Compleanno amaro per il Dalai Lama

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Il 6 luglio il Dalai Lama, 14ª reincarnazione di Buddha, ha compiuto 85 anni. Il suo paese, il Tibet, è praticamente in mano ai cinesi.

Il Dalai Lama, da oltre 80 anni capo spirituale e politico dei tibetani, il 6 luglio ha compiuto 85 anni, una cinquantina dei quali trascorsi in esilio.

Lhamo Thondup, questo il suo nome secolare, era nato nel 1935 nel nord-est del Tibet da una famiglia di agricoltori. Già nel 1937 fu riconosciuto come la 14ª reincarnazione di Budda e, all’età di quattro anni e mezzo, con il nome monastico di Tenzi Gyatso, fu intronizzato come Dalai Lama. Nel 1950, una volta raggiunta l’età di 15 anni fu proclamato capo di un Tibet indipendente. Ma in quel tempo, l’esercito cinese fece irruzione nel paese, occupandolo.

Nel 1959, dopo il soffocamento da parte cinese di una insurrezione popolare, in una buia notte di nebbia dovette fuggire dalla capitale tibetana Lhasa per rifugiarsi in India. La maggior parte dei monasteri e dei templi del paese furono distrutti. A Dharamsala, in India, guidò un governo in esilio come capo di sei milioni di tibetani sparsi in tutto il mondo, fino a quando, nel 2011, non cedette questo ruolo al Primo Ministro Lobsang Sangay.

Ma fino ad oggi, per l’importanza strategica ed economico-politica della Cina, il Tibet non è riuscito a ottenere il riconoscimento di nessun paese del mondo.

Il Dalai Lama, attraverso viaggi e assidue frequentazione sui media, ha continuato fino ad oggi a operare in tutto il mondo come simbolo di resistenza nonviolenta con l’obiettivo di ottenere una “vera autonomia” con libertà culturali e religiose per i tibetani, sotto la sovranità nominale della Repubblica popolare cinese, ma senza successo. Inoltre, in sei decenni di impegno, non è riuscito a ottenere un appoggio internazionale durevole a favore dell’autonomia tibetana.

Nel 1989 ricevette il premio Nobel per la pace per questa sua resistenza pacifica.

Cosa succederà ora?

Cosa succederà ora? Si dovrebbe dire: seguirà la 15ª reincarnazione. Dopo la morte di un Dalai Lama infatti i monaci del paese cercano un bambino in cui credono di riconoscere la reincarnazione di Buddha.

 Ma il problema ora è più complicato. Per decenni Pechino ha trasformato il Tibet, chiamato il “Tetto del mondo”, in un territorio sempre più cinese mediante i reinsediamenti e la riqualificazione urbana. Il governo cerca continuamente di screditare il Dalai Lama, e di minare quella che è definita la sua “posizione reazionaria” contro gli sforzi per uno sviluppo economico del paese.

Ecco la ragione per cui, secondo i governanti cinesi, egli perde anche il sostegno della sua stessa gente.

Nel corso degli anni, il Dalai Lama ha sempre agito in maniera cortese e nonviolenta per favorire il progresso del Tibet. Ma Pechino non ne vuol sapere e sa che il tempo lavora a suo favore nel senso che il mondo si abitua allo status quo.

Dove rinascerà il 15° Dalai Lama, lo ha indicato in maniera approssimativa l’attuale 14°. La scelta dovrebbe avvenire fuori del Tibet occupato per sfuggire alle interferenze e alla manipolazione della Cina. La ricerca dei monaci Lama durerà perciò più del solito.

dalai lama

Il Tibet attuale

Ma come si presenta attualmente il Tibet? La situazione, a partire dall’invasione cinese del 1949, è descritta molto bene a grandi linee dalla Campagna internazionale “Save Tibet”, in un servizio dello scorso febbraio 2020. Nel 1949 l’esercito popolare cinese di liberazione entrò in Tibet. Il 10 marzo 1959 i tibetani tentarono una disperata insurrezione contro gli occupanti cinesi. I disordini durarono oltre una settimana ma, alla fine, la rivolta fu brutalmente soffocata. Persero la vita oltre 60 mila tibetani. Il Dalai Lama decise di fuggire e molte migliaia lo seguirono.

La popolazione globale del Tibet è calcolata oggi in circa 6 milioni di persone, di cui 2,09 milioni vivono nella eufemisticamente chiamata Regione autonoma tibetana (TAR), che comprende solo un piccola parte del Tibet storico. La rimanente popolazione tibetana è sparsa nelle province cinesi di Qinghai, Sichuan, Gansu e Yunnan al di fuori del TAR.

