Armeni e azeri: i perché di un conflitto

di:

conflitto armato

Il 10 ottobre i ministri degli esteri di Armenia e Azerbaigian hanno raggiunto a Mosca un’intesa provvisoria per un “cessate il fuoco” che permetterà lo scambio dei prigionieri e la consegna dei corpi dei defunti. Si parla di 3-400 morti e di 70.000 sfollati nel Naghorno-Gharabagh. Da parte azera non vi sono notizie sulle vittime (ndr).

Ho iniziato a scrivere questo contributo nel momento più pesante della guerra fra l’Armenia-Artzakh (Naghorno Gharabagh) e l’Azerbaigian-Turchia con l’aiuto dei terrori jihadisti, portati sul campo di battaglia dagli aerei turchi.

Dall’alba di domenica 27 settembre 2020 abbiamo assistito, attoniti, ad un attacco sempre più violento delle forze armate azere con carri armati, elicotteri e droni di ultima generazione verso le installazioni civili e i quartieri della città capoluogo Stepanakert, nel Naghorno Gharabagh.

La nostra prima reazione è stata considerare queste operazioni una continuazione degli attacchi verso il territorio armeno di due mesi fa (metà luglio).

La politica aggressiva della Repubblica dell’Azerbaigian, anche questa volta spalleggiata dal governo turco con la presenza di consiglieri militari e, da un mese, con il trasferimento dei terroristi dell’Isis dalla Siria in Azerbaigian, hanno il sapore inconfondibile di azioni preparatorie per destabilizzare definitivamente il Caucaso, da dove passano alcuni gasdotti e oleodotti piuttosto importanti per l’Europa. Inoltre, la diplomazia azerbaigiana ha rifiutato la richiesta armena di chiedere la presenza di osservatori OSCE sulla linea di contatto.

Gli armeni dell’Armenia, ma soprattutto quelli della diaspora, figli e nipoti dei sopravvissuti al genocidio, hanno iniziato a vedere questa guerra, combattuta per procura, come una premeditata continuazione in chiave moderna della politica del nazionalismo turco, nato alla fine dell’Ottocento e portato al suo culmine dal partito Unione e Progresso, responsabile del primo genocidio del XX secolo, perpetrato verso la totalità del popolo armeno, allora maggioranza nelle 7 regioni dell’Armenia Occidentale, genocidio che fece un milione e mezzo di vittime innocenti fra il 1915 e 1922.

Nel medesimo periodo, altre minoranze come gli assiri, i greci e i cristiani orientali furono sacrificati per un disegno sciagurato che creò un crescente numero di profughi e di sopravvissuti, fra cui tantissimi ragazzi poco più che adolescenti.

Adesso, dopo più di un secolo da questi terribili fatti, ignorati per lungo tempo anche dal mondo occidentale, gli attuali avvenimenti stanno trasformando l’autoritarismo liberticida erdoganiano in una realtà ineludibile.

La morte di centinaia di cittadini innocenti e il ferimento di bambini e di studenti vengono usati per garantirsi la stabilità interna dei due paesi, fra gli ultimi nella classifica mondiale in fatto di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani.

Questa centralizzazione del potere, in modo particolare nella Repubblica dell’Azerbaigian, ha corrisposto ad una forte restrizione delle libertà di espressione e del dissenso, continuando a tenere la dinastia degli Aliyev sulla propria poltrona.

Come cittadini italiani di origine armena, siamo attoniti vedendo la mancanza di interventi diretti ed efficaci, concertati in una cornice europea, per fermare l’arroganza del presidente Aliyev il quale, usando la questione del Naghorno Gharabagh, sta soffocando la propria opposizione interna. Governi amici che rappresentano il mondo civile devono intervenire attraverso i canali diplomatici di alto livello per la pacificazione dell’area.

La stampa dei nostri giorni, così distratta, dev’essere sempre più vigile contro le notizie tendenziose e di parte espresse dalla parte azera che non corrispondono alla realtà dei fatti. Quando possono, gli oppositori di quel regime liberticida, attraverso le loro agenzie e i loro siti, fanno filtrare notizie veritiere della ferocia del governo azero nei loro confronti, traducibili anche nei confronti del mondo armeno e dell’Armenia.

Come popolo pacifico, noi armeni, rifiutiamo ogni forma di violenza ma auspicano fermamente un intervento e coinvolgimento delle diplomazie per la salvaguardia della pace e per la fratellanza dei popoli in una pacifica convivenza.

Gli armeni, nella loro plurimillenaria storia, non hanno mai attaccato la terra altrui, si sono solo difesi. Auspichiamo che il “cessate il fuoco”, concordato fra le parti, dia i suoi frutti, altrimenti tutto sarà perduto. Gli esempi della Siria, della Libia e di Cipro prima sono, purtroppo, una memoria molto amara per gli uomini di buona volontà.

Gli armeni sono un popolo pacifico. Per primi hanno abbracciato il cristianesimo come religione di Stato nel lontano 301. Quella scelta consapevole è stata un potente faro nella vita di questa nazione che ha dato all’umanità un contributo molto grande rispetto all’esiguo numero dei suoi componenti.

Davanti alle proprie scelte coraggiose, gli armeni non sempre hanno sentito il calore dei propri fratelli di fede attorno a loro. Il relativismo, l’equidistanza, la real politik, non aggiustano i guasti e soprattutto non affrontano i problemi veri; anzi, forse rimandano non solo la risoluzione, ma anche il semplice esame.

Quando accadono simili fatti tremendi, c’è sempre un paese che attacca e l’altro che deve difendersi. Bisogna chiamare con il proprio nome ognuno dei contendenti; il comportamento inverso aggrava il problema per mancanza di chiarezza. E, forse, questo accade anche per comodità.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi