La coscienza critica dell’Occidente

di:
Francesco

Foto di Kim Haughton

Ora che il conflitto armato potrebbe davvero allargarsi, estendendosi a scenari non confinanti e col pericolo estremo, da più parti si inizia a guardare con maggiore interesse ad una possibile mediazione vaticana.

La mediazione del papa non ha tuttavia bisogno di raccogliere meri interessi, quanto di essere compresa e fatta intimamente propria.

Parto un poco da me stesso. Mi sono chiesto come è possibile che ciò che mi era apparso una volta seducente in Francesco, oggi mi appaia svantaggioso? E ancora mi chiedo: come è possibile che ciò che a molti era apparso una volta improponibile da parte di Bergoglio oggi gli appaia convincente?

Cito qualche fatto.

Vicinanze e lontananze

Dopo l’orribile azione terrorista di Charlie Hebdo, la Francia si disse orgogliosa di essere il Paese “di Voltaire e dell’irriverenza” – come ebbe a pronunciare il ministro della Giustizia, Christiane Taubira –, un Paese senza confini alla libertà di espressione. “Possiamo disegnare tutto, incluso il profeta”.

Pur essendo anch’io di indole irriverente, fui sedotto dall’opposta posizione del papa. In un discorso fermo sulla difesa della libertà di espressione Francesco disse: “è vero che non si può reagire violentemente. Ma se il dottor Gasbarri – Alberto Gasbarri è l’organizzatore dei viaggi papali, nelle visite apostoliche compare sempre a fianco del Papa, ndr – dice una parolaccia contro mia mamma, si deve aspettare un pugno”.

Siccome nessuno ha osato dire che il papa parteggiasse in quel momento per l’Isis, molti hanno cercato di edulcorare la pillola. Quel messaggio risulta simile a ciò che Francesco sta ripetutamente dicendo in questi giorni di guerra: affermare che Mosca si è sentita provocata dall’espansione della Nato non significa infatti prendere le parti di là. Il papa non l’ha mai fatto.

Francesco, dunque, fa semplici constatazioni che spostano l’attenzione dall’altro a me stesso, a noi stessi. Cosa dice la mia coscienza? Come agiamo di conseguenza? Fare queste oneste operazioni mentali non ha nulla a che fare con la messa in discussione del diritto di difesa dell’aggredito: chi sente insultare la madre prova l’aggressione; ciò non toglie che la madre possa aver fatto qualcosa per suscitare quell’insulto.

In occasione del discorso su Charlie Hebdo non ho minimamente pensato a una possibile vicinanza del papa ai terroristi, mentre ho intuito che ci stava indicando la strada per sconfiggerli veramente. Questo mi entusiasmò. Su Kiev e su quanto vi è accaduto non ho percepito la stessa emozione, almeno con la stessa certezza. Ed ho la sensazione che chi su Charlie Hebdo lo ha criticato e su Kiev lo sta esaltando soffra del mio stesso limite. Il problema è dunque del papa, ovvero è un problema mio, nostro e di tutti questi che lo criticano?

Francesco e noi

Io credo si tratti di un problema mio, nostro e di tutti. Provo a dire ancora la mia. Francesco ha condannato fermamente ogni forma di violenza religiosamente ispirata. Analogamente ha difeso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aggiungendo di capire bene perché l’Ucraina possa e debba difendersi.

La difesa dell’Ucraina da parte degli ucraini è la difesa del loro diritto a essere sé stessi, autonomi e sovrani, perché così desiderano. Lo stanno dicendo non da ora, ben prima del 2014, da quando, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono espressi, con un referendum popolare, nel ’91, per l’indipendenza da Mosca: sono passati più di trent’anni e non mi sembra che abbiano cambiato idea, anzi!

Il punto a cui intende portare la postura di Francesco sta nella finalità delle nostre azioni. A partire dalle nostre radici. Sta nel fatto che la finalità vera sia la giustizia, sia la pace per cui tutti, a parole, convengono, anche quelli che sono in guerra. Dunque, cosa vuol dire volere “la pace”?

Vuol dire che prendendo le parti di difesa dell’Ucraina, dobbiamo guardarci da sentimenti di attacco e di umiliazione della Russia, così come, prendendo le parti degli aggrediti del terrorismo, dobbiamo guardarci bene dal voler attaccare e umiliare l’intero islam. Piuttosto possiamo esordire a noi stessi riconoscendo dentro di noi quella frattura che ci avvicina ai metodi di Putin e a quelli di al-Baghdadi.

