Burkina Faso: di golpe in golpe

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dopo golpe

Dopo il secondo colpo di stato in Burkina Faso nel giro di pochi mesi, abbiamo risentito padre Paolo Motta, missionario della Comunità di Villaregia, in vista della odierna Giornata Missionaria Mondiale. Il servizio è curato da Giordano Cavallari.

  • Padre Paolo, un altro colpo di stato in Burkina Faso?

Il colpo di stato che aveva portato al potere del Burkina Faso Paul Damiba era avvenuto nel gennaio scorso. Il nuovo colpo di stato che ha portato al potere Ibrahim Traoré è avvenuto il 30 settembre scorso. Francamente non ne aspettavamo un altro a distanza di pochi mesi.

I protagonisti sono giovani figure di stampo puramente militare, prive di formazione politica. Traoré ha 34 anni. Con queste figure tutto è possibile.

  • È stato sparso nuovo sangue?

Pare ci sia stato un morto, forse due. Il colpo è avvenuto unicamente in ambiente militare, chiuso verso l’esterno. Per due o tre giorni – all’inizio del mese – abbiamo avuto timore che il conflitto deflagrasse all’interno dell’esercito, estendendosi ovunque. Ma così non è stato. Lo stesso Damiba è in vita: pare sia riparato in Togo.

Terrorismo islamico

Damiba e Traoré fanno capo ad appartenenze etniche e religiose diverse?

Damiba è di etnia mossi – quella maggioritaria nella capitale e al centro del Paese – ed è cristiano. Traoré è di etnia malinke – quella maggiormente diffusa al sud del Paese – ed è musulmano. Ma dietro questo colpo di stato le ragioni etnico-religiose non appaiono rilevanti.

  • Nella precedente intervista (qui) ci hai parlato del terrorismo islamista e della lotta del governo al terrorismo: sta ancora in ciò la ragione del nuovo colpo di stato?

Sostanzialmente sì. Damiba aveva preso il potere promettendo che avrebbe garantito protezione e sicurezza al Paese. Ma, durante l’estate, è avvenuto un attentato nei pressi della città di Djibo nel nord del Paese, una delle roccaforti dello Stato contro il terrorismo.

Come avevo detto, la popolazione che vive sparsa nei villaggi presi di mira dai terroristi facilmente fugge e cerca rifugio nelle città più grandi e più vicine, sotto il controllo dello stato. La strategia del terrorismo è quella di seminare il panico e di produrre precisamente questo effetto: arrivano nei villaggi, bruciano le sedi municipali e le caserme governative (talvolta le chiese), sparano a casaccio, cercano di imporre i costumi islamisti specie alle donne, impediscono il lavoro nei campi, insomma rendono la vita impossibile alla gente, che scappa.

A Djibo si trovavano già molte famiglie sfollate dai villaggi. Tutta la popolazione della città si trovava in una situazione di estrema difficoltà durante la stagione secca. Pensate che l’acqua era razionata nella misura di 3 litri al giorno per persona: livello di igiene insufficiente e condizioni da epidemia.

Era poi arrivata la pioggia e la situazione stava un poco migliorando, ma permaneva – come permane – una situazione di carenza alimentare seria. Per farvi fronte, il governo di Damiba aveva organizzato un convoglio di aiuti dalla capitale Quagadougou a Djibo. Circa 150 automezzi pesanti scortati stavano percorrendo la distanza tra le due città, quando i terroristi hanno sferrato un attacco. Sono morte tante persone, più civili che militari.

Questo attentato – che ha mostrato l’incapacità di Damiba di difendere la popolazione dal terrorismo – è divenuto il principale capo d’accusa nei suoi confronti e quindi il motivo della sua defenestrazione da parte di Traoré. Naturalmente quest’ultimo deve ora dimostrare di saper fare di meglio: cosa affatto scontata.

  • L’attentato di Djibo significa che i terroristi stanno guadagnando terreno verso la capitale Quagadougou?

Certamente l’attentato dimostra che i terroristi sono in grado di colpire, sempre più, da vicino la capitale. In questi giorni hanno colpito a Goursi, a 130 km, a nord: hanno bruciato il municipio e la gendarmeria e poi se ne sono andati. La paura c’è anche qui a Quagadougou.

L’intento dei terroristi è fare incursioni, seminare panico, come ho detto, non di conquistare le città e i territori. Non mirano al potere del Paese. Non hanno l’organizzazione per farlo e neppure interessa a loro: basta la libertà di gestione dei traffici di armi, droga, materie prime, esseri umani.

