle donne, nei quali ovviamente gli uomini non possono mettere piede. Gli esempi possono essere anche altri. C’è dunque una regola generale, ferrea, ma che spesso si scontra immediatamente con l’assurdità dell’applicazione della stessa.

La principale eccezione alla regola generale riguarda il settore medico-sanitario, che peraltro coinvolge direttamente il funzionamento dei nostri Centri di Croce Rossa. In queste strutture e negli stessi ospedali pubblici le donne possono continuare a lavorare, comprese le donne medico nelle varie specializzazioni. In Afghanistan tutto sta diventando assurdo, ma non sino a questo punto.

Il divieto della musica
  • La regola che forse ha fatto più scalpore in occidente è il divieto della musica: è proprio vero?

Ufficialmente la musica – ogni tipo di musica strumentale – non si può e non si deve ascoltare, tanto meno eseguire. Naturalmente è una regola pressoché impossibile da far osservare: in molte case arriva comunque la rete internet e in casa propria ognuno fa quel che crede, ma – certamente – tutti sono molto attenti anche a questa cosa.

L’impatto sonoro sull’ambiente è in ogni caso impressionante: prima, ovunque si andasse, c’era musica, proveniente dalle radio e dagli apparecchi di riproduzione. Ora c’è solo un desolante silenzio o il rumore. Le televisioni mandano interminabili nenie religiose, peraltro mal eseguite. Il canto dei muezzin è anche bello, se fatto bene. Io lo ascoltavo e lo ascolto con piacere, se appunto è fatto bene. Ma queste cose sono davvero nenie tetre e inascoltabili. Alcuni afghani mi hanno detto che mettono di malumore.

Sì, è davvero una regola incomprensibile. La musica era e resta una parte fondamentale della cultura di questo popolo, come, del resto, di ogni popolo. Attraverso la musica passano tutti i sentimenti di gioia e di dolore della gente. Perché vietare? Non ha alcun senso. In nessun altro Paese islamico, che io sappia, si è arrivati a questo.

Il lento ritorno delle organizzazioni internazionali
  • L’Afghanistan fa ancora notizia – da noi – per gli attentati: sono ancora molti e di che natura sono?

Gli attentati sono obiettivamente meno numerosi di quanto fossero in precedenza, anche se restano un problema molto serio, perché colpiscono e possono colpire ovunque la popolazione civile, senza che sia possibile rintracciare una precisa strategia, benché la comunità sciita resti – per posizione ideologica – uno dei principali bersagli.

È chiaramente venuto meno il bersaglio costituito dalle forze militari occidentali. Ma la sicurezza che i talebani dicono di poter garantire, in realtà non c’è. Il 22 dicembre scorso è stato, ad esempio, colpito l’ufficio passaporti di Kabul. Chi c’è dietro gli ultimi attentati? Difficile dirlo con certezza. In occidente si ritiene che i talebani siano perlomeno in grado di arginare il terrorismo dell’Isis. Se è così, si tratta comunque di un argine che presenta molte falle. La sensazione, tuttavia – come ho detto prima ad altro proposito -, è che gli stessi talebani non siano uniti tra di loro. Difficile quindi dire con sicurezza “chi è contro chi”. Gli stessi afghani mettono in dubbio la matrice di certi attentati che, per comodità di interpretazione, sono stati attribuiti all’Isis.

  • Nella precedente intervista di settembre mi dicevi del ritiro dall’Afghanistan di quasi tutte le Organizzazioni internazionali di aiuto e assistenza, a parte Croce Rossa, Emergency, Medici senza Frontiere. La situazione, al riguardo, è la stessa?

Diverse Organizzazioni stanno tornando e riprendono, con fatica, i loro programmi.

Croce Rossa, come ti avevo detto, non ha mai interrotto – se non per pochi giorni e solo in qualche parte del Paese – le sue prestazioni mediche. Il nostro lavoro continua.

  • Croce Rossa riesce a garantire lo stesso livello di prestazioni?