Pensarlo, dirlo con franchezza, ammetterlo, è ciò che solo può indurre i musulmani ad allontanarsi – tutti – dai tipi di al-Baghdadi, oppure i russi ad allontanarsi da Putin piuttosto che da Medvedev. La via della pace passa attraverso una lotta interiore. Senza peraltro lasciare le vittime abbandonate al loro destino.

Il nome di Dio

Nel giorno del dimenticato discorso sull’orrore di Charlie Hebdo, Francesco, secondo me, ai veri musulmani ha voluto dire: “noi non siamo migliori di voi, dunque anche voi potete riconoscere l’errore di chi uccide nel nome di Dio”.

Oggi vuol dire lo stesso ai veri cristiani russi: “non siamo migliori di voi, dunque, anche voi potete riconoscere l’errore di chi invade un altro Paese”. L’importante è non ritenersi migliori. Solo questo può portare gli altri – sentendosi capiti da esseri umani fragili – a riconoscere il proprio errore, come fa chi rinuncia a credersi migliore. Ci si crede migliori quando non si riconosce di essere caduti nello stesso errore dell’altro.

Pure i cristiani hanno ucciso nel nome Dio, pure l’Occidente ha aggredito Paesi sovrani. Questo occidente, allora, può oggi attendibilmente difendere l’Ucraina, non perché si ritiene – da sempre – nel giusto, ma perché ha semplicemente capito di aver sbagliato tante volte: perciò può offrirsi per trovare un ordine vicendevolmente giusto.

A mio avviso, Francesco ci sta dicendo che la pace si fa con l’autocritica, da ogni parte. Solo in questo modo chi sbaglia può sentirsi capito, riconosciuto nell’umanità del suo errore che sta, come sempre, nella natura aggressiva dell’agire. Il meccanismo aggressivo principia in chi si ritiene migliore degli altri: è un discorso che, su più vasta scala, porta alla sindrome dei nazionalismi che vedono una missione speciale nella storia del mondo affidata – giustappunto – alla nazione: la propria.

Francesco sta provando a comunicare in maniera molto semplice – per molti troppo semplice! – una sostanza, di per sé, appunto, semplicissima. Gli approcci ideologici cancellano solo le proprie colpe e quindi negano la realtà: l’approccio realista di Francesco, partendo da una sana autocritica, vuol rendere possibile anche all’altro la via della riflessione su di sé.

Il velo degli interessi

Sono le ideologie e gli interessi di parte a fargli ora velo. Prendiamo pure i pacifisti. Gli fanno velo perché la loro pace è spesso sinonimo di una quiete senza turbamenti, mentre Francesco induce un giusto grado di inquietudine nelle nostre coscienze.

Evidentemente i conflitti alterano la quiete personale e collettiva in massimo grado. Ciò può portare a una facile deriva: “vinca il più forte e l’altro si sottometta!”. A cui immediatamente può rispondere la voce: “il più forte è l’amico che sto chiamando al mio fianco”. Tremendo!

Che vuol dire, dunque, “guerra” per Francesco? Vuol dire aggressione, non certo difesa. La cultura aggressiva produce scontri armati. Qualcuno può dirsene immune? Ripudiare la guerra vuol dire ripudiare l’aggressività, la rabbia di chi reagisce con un pugno a chi insulti pure la madre.

Il nostro sforzo per uscire dal circolo vizioso non è chiudere affermando che ognuno può insultare chi voglia. Cominciamo a rinunciare a considerare la libertà un diritto, bensì un dovere verso gli altri. Francesco compie in tal senso uno sforzo enorme, rimuovendo i difetti – che pur ci sono – pure nella vittima – anche in quella ucraina – chiedendo a chi ne prende le difese, di difenderla per il suo bene, non per il proprio! Come dicesse: non sia il riaffermare la tua maggiore forza il tuo fine, bensì chiarisci a te stesso le incomprensioni di ieri per ottenere il rispetto dei diritti inviolabili di oggi!

Mediazione per la pace

La pace di Francesco non è sottomissione del debole alla protervia del forte. Ma non è neppure il passaggio ad un’altra protervia. Perciò sta chiedendo di ammettere chiaramente la tentazione della volontà di potenza che sta da ogni parte, per indurre l’altro a rinunciare alla propria.

La mediazione di Francesco – lo abbiamo scritto tante volte – consiste nel multipolarismo, non quale equilibrio di imperi e di potenze regionali, l’una contro l’altra armata in forza dell’odio, bensì quale tenace e faticosa ricerca della composizione dei diversi interessi.

Le sue parole non possono essere piegate a nessun interesse. Gli interessi più subdoli ristagnano negli animi che cercano unicamente la propria quiete oppuro il mero tornaconto, personale e collettivo.

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