  • Continua, dunque, l’esodo dai villaggi alle grandi città, compresa Quagadougou?

La meta degli sfollati interni dei villaggi è sempre la città più vicina ancora garantita dalla presenza militare dello stato. Certamente anche la capitale è interessata dal fenomeno. Anche nella nostra parrocchia abbiamo sfollati dai villaggi a causa del terrorismo, ma in misura ancora contenuta.

La gente si sposta naturalmente per via di parentela e di gruppo. C’è quindi stata una certa selezione. Mentre nelle città a nord e a est del Paese ci sono già centinaia di migliaia di sfollati ospitati in campi profughi.

La Russia avanza
  • Già col colpo di stato di Damiba si era detto di un cambio di alleanze militari dalla Francia alla Russia? È così?

Il 14 e 15 di questo mese, dopo il colpo di stato, si sono tenuti appunto degli incontri – una vera e propria assise nazionale – tra militari al potere, loro ministri e rappresentanti delle comunità. Vi hanno partecipato circa 500 persone. Come ho detto c’era molta paura. L’ambasciata italiana ci ha consigliato di non uscire dalla missione.

Ci sarebbero state manifestazioni di giovani, specie se non fosse stato avallato il golpe di Traoré. Ebbene questi giovani portavano in giro bandiere del Burkina Faso e, insieme, della Russia. Questa cosa mi ha impressionato. Nell’immaginario di questi giovani – e non solo – la Russia è divenuta il simbolo della lotta al terrorismo e quindi della salvezza nazionale.

Nel mentre la Francia è caduta nella considerazione collettiva, quale rappresentanza di tutti i mali del colonialismo e del neocolonialismo. Ovviamente c’è molta esasperazione ideologica in ciò. Questo è il clima. Io stesso sono un poco sorpreso.

  • Noti una presenza militare – e forse non militare – russa tale da giustificare questo pensiero?

In realtà io vedo ben poco della presenza russa. Si sa che c’è la presenza della milizia privata russa “Wagner”. Si sa che, da qualche parte, ci sono i russi, soprattutto dove ci sono miniere e materie prime da tenere d’occhio.

Si dice che abbiano però ripiegato, in buona misura, in Russia verso l’Ucraina, per ovvie ragioni. Ma qui, ad onore del vero, abbiamo visto quasi nulla, prima e dopo. Mi sembra appunto una presenza enfatizzata più che reale. Ma l’influenza politica indubbiamente c’è.

Il collante interno
  • Hai accennato al timore di una estensione del conflitto, dall’interno dell’esercito alle comunità. Che cosa tiene ancora insieme le comunità? C’è un ruolo delle religioni? 

Penso che l’intervento dei capi delle etnie, quindi delle autorità tradizionali e anche religiose abbia avuto un ruolo determinare nello scongiurare altri bagni di sangue, come nella recente circostanza. Capi villaggio, imam e vescovi cristiani costituiscono quelle autorità morali che sono importanti per le comunità e che hanno ancora peso presso le autorità politiche.

So che figure molto considerate di questo tipo hanno avuto un incontro con i golpisti e sono state ascoltate. Si è realizzata una sorta di mediazione tra le fazioni dell’esercito per il bene della gente. Traoré ha fatto pertanto promesse di pace e democrazia: entro due anni dovrebbero essere convocate nuove elezioni. Vedremo.

  • Vuoi chiarire meglio che cosa vuol dire autorità tradizionali?

L’etnia mossi, ad esempio, riconosce un proprio capo nel mogho naaba, un’autorità più morale che politica, oggi. Vive qui a Quagadougou ed hai i suoi legati nelle varie province. È molto influente sulla popolazione ed è perciò molto ascoltato anche dai politici e dai militari. Se lui dice che bisogna fare la pace per il bene della gente, anche i militari devono ascoltarlo.

Ci sono altri capi etnici paragonabili al mogho naaba in Burkina Faso. Ci sono poi i capi certamente religiosi: imam e vescovi. Normalmente non intervengono in questioni politico-militari, ma quando i problemi diventano di carattere sociale si fanno sentire in maniera concorde. Il condiviso timor di Dio, nel caso, ha funzionato.

Etnia e religioni
  • I capi etnici hanno una precisa appartenenza religiosa? Sono riconducibili alle religioni tradizionali africane animiste?

