L’attentato a Istanbul

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terrorismo

C’è ancora qualcosa da dire sull’attentato terrorista che ha insanguinato Istanbul nella giornata di domenica scorsa? Già poche ore dopo sono stati comunicati ufficialmente il nome dell’attentatrice, del mandante e individuati i complici.

La colpevole è infatti la donna “siriana” già arrestata e il mandante è il Pkk, l’organizzazione terrorista che combatte da anni contro lo Stato turco e la sua politica di discriminazione dei curdi. O forse si può azzardare che si tratta di un’evidente fabbricazione del regime turco per incolpare l’eterno nemico?

Un colpevole comodo

Il verso «ci avete lasciati soli contro i terroristi», insieme alla mancata accettazione delle condoglianze statunitensi da parte turca, attestano chiaramente – secondo me – lo scarto che ancora potrebbe esistere rispetto alla verità. Voci con tale tonalità di suono non sono già state udite forse, oltre che in Turchia, dalle parti della Siria, in Iraq e in altre parti ancora?

E non incuriosisce che proprio lunedì in Turchia, mentre quelle condoglianze venivano respinte, si svolgessero regolarmente colloqui riservati, ufficiali e di altissimo livello, tra russi e statunitensi?

In ogni caso la donna incriminata e rea confessa per Istanbul verrebbe da una zona frontaliera alle regioni meridionali curde, limitrofe alla Turchia, in cui la macchina bellica turca è già attiva. Il governo, sin dalle prime ore, ha messo in guardia i media dal riferire le voci strumentali provenienti dai social: la rete internet è stata intermittente per ore. E proprio i territori da cui l’incriminata proviene sono al centro della promessa di vendetta turca, prosieguo delle operazioni belliche in atto da tempo, ormai.

Il fatto che, inoltre, la “colpevole” individuata sia siriana, non potrà forse facilitare Erdogan nell’urgenza di liberarsi, in un modo o nell’altro, proprio di quei numerosissimi profughi siriani che, nella tempesta economica che avvolge la Turchia, sono diventati assai scomodi, soprattutto in vista del voto?

Elezioni in Turchia e i curdi

Eppure, dobbiamo andare oltre. Potrebbe accadere presto altro ancora, di diversa – apparente – evidenza. Stiamo parlando della Turchia e di Erdogan e di organizzazioni terroristiche: tutto è possibile, insieme al contrario.

La Turchia è in marcia verso le elezioni del prossimo anno. Il presidente in carica sa bene che la catastrofica situazione dell’economia turca – delle cui raccapriccianti dimensioni è in buona misura responsabile anche se non da solo – non basta, nonostante certi “successi” internazionali, ad ottenere la rielezione.

In tale frangente – sorprendendo i più in occidente – il partito di Erdogan ha proposto al partito curdo legalmente operante in Turchia – il Pkk è fuori legge – di discutere alcune riforme costituzionali, definite urgenti. Si pensava che l’offerta potesse rompere l’asse tra Erdogan e il partito ultranazionalista turco del quale è alleato e senza il quale sarebbe sicuramente condannato alla sconfitta rispetto alla forza politica di opposizione repubblicana: invece, gli ultranazionalisti hanno condiviso la mossa, dichiarandosi a favore del dialogo col partito curdo legale.

Il ragionamento politico che sta sotto ai fatti potrebbe essere il seguente: se i curdi, alla luce di tale inattesa novità, addivenissero alla scelta di presentare un loro candidato alla presidenza turca, indebolirebbero in modo decisivo il candidato repubblicano, sottraendogli il possibile consenso di una parte dell’opinione pubblica, non solo curda, ma anche della parte della sinistra turca che già, in passato, ha votato per la forza politica a guida curda a cui ho accennato.

Scenari possibili

Guardando all’intricato quadro politico in cui si è verificato l’attentato di Istanbul, dunque, si possono proiettare due scenari.

Il primo: il regime ha fabbricato la pista-Pkk per poter dire: «Visto? Noi proponiamo il dialogo con i curdi, ma loro, terroristi, lo fanno fallire così, con le bombe!». Il secondo: il Pkk – o qualcuno di quell’area – contrario ad ogni dialogo che non lo includa direttamente – ha fatto ricorso alla bomba per fermare chi, nel mondo curdo, sia pronto ad andare avanti nella trattativa. I due ipotetici percorsi, ad un certo punto, si possono incrociare, perfettamente. Ma non basta.

Sforzandoci di andare oltre il bianco e il nero – mentre la zona grigia in Medio Oriente è la più praticata da sempre – possiamo immaginare qualcosa di più. Padre Paolo Dall’Oglio mi parlava di «palude». Parlo di cose di anni fa, posto che il gesuita italiano è stato sequestrato a Raqqa – a due passi dalla Turchia nel nord della Siria – ormai quasi dieci anni fa.