Con l’insediamento in massa di cinesi, i tibetani sono diventati ora una minoranza nella loro stessa patria.

Il governo cinese persegue una politica mirata ad annientare la cultura tibetana – lingua, religione e arte – minacciata ora di estinzione nel proprio paese.

L’amministrazione del Paese è in mano ai cinesi e gli uomini d’affari cinesi godono di agevolazioni fiscali.

Ogni manifestazione di opinione contraria all’ideologia del partito comunista può portare all’arresto. Il governo invia sistematicamente ufficiali politici nelle istituzioni religiose per soffocare la lealtà verso il Dalai Lama, la simpatia per un’indipendenza tibetana o ogni manifestazione di dissenso.

Persino i bambini non possono esprimere liberamente le loro opinioni. Molti prigionieri politici hanno meno di 18 anni e giovani monaci e monache vengono sistematicamente cacciati dalle loro istituzioni.

La vita nei monasteri è regolata rigorosamente dal governo cinese. Tutte le questioni relative alla vita dei monaci devono essere approvate dalle autorità cinesi. Chiunque entri in monastero, chiunque ne esce, quali preghiere, rituali e cerimonie vengono celebrati, tutto dev’essere coordinato con le autorità.

L’arbitrarietà della giustizia

I tibetani possono essere arrestati arbitrariamente in qualsiasi momento. Aumentano sempre più i casi di sparizioni improvvise, gli arresti, senza che si sappia niente delle circostanze in cui avvengono.

Nelle carceri cinesi e nei centri di detenzione è ancora comune la tortura, nonostante rappresenti una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite in materia.

A molti bambini tibetani è negato l’accesso a un’adeguata assistenza e alla formazione scolastica, per la difficoltà di guadagnarsi da vivere, per le insufficienti strutture e per le misure discriminatorie.

La lingua tibetana è stata sostituita come lingua ufficiale dal cinese. La gioventù non impara più niente di ciò che riguarda il suo passato e viene educata secondo le direttive del partito comunista.

Sfruttamento delle risorse naturali

L’interesse principale della Cina è ora rivolto allo sfruttamento delle ricche risorse naturali e all’utilizzo della terra per la colonizzazione cinese, senza tener conto dell’ambiente. L’estrazione mineraria è diventata la più grande industria all’interno e all’esterno della Regione autonoma. Le manifestazioni di protesta vengono brutalmente represse.

Dagli altipiani del Tibet nascono quasi tutti i grandi fiumi dell’Asia. Sono almeno 1,5 miliardi le persone che dipendono dall’acqua dei fiumi che hanno origine in questa regione. La maggior parte delle dighe del mondo sono state costruite in Tibet per fornire energia all’economia cinese. Queste gigantesche strutture rappresentano una minaccia per l’ambiente e per la popolazione, anche a causa dei frequenti forti terremoti nella regione dell’Himalaya. Inoltre, l’acqua viene deviata in Cina per rifornire la popolazione cinese e l’industria carbonifera.

Nessuna prospettiva di miglioramento

La situazione dei tibetani in Tibet è peggiorata dopo le olimpiadi di Pechino del 2008. Nelle città, si può già parlare del totale controllo delle persone, con l’impiego, tra l’altro, di massicci strumenti tecnici.

Nei villaggi le famiglie tibetane sono costrette a controllarsi a vicenda e a segnalare tutte le irregolarità alle autorità. Anche la libertà di movimento è fortemente limitata.

I cinesi, invece, sono autorizzati a spostarsi dappertutto, mentre i tibetani sono sottoposti in casa loro a innumerevoli controlli. Non possono spostarsi neanche per andare a lavorare fuori della loro zona di residenza; per questo hanno bisogno di una quantità di permessi. I confini con i paesi vicini sono rigorosamente sorvegliati e l’impiego di droni killer è diventato ormai comune.

dalai lama

Negli ultimi decenni migliaia di tibetani sono fuggiti per andare in esilio. In seguito alle misure via via più severe, il loro numero è diminuito sempre più.

Negli ultimi anni due milioni di nomadi, ultimo baluardo della cultura tibetana in Tibet, sono stati trasferiti forzatamente in insediamenti somiglianti a prigioni.

Molti tibetani considerano senza speranza la situazione nel loro paese, data la crescente repressione e la progressiva emarginazione del loro modo di vivere e della loro cultura. Molti, per lo più monaci e monache, si sono dati fuoco come ultima risorsa per rendere il pubblico mondiale consapevole della situazione in Tibet e scuoterlo. Finora, oltre sono 150 le persone che hanno compiuto questa drastica scelta. La maggior parte sono morti in seguito a gravi ustioni, ignorati da gran parte dei media mondiali.

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