Brasile: potere e terre usurpate

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Domenica 16 gennaio scorso, Avvenire ha pubblicato un servizio dell’inviata in Brasile Lucia Capuzzi – ben organizzato e ben scritto – in cui ha raccontato, attraverso interviste realizzate con alcuni protagonisti della resistenza e della solidarietà, il dramma della violenza contro gli indigeni e i contadini del Maranhão.

L’articolo mi interpella inevitabilmente, perché vivo in questo Stato del Brasile da circa trentacinque anni, in cui la mia vita si è testardamente intrecciata con le lotte indigene e contadine, in difesa e riconquista di territori caratterizzati da spiritualità ancestrali e da profonde identità culturali.

Raccontare, ancora una volta, la sofferenza dei popoli originari, dei quilombolas, delle comunità contadine tradizionali, può indurre qualcuno a commentare cinicamente “niente di nuovo sotto il sole”. Ma c’è una tragica verità nascosta in questa coazione a ripetersi della violenza e della puntuale narrazione degli umiliati e degli sconfitti: sembra che non ci sia via d’uscita a non essere, questa, se non la ripetizione.

E tutto viene da lontano, perché, di fatto, la dittatura civile-militare, 1964-1985, non ha mai smesso di opprimere e uccidere nel mondo agrario brasiliano. Ma è necessario risalire più lontano ancora nel tempo, perché la violenza del latifondo e dello Stato è costitutiva del regime coloniale che dal 1500 perdura fino ad oggi.

La prima considerazione da fare è allora che tale violenza non è confinabile all’attuale congiuntura necro-politica del Brasile, ma che si tratta di un fatto sistemico, costitutivo, strutturale, della storia ingrata della Terra di Santa Cruz e dell’Abya Ayala.

Infatti, se scopriamo qualcosa di nuovo nella violenza attuale, questo inedito è offerto dalla rivelazione senza pudore e senza vergogna dell’odio che, da sempre, le élites nazionali, di antica o più recente colonizzazione, hanno riservato per i popoli indigeni, i neri e i poveri.

Insomma, davvero non c’è “niente di nuovo sotto il sole” nei dati statistici pubblicati nel dicembre dello scorso anno dalla Commissione Pastorale della Terra?

Sono, forse, ancora una volta, parole che non riescono a rompere il muro dell’indifferenza e rimangono ben lontane dal grido dei popoli e delle comunità vittime della violenza del capitale e dello Stato.

Fino al 31 agosto 2021, si raggiunse un numero di famiglie aggredite maggiore del numero verificato in tutto il 2020. 418 territori sono stati oggetto di violenze nei primi 8 mesi del 2021. 28% di questi territori sono aree indigene. Tra gennaio e novembre del 2021, sono stati registrati 26 omicidi in conflitti di terra. Un aumento del 30% in relazione all’anno precedente, in cui furono documentati 20 omicidi… Le morti in conseguenza dei conflitti fondiari sono aumentate vertiginosamente, con un aumento del 1.044%, passando da 09, in tutto l’anno 2020, 103 registrate fino ad ora. Tra queste 103, 101 sono di indigeni Yanomami.[1]

Riflettendo ancora novità in questo sistema di morte che è il Brasile, si è obbligati a sottolineare che l’attuale violenza non aggredisce solamente i corpi e i territori dei poveri, ma colpisce la speranza di coloro che sognano e lottano per un futuro diverso per l’umanità: la possibilità di sconfiggere la necro-economia capitalista e creare processi di fraternità e sororità di tutti gli esseri viventi, la Terra senza male, il Bien Vivir, che è il progetto indigeno, quilombola e contadino.

Ascoltare il grido dei poveri

Ma c’è forse un’altra drammatica verità. L’anomia brasiliana, che oggi rivela con spudorata intensità ciò che è sempre sistemicamente accaduto, dice al mondo, e specialmente all’Europa: “io sono oggi ciò che tu sarai domani, o meglio, ciò che già sei, forse, senza rendertene conto”. Mi pare che sia in atto un processo di brasilianizzazione del pianeta terra, nell’ambito della crisi di civilizzazione che stiamo vivendo.

Insomma, oggi le attitudini terzomondiste appaiono evidentemente datate, quando ci mettiamo in ascolto del grido dei poveri, che è ben più esteso e assordante del grido che viene dall’Amazzonia, tanto ricordata dagli occidentali illuminati, o dal grido della savana, il Cerrado brasiliano, ferito a morte da decenni e così dimenticato dagli occidentali.

Non si tratta di una polemica stupida che collocherebbe in concorrenza due tragedie ambientali, ma la rimozione del Cerrado e l’opzione per la foresta tropicale rivelano la cecità dell’Occidente che ignora deliberatamente il bioma più antico del pianeta, dove si articola tutto il complesso sistema dell’acqua dolce e dei bacini idrografici, presente in ben undici Stati del Brasile. Ed è nel Cerrado che risuscita il latifondo, dove si coltivano la soia, la canna da zucchero e l’eucalipto, materie prime esportate in Occidente e in Cina, dall’Arabia Saudita Verde che è il Brasile.

Bisogna certo aprire il cuore, ma anche gli occhi. Infatti, in quest’anno di elezioni presidenziali, sta vincendo, per il momento, l’ipotesi della sinistra che vuole sostituire l’attuale governo di estrema destra. Pare un processo a maquillage del realismo prudente della politica come mera constatazione degli interessi degli impresari e delle pretese dei partiti.

Per Lula, qualunque cosa e qualunque alleanza devono e possono servire per vincere le elezioni. I partiti di sinistra avrebbero potuto proporre l’impeachment del Presidente, ben prima di arrivare ai 600.000 morti a causa del COVID, provocati dal negazionismo e dalla negligenza del governo federale, ma hanno preferito il cammino elettorale, intendendolo come l’unica garanzia per tornare al potere.

Pare allora che non ci sia un progetto politico, ma non è vero. Il cuore di questo progetto si chiama MATOPIBA, un programma a servizio dell’agribusiness, delle miniere, dell’energia, dei trasporti terrestri e fluviali, dei porti… che abbraccia il Cerrado degli Stati del Maranhão, Tocantins, Piauí, Bahia, inaugurato nel maggio del 2015 dalla presidente Dilma Roussef e dal Partito dei lavoratoti PT, copia fedele del progetto di sviluppo e devastazione dell’Amazzonia, che era il programma Grande Carajás (1984) della dittatura civile-militare.

Ripetizione fedele della follia capitalista.


[1]  cf. qui.

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