Ma la «palude» mediorientale appare la stessa, non solo per affinità geografica, quanto per agghiacciante aderenza alla realtà. Non molto tempo prima del suo sequestro, infatti, in un articolo sulla tragedia siriana, padre Paolo aveva scritto: «Ho preso posizione contro la diffusione della corruzione criminale in espansione dopo la caduta del Muro di Berlino a causa della liberalizzazione di un’economia di natura mafiosa, perché priva dei controlli di una stampa libera e di una magistratura indipendente».

Non si riferiva precisamente alla Turchia, ma sembrano parole ben riferibili alla Turchia odierna. Parole, per me, sempre lucide e profetiche, quelle: con l’attentato di domenica scorsa si entra a pieno titolo nella «palude» descritta da Paolo, fatta da partiti, affaristi, servizi segreti, reti terroristiche.

Davvero, dunque, l’alternativa è secca tra regime poliziesco e terrorismo di marca Pkk, come si vuol far credere? Le due opzioni non si escludono, ovvero si contemplano l’una l’altra, loro malgrado? Ovviamente non deve essere necessariamente così, ma è importante capire perché ciò è possibile.

Tra due terrorismi

Prendo le parole di padre Paolo e sostituisco i termini islamismo radicale con terrorismo del Pkk, benché siano espressioni molto diverse tra loro per natura storica: ebbene, il senso del discorso funziona ancora.

«Il fenomeno dell’islamismo radicale, semplicisticamente chiamato terrorismo, come al-Qaida, è in gran parte, a mio avviso, l’espressione di un profondo smarrimento. Nasce da un sentimento di persecuzione […]. Scegliendo di organizzarsi nella clandestinità e presi da una febbre ideologica estremista nella quale pensano di detenere il monopolio della verità, sprofondano in un sistema criminale propriamente mafioso. Oggi sappiamo che esistono legami diretti tra la mafia internazionale e i gruppi islamisti radicali e clandestini».

Il Pkk potrebbe essere soltanto uno specchietto per le allodole, ma gli specchietti esistono e vengono usati, eccome! In Italia, chi abbia letto qualcosa di serio sul caso Moro – che in questi giorni va in televisione, ma come? – è in grado di capire.

Il discorso del gesuita, nell’ultimo suo libro Collera e luce, recita: «Farò due esempi. La poligamia è considerata dall’ONU contraria ai diritti della donna. Bisogna intervenire con l’esercito contro la poligamia? La maggioranza dei paesi autorizza l’aborto in quanto diritto della donna: in certi paesi a maggioranza cattolica proibirlo è considerata una posizione morale. Faremo la guerra per questo? Che cosa è tollerabile […]? Qual è la soglia oltre la quale gli stati devono intervenire per salvaguardare i diritti umani? Dove inizia il dovere di intervento? Non ci sono delle misure di incoraggiamento, di promozione, che possono precedere quelle della sanzione? L’essenziale è innanzitutto prosciugare il pantano della clandestinità criminale: lì sta il pericolo, perché esso funziona grazie ad una sorta di sofisma depravato e di inconfessabili solidarietà […]. Difatti, sono state rilevate infiltrazioni e complicità che vanno dalle mafie della tratta e dell’immigrazione clandestina alle organizzazioni terroristiche d’ispirazione marxista, fino ai sotterranei dei vari servizi di sicurezza nazionali. È questo ciò che io chiamo il pantano, l’oscura cloaca dove tanti complotti sono possibili e troppo spesso diventano reali».

Guardare nella palude

Troppo facile, per me, parlare della tragedia di Istanbul, dunque, con termini quali furia del Pkk ovvero terrorismo di Stato. Le domande che non si osa mai porre sul tavolo sono, perciò, le seguenti: i terroristi sono solo terroristi? Quanti altri attentati – affatto da noi considerati espressione del terrorismo di Stato – sono appartenuti al pantano che ci ha sempre fatto comodo non vedere? C’è qualcosa da comprendere pure da parte di chi si “immola” in un vergognoso atto criminale?

Certo, non si tratta di giustificare la perversione! Bensì di immergere lo sguardo nel pantano del mondo, per quanto puzzolente e scomodo questo sia! A pochi chilometri dall’Anatolia – in Siria – soprattutto nel nord, dove ancora coesistono eserciti di tutti i tipi assieme a bande terroriste, la gente continua a morire a grappoli in azioni – spesso indecifrabili – prodotte nel pantano.

Ci vogliamo guardare dentro? Interessa? Farlo non serve a colpevolizzare o assolvere, ma a divenire consapevoli della vera sfida al terrorismo, cioè la costruzione di un mondo in cui sia possibile vivere insieme: in Turchia tra turchi, curdi, aleviti, armeni, greci e, oggi, anche profughi siriani.

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