Le autorità tradizionali sono, in un certo senso, rappresentanti delle religioni tradizionali africane. I capi-etnia sono spesso i garanti della conservazione delle pratiche rituali antiche. Ma, nello stesso tempo, possono essere rivestiti di islam oppure di cristianesimo. L’ibridazione, come sapete, è una caratteristica tipicamente africana.

Per noi è un problema, perché è sempre difficile distinguere tra la buona conservazione delle tradizioni popolari e le pratiche di evocazione degli spiriti, incompatibili col cristianesimo. I buoni rapporti delle Chiese con queste autorità morali tradizionali tuttavia funzionano, in maniera positiva: in questo caso in vista di una certa pacificazione nazionale.

  • I buoni rapporti tra leaders religiosi comprendono anche gli islamici?

Trovo un fatto estremamente positivo che anche gli imam abbiano contribuito a placare gli animi dei militari insieme ai capi etnici e ai vescovi e abbiano condannato gli attentati terroristici e chi li compie.

Sappiamo bene che i terroristi si richiamano all’Islam e che, anzi, si ritengono i rappresentanti del vero Islam. In un recente passato si è rimproverato ai musulmani del Burkina Faso di non condannare gli atti di terrorismo con sufficiente fermezza.

Quanto è accaduto mostra invece che c’è un buon gruppo di imam che non condivide assolutamente l’Islam dei terroristi. C’è un Islam col quale si può dialogare e si può collaborare. Questa è anche la nostra esperienza di missionari.

Missionari in Burkina
  • In questo contesto la vostra missione come sta?

La Chiesa e la nostra missione vivono nel contesto. Chiaramente ne avvertono il clima con preoccupazione, insieme alla gente. Ma va detto che qui non c’è neppure troppo tempo per pensare a quel che sta accadendo o che accadrà a livello più alto.

Il problema avvertito dalle famiglie in questi giorni di ripresa dell’attività scolastica – in un Paese che riesce a garantire l’istruzione pubblica solo nella misura del 20-30% e il resto è privato – è, ad esempio, riuscire a fare le iscrizioni e acquistare i materiali scolastici.

Ed è in questo campo che, in questo momento, stiamo impegnando i nostri sforzi, sostenendo con aiuti puntuali e con un progetto globale che ha l’obiettivo di permettere alle famiglie di garantire, con i propri mezzi, l’istruzione dei figli.

Nella nostra grande parrocchia si sta celebrando il mese missionario: una ricorrenza annuale molto sentita in tutta la diocesi di Quagadougou e in tutto il Burkina Faso. Tutte le parrocchie e tutte le comunità di base in questo mese, ogni giorno, recitano il rosario e fanno le collette per le missioni. Tante – evidentemente piccole – offerte riescono a mettere insieme qualcosa di importante.

Come missionari di Villaregia siamo stati chiamati dal vescovo ad animare la veglia diocesana di preghiera nella Domenica della Giornata Mondiale Missionaria, come già l’anno scorso. Siamo invitati anche in altre parrocchie. Facciamo quello che possiamo.

Siamo in 9 tra padri e consacrate nella missione: 4 italiani, 2 burkinabé nati in Costa d’Avorio, una consacrata avoriana, una dal Porto Rico e una dal Perù. Ci sono anche giovani locali che si stanno interrogando sulla loro vocazione. Tanti laici e laiche sono impegnate con noi.

Il nostro messaggio vuol essere consolatorio e saldo nella fede per tutti: il mondo è veramente grande e ci sono tanti posti nel mondo in cui si sta persino peggio, posti in cui non c’è neppure la libertà religiosa che qui, nonostante tutto, abbiamo. I poveri e i molto poveri ci sono anche in altre zone e in altri Paesi. E non c’è nessun povero che non abbia qualcosa di suo da offrire. L’appello è a camminare, sempre, con fiducia.

Quest’anno poi la nostra parrocchia celebra i 5 anni della nostra presenza missionaria. La Domenica successiva alla Giornata Missionaria Mondiale ci sarà una grande festa – potremmo dire, per usare un termine italiano, una sagra – con concorsi corali, giochi, danze e, naturalmente, preghiere. Sarà una festa tipicamente africana. La gioia di vivere che si respira qui in Africa è forse unica al mondo: sì, c’è la guerra, ma intanto – pensa la gente – facciamo la nostra sagra.

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