Naturalmente siamo interessati dal contesto difficile in cui ci stiamo muovendo. Siamo toccati in particolare dalla povertà estrema dei nostri pazienti. Abbiamo, ad esempio, appuntamenti fissati con bambini e pazienti adulti per le protesi: dovrebbero venire nei nostri Centri almeno 2 o 3 volte per i trattamenti. Capita sempre più spesso che non si presentino. Chiamiamo e ci dicono di non riuscire a venire perché non hanno i soldi per il trasporto. Allora, cosa facciamo? Non possiamo fare altro che aiutarli a pagare i trasporti perché vengano e completino le cure.

Per ora anche i materiali che ci servono per le protesi e per le altre prestazioni si possono acquistare, sia pure a caro prezzo, nel mercato locale.

  • Puoi spostarti liberamente coi mezzi della Croce Rossa tra i Centri del Paese?

Sì – osservando le regole fondamentali della prudenza – posso farlo liberamente. Guido personalmente. Evito certe zone che so essere afflitte dalla delinquenza comune, facilmente indotta dall’estrema povertà. Di notte è meglio non muoversi. Poi ci sono molti controlli da parte dei talebani. Mi chiedono spesso chi sono e cosa faccio.

Molti mi conoscono o conoscono la Croce Rossa. Alcuni ricordano che, quando erano loro a stare in carcere, Croce Rossa andava a visitarli e facilitava il loro contatto con le famiglie. Anche se la riconoscenza non la virtù più diffusa in questo mondo, c’è – diciamo – riconoscimento. Altri giovani talebani non mi conoscono e non conoscono Croce Rossa. Mi chiedono cosa significhi quella croce, se siamo cristiani e cosa facciamo nel loro Paese.

  • C’è quindi un sostanziale – benevolo – riconoscimento di chi lavora per aiutare la povera gente, anche da parte dei talebani?

Penso basti aggiungere ciò che sto per dire. Da luglio, ormai – ossia dall’avvento del potere dei talebani – il personale impiegato negli ospedali pubblici non viene pagato perché non ci sono i soldi. Ebbene Croce Rossa ha deciso di sostenere 23 ospedali del Paese – di fatto i principali – per pagare gli stipendi a circa 10.000 persone. È un regalo talmente grande che penso sia difficile disconoscerlo. I talebani si comportano spesso da fanatici, ma non sino a questo punto!

Un paese da non dimenticare
  • Secondo te, potrebbero già tornare in Afghanistan anche le organizzazioni religiose cristiane, segnatamente cattoliche?

La questione religiosa è ben presente. Dicevo che il simbolo della croce desta sempre sospetto. Temono molto il proselitismo che, peraltro, gli Istituti cattolici non hanno mai fatto. Almeno non mi risulta. Prendo il caso delle suore di Madre Teresa di Calcutta: sino a luglio hanno gestito a Kabul l’unico orfanatrofio per bambini disabili abbandonati e gravissimi. Era l’unico posto in cui quei bambini venivano accolti. Come non riconoscere questo? Anche i talebani sono in grado di vedere dove c’è il bene, soltanto il bene.

Certo gli abiti religiosi potrebbero essere un problema, così come tutto ciò che ai loro occhi può rappresentare il tentativo di corrompere i loro costumi “integrali”. Ora, non posso essere certamente io a dire alle organizzazioni cattoliche di ritornare. Sarebbe peraltro una responsabilità troppo grande. Ma certamente mi farebbe piacere.

  • Dopo 30 anni di Afghanistan e dopo gli ultimi eventi, qual è il tuo stato d’animo nella posizione in cui ti trovi?

Io mi sto focalizzando sul mio lavoro. Guardo dritto avanti solo per questo. Cerco di non pensare ad altro. Sono altrimenti troppe le cose su cui io non posso interferire, intervenire e su cui non posso fare nulla. Cerco, con la mia organizzazione, di aiutare e curare “soltanto” la povera gente. Cosa mi può succedere?

  • Qual è il tuo appello?  

Il punto è non dimenticare l’Afghanistan. Vi ringrazio di scriverne in Italia, perché ormai dell’Afghanistan si trova pochissimo sulla stampa italiana. Fanno notizia solo gli episodi più eclatanti. Per certi versi lo capisco: succedono tante cose drammatiche e tragiche in tutto il mondo. Ma è bene sapere che il popolo afghano soffre moltissimo della “dimenticanza” da parte del mondo della sua terribile storia.

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