L’Africa e la geopolitica russa

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L’Africa negli ultimi giorni del mese di luglio si è trasformata in una scintillante passerella che ha ospitato quasi contemporaneamente le sfilate del presidente francese Emmanuel Macron in Camerun, Benin e Guinea Bissau, del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov in Egitto, Congo-Brazzaville, Uganda ed Etiopia, e dell’inviato speciale statunitense per il Corno d’Africa, Mike Hammer, in Egitto ed Etiopia.

Un risveglio d’interesse verso il Continente imposto alla agenda politica dall’invasione russa dell’Ucraina. E l’Africa può diventare così un raffinato laboratorio politico in cui sperimentare la riscrittura di quell’ordine mondiale auspicato da Mosca. Anche se il ricordo della Guerra fredda qui è ancora vivo, perché lo scontro tra blocchi contrapposti (al di fuori dei confini dei rispettivi Paesi) ha alimentato conflitti di cui a distanza di decenni si pagano ancora prezzi altissimi e che hanno arrestato lo sviluppo.

Insomma gli attori principali continuano a considerare l’Africa una sponda politica del nuovo Grande gioco. In comune, però, tutte le 54 nazioni stanno soffrendo per il vertiginoso aumento dei prezzi di generi alimentari, fertilizzanti e petrolio che rende instabili i governi al potere.

Una comoda marcia trionfale

Macron è tornato in Africa dopo la decisione presa nella scorsa primavera di smobilitare le truppe francesi nel Sahel. Il presidente cerca di salvaguardare relazioni (e interessi economici) con alcuni governi autoritari che traballano sotto la spinta delle proteste popolari contro il neocolonialismo francese. E dove la Russia si sta inserendo, occupando gli spazi lasciati vuoti dall’Eliseo. Come il Camerun (guidato da Paul Biya, 79 anni di cui 40 trascorsi al potere) che nonostante gli storici legami con Parigi ha sottoscritto accordi militari con Mosca.

Benin e Guinea Bissau sono posti strategici per la lotta al terrorismo islamista che sta straripando anche nei Paesi del Golfo di Guinea. E Macron tenta così di rassicurare i sempre meno convinti alleati della priorità che questi hanno per la politica francese dopo la sua rielezione all’Eliseo.

Anche il presidente statunitense Joe Biden è stato costretto a scendere in campo, nonostante non sia mai venuto in Africa dall’inizio del suo mandato. Ha annunciato un vertice a Washington per dicembre con i leader africani: sicurezza alimentare, resilienza climatica tra i temi in discussione.

Ma è un tardivo recupero in corner di un anno che ha visto il numero uno della Casa Bianca impegnarsi soprattutto in Asia, Europa e Medio Oriente. L’inviato USA Mike Hammer rischia dunque di raccogliere solo le briciole in Egitto ed Etiopia.

Lavrov invece ha fatto una comoda marcia trionfale, finalizzata all’uscita dall’isolamento diplomatico e a consolidare l’influenza russa su un Continente rimasto pressoché neutrale nella condanna dell’invasione dell’Ucraina: 25 nazioni astenute (con l’Eritrea addirittura a favore) nel voto di condanna alle Nazioni Unite dello scorso marzo.

Sfida alla Cina

Per la Russia è stata anche l’occasione per rilanciare la sfida alla Cina, alleato «riluttante» nella vicenda ucraina. Dal palcoscenico africano il ministro degli Esteri ha addebitato alle sanzioni statunitensi ed europee il blocco del grano, che Russia e Ucraina importano qui per il 40%.

Accordi commerciali e cooperazione militare sottoscritti con i presidenti delle nazioni visitate, un vertice russo-africano entro la metà del 2023 ma anche l’impegno per una riforma delle Nazioni Unite in grado di dare maggiore rappresentanza ai Paesi in via di sviluppo. Questo ha messo sul tavolo Lavrov, dribblando con le merci (e i mercenari della Wagner) la strategia di Pechino che punta sulla costruzione di grandi infrastrutture in Africa, non disdegnando una propria base militare a Gibuti e progettandone un’altra in Tanzania.

Egitto, Congo-Brazaville, Uganda ed Etiopia sono nazioni che per motivi diversi sono nel mirino del mondo occidentale. Regimi autoritari dove libertà politiche, individuali e di espressione sono puntualmente calpestate da dittatori che hanno con violenza cambiato le carte costituzionali per restare al potere. Oggi Putin tira le fila di una ragnatela tessuta con pazienza negli ultimi 20 anni, dopo la pausa imposta dal crollo dell’Unione sovietica, dagli anni bui di Eltsin e dall’assenza di una politica estera per riportare la Russia ai fasti passati.

Enzo Nucci è corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Pubblicato sul sito della rivista Confronti il 5 settembre 2022.

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Un commento

  1. Olga 28 settembre 2022

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