Brasile: la crisi della nostra civilizzazione

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Giorgio Agamben scriveva di Guy Debord e di cinema e faceva un’osservazione che mi fece pensare. Il filosofo accennava alla differenza di obiettivi del cinema e del telegiornale. In tempi in cui le porte del futuro sembrano chiuse, molti stanno risuscitando il passato più tragico e folle e il cinema potrebbe fare il contrario di quello che fanno i nostalgici del terrore.

Potrebbe favorire una memoria che restituisca, a partire dalle vittime e dagli sconfitti del passato, la possibilità di rifare la storia. E può fare il contrario dei giornali e dei telegiornali, il cui obiettivo è confinarci nel presente, cancellare e deturpare la memoria e propiziare sterili risentimenti. I giornali ci offrono i fatti, ma davanti a ogni notizia ci ritroviamo impotenti, perché il potere dei media consiste appunto nel promuovere lo spettatore smemorato, indignato e impotente.

Una lunga premessa per dire che non mi sento a mio agio, quando mi si chiede di commentare l’attualità accompagnando i notiziari e le reti sociali.

L’Amazzonia brucia da tempo

Oggi fanno notizia gli incendi della Amazzonia, Cerrado e Pantanal in un Brasile sempre più nemico della Terra e della vita. Oggi fanno notizia le menzogne spudorate dei leaders politici americani e le reazioni puntuali, indignate e impotenti, di coloro che credono possa essere sufficiente manifestare dissenso nei confronti di Trump e Bolsonaro.

E così facendo dimentichiamo che sarebbe necessario un profondo discernimento per smascherare supposte verginità politiche e religiose che ci riqualificano, a buon mercato, come essere umani etici e solidali solo perché ci opponiamo alla nuova destra mondiale.

In questo presentismo, inoculato dai media, corriamo il rischio di essere comparse della democrazia come farsa, in cui regimi e opposizioni si associano per dissentire nei dettagli e, nello stesso tempo, per accettare come naturale e indiscutibile la gestione capitalista del pianeta.

Un esempio che sintetizza queste attitudini politiche, generalizzate in Europa come in America, ci è dato dall’articolo pubblicato in Poder 360 (29 settembre), in cui José Dirceu scrive che il Partito dei Lavoratori (PT) deve cambiare e la sinistra deve aggiornarsi. Si rimane, però, delusi dalle limitazioni dell’analisi, delle prospettive e delle strategie politiche.

Fare memoria e reagire politicamente

Siamo ancora una volta davanti all’incapacità di un’autocritica qualunque e alla ricostruzione deformata del passato di Lula e Dilma, come se la loro gestione non sia stata caratterizzata dall’alleanza con il centro-destra e con le élites imprenditoriali, bancarie, dell’attività minieraria e dell’agribusiness.

Come se la trasposizione del fiume São Francisco, le centrali idroelettriche faraoniche di Belo Monte, Estreito, Jirau, Santo Antônio… Olimpiadi e Campionato Mondiale di Calcio… Programma Matopiba (malefico insieme di progetti che finisce per cancellare definitivamente la savana brasiliana dalla mappa dei biomi) non fossero iniziative decise contro la vita degli indigeni, delle comunità tradizionali, delle periferie urbane, dei piccoli e dei poveri di Gesù.

Per reagire adeguatamente, è necessario rinfrescare la memoria. Scopriremmo che le atrocità palesate dai discorsi e dai turpiloqui dell’attuale governo rivelano con chiarezza quello che è sempre successo, ma che rimaneva elegantemente truccato dalle liturgie del potere.

Non è nuovo il genocidio dei popoli indigeni e dei campesinos. Non è nuovo il disastro ecologico dei biomi del Brasile. Nuovo, o rinnovato, è il discorso spudorato e disumano, che raramente aveva l’ardire di mostrarsi.

Ma mi pare evidente che la battaglia non può essere combattuta sul piano dei discorsi, delle narrazioni. Si combatte solo sul piano della verità dei fatti. E il fatto incontestabile è la crisi della nostra civilizzazione.

Da qui dovrebbe ripartire ogni progetto politico. Cosa che pare impossibile anche in questo Brasile, alla vigilia delle elezioni municipali, sintesi mirabile della coazione a ripetere, che preannuncia le ripetizioni che ci aspettano nel 2022, anno delle elezioni presidenziali.

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