Commercio: la Cina ha fatto il suo gioco

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Quello siglato lo scorso 15 novembre in Vietnam tra la Cina e altri 14 paesi asiatici è l’accordo commerciale più grande del mondo. Una rivincita di Pechino che, dopo il fallimento del TPP per mano di Trump, prova ora a isolare gli Stati Uniti nel Pacifico. L’accordo rappresenterà il 30% dell’economia e della popolazione mondiale e raggiungerà 2,2 miliardi di consumatori. Cosa cambia per l’UE? (www.lavoce.info, 17 novembre 2020). Cf. anche Il Sole 24 Ore, «La Cina firma con 14 Paesi il più grande patto commerciale del pianeta», 17 novembre 2020.

cina

Con la firma, il 15 novembre scorso, della «Regional Comprehensive Economic Partnership» (RECP), è stata istituita un’area commerciale che rappresenta il 30 per cento del PIL mondiale ed è altrettanto rilevante in termini di popolazione. In questo modo vengono poste le basi per riunire di fatto la Cina con il Sud-Est asiatico, la più grande regione emergente del mondo – già radunata nell’ASEAN (10 paesi che ospitano 600 milioni di persone) – e con l’Asia Nordorientale, dove Giappone e Corea del Sud rappresentano le punte economicamente e tecnologicamente più avanzate.

Un “blocco asiatico” dei commerci

Questo accordo rappresenta una vera e propria svolta per il futuro delle relazioni economiche internazionali, per tanti motivi. Innanzitutto, la RCEP configura l’area commerciale più grande del mondo, sebbene meno ambiziosa delle altre principali (UE e NAFTA), e soprattutto con un elevato grado di complementarietà produttiva: vi partecipano paesi industrializzati alla frontiera della tecnologia e paesi emergenti che possono coprire in modo efficiente le produzioni a più alto contenuto di lavoro.

Questa complementarietà è proprio l’elemento da cui dipende il successo degli accordi commerciali che includono facilitazioni sulle produzioni realizzate prevalentemente all’interno (cioè con un’elevata percentuale di valore aggiunto regionale). In tal senso, la RCEP si appresta a creare quel grande «blocco asiatico» dei commerci che finora non era mai davvero arrivato a completamento, perché la Cina era sempre stata inserita pesantemente nelle filiere «occidentali», con Europa e Stati Uniti.

Oggi invece la Cina mira a creare filiere regionali, per due motivi: svincolarsi dall’eccessiva dipendenza, produttiva e finanziaria, dagli Stati Uniti, troppo pericolosa in quanto legata a doppio filo all’esito elettorale; e costruire un grande mercato asiatico che accolga le sue merci, inclusi i contenuti high tech che si prefigge di produrre soprattutto in casa (magari con l’aiuto delle imprese giapponesi e coreane). Questo accordo fa il paio con la strategia della dual circulation (aumento del consumo interno e al contempo grande importanza al commercio e agli investimenti diretti), espressa nel XIV piano quinquennale approvato pochi giorni fa per il periodo 2021-2025.

Il ruolo di USA e UE

Oggi il protezionismo americano e la recessione dovuta alla pandemia hanno creato un doppio varco per le ambizioni cinesi. Da un lato infatti la caduta rovinosa del TPP per mano del suo stesso proponente, gli Stati Uniti, ha indirettamente suggerito alla Cina l’idea di unire tutti i paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico – Australia inclusa – per favorire filiere asiatiche e isolare così gli USA. D’altra parte, nel mezzo della pandemia, l’Asia è l’unica area del mondo che è già ripartita e che in realtà non si è mai completamente fermata: ciò significa che avrà un vantaggio di tempo nel ridefinire la geografia della produzione regionale.

Nella nuova geografia delle filiere che la Cina vorrebbe disegnare, l’Europa è un partner importante e negli ultimi anni ha siglato accordi di partenariato economico (FTA) con alcuni dei paesi più importanti dell’area RCEP: Giappone, Corea del Sud e Vietnam. Questi accordi sono un grande successo commerciale e istituzionale ma è importante evitare che le regole delle FTA con l’UE in termini di caratteristiche dei prodotti non subiscano la concorrenza «dal basso» dalle regole più lasche dell’RCEP.

L’accordo, intorno al quale si discute almeno dal 2013, è stato da più parti sminuito nel suo potenziale per essere molto meno ambizioso del TPP e delle FTA dell’UE. Al contrario, oggi è stata proprio questa caratteristica è stata il motivo del suo successo. La strada è lunga perché i risultati si vedano: l’accordo va ratificato dai parlamenti nazionali e oggi molti paesi del Sud-Est asiatico sono riluttanti a legarsi ancor di più alla Cina di quanto già non siano. Intanto, con la RCEP si realizza indirettamente un accordo tra i tre principali paesi asiatici – Cina, Corea del Sud e Giappone – che da tempo dialogano per creare un’area di libero scambio, che i troppi nodi politici irrisolti hanno finora ostacolato.

A questo punto, è ancor più chiaro che la Cina non fosse affatto ai blocchi ad aspettare l’esito delle elezioni americane: la guerra commerciale di Trump aveva già confermato a Pechino l’opportunità di allentare drasticamente il legame con gli Stati Uniti e – qualunque sia l’atteggiamento prevalente oggi a Washington rispetto al «rivale sistemico» – la Cina ha fatto i suoi giochi.

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