Dayton 25 anni dopo

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25 anni fa veniva siglato l’Accordo di Dayton, che segna tuttora le sorti politiche della Bosnia ed Erzegovina – un paese al centro geografico dell’Europa assai prossimo all’Italia. Silvio Ziliotto ha curato con Luca Leone il volume Dayton 1995 – La fine della guerra in Bosnia Erzegovina, l’inizio del nuovo caos (Infinito edizioni).

Gli Accordi di pace che misero fine alla guerra in Bosnia Erzegovina, esplosa nel 1992, furono raggiunti nella base aerea Wright-Patterson a Dayton, in Ohio, venticinque anni fa, durante tre settimane di trattative svoltesi nel segno della shuttle diplomacy: avviate il 1° novembre 1995 dal segretario di Stato Usa Warren Christopher, si conclusero il 21 novembre, dopo ore di intensa trepidazione.

In quelle settimane furono presenti a Dayton tutti i più importanti rappresentanti politici della regione: Slobodan Milošević, presidente della Jugoslavia e rappresentante degli interessi dei serbo-bosniaci, il presidente della Croazia Franjo Tuđman e quello della Bosnia Erzegovina Alija Izetbegović. La conferenza di pace ebbe come regista manifesto il mediatore statunitense Richard Holbrooke, col mandato del presidente USA Bill Clinton che, in prospettiva del suo secondo mandato, voleva fortemente sancire la pax americana. La compagine contemplava poi l’inviato speciale dell’Unione europea Carl Bildt e il viceministro degli Esteri della Federazione Russa Igor’ Ivanov. Gli accordi vennero successivamente ratificati a Parigi il 14 dicembre 1995, con l’ospitalità di Jacques Chirac, allora di casa all’Eliseo.

Dopo Srebrenica

L’esito del forcing americano seguito, non dimentichiamo, al genocidio di Srebrenica (11 luglio 1995) fu di divisione della Bosnia in due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) e la Republika Srpska o Repubblica serba di Bosnia (Rs). La Federazione venne a sua volta suddivisa in dieci cantoni. Alla artificiale costruzione venne aggiunto il distretto autonomo di Brčko, nato dopo la firma degli accordi, per evitare che le parti tornassero immediatamente a incrociare le armi su quel campo.

L’applicazione della Costituzione bosniaca – letteralmente inclusa quale allegato degli accordi – ha avuto un effetto devastante nella storia successiva del Paese. La presidenza dello stato bosniaco, infatti, viene da allora assegnata a tre rappresentanti, uno per ciascun gruppo nazionale maggioritario o costituente (nell’ordine, musulmano-bosniaco o bosgnacco, serbo-bosniaco, croato-bosniaco), con rotazione semestrale (poi protratta a diciotto mesi) del presidente dei presidenti. Il governo centrale della Bosnia Erzegovina possiede alcune competenze ministeriali (Esteri, Giustizia, Finanze, Commercio estero, Affari civili e Rifugiati), mentre molte altre sono rinviate alle entità e ai cantoni, ciascuno provvisto di propria Costituzione, parlamento e governo locale, per non dire del citato Distretto di Brčko.

Alla sommità di governo fu voluto un Alto rappresentante della comunità internazionale col compito di sorvegliare e di garantire l’attivazione e la realizzazione degli accordi. In tal modo la Bosnia Erzegovina – con la popolazione rimasta, oggi stimata attorno ai 3,2 milioni di abitanti, e una superficie di 51.129 chilometri quadrati – è organizzata in due entità maggiori, un distretto autonomo, 14 Costituzioni, un governatorato internazionale, 14 governi con circa duecento ministri. La stessa suddivisione e moltiplicazione di figure è riscontrabile in ambito giudiziario e in altri ambiti amministrativi – quale quello sanitario – il che complica, rallenta, spesso paralizza ogni decisione.

L’irrisolto

Il problema di fondo che gli Accordi di Dayton non hanno potuto o voluto sciogliere è che nessuna delle parti protagoniste del sanguinoso conflitto del 1992-1995 è stata formalmente riconosciuta quale parte aggredente o aggredita, vincitrice o vinta, perché la complessa trattativa è stata unicamente volta a mettere fine al conflitto straziante ancora in atto.

Purtroppo, dopo cinque lustri a dir poco di scarsa empatia della politica internazionale verso la Bosnia Erzegovina, notiamo che nessuna riforma sostanziale è stata poi approvata dal Parlamento nazionale e che la logica politica di schietto stampo etno-nazionalistica si è stabilmente insediata in tutti i gangli di potere. Nel mentre, l’organo che avrebbe dovuto risultare decisivo – ovvero l’Ufficio dell’Alto rappresentante internazionale, da subito risultato particolarmente inviso ai nazionalisti di tutte e tre le componenti maggioritarie – ha via via perso potere e capacità di influenza.

Imbarazzante, per parte nostra, appare in particolare in questi anni l’approccio superficiale e inconcludente dell’Unione Europea verso la Bosnia e i Balcani in genere, così come l’oblio in cui sta versando la presente ricorrenza (oscurata pure dal Covid-19) conferma.

In proposito, non devono trarre in inganno i risultati del recente summit di Sofia, tra UE e Paesi dei Balcani occidentali, conclusosi l’11 novembre scorso con la firma di un accordo che prevede, tra l’altro, una maggiore connettività, l’istituzione di un mercato regionale, il lancio di un’agenda verde e il sostegno all’integrazione delle comunità Rom. Prima dell’offerta – certamente importante ma assai tardiva – di un mercato, la Bosnia e i Balcani avrebbero urgente bisogno di riequilibrare i rapporti interni di giustizia, i diritti umani e i diritti civili, ma con certezza.

È quanto mai palese che il nodo irrisolto dell’inefficienza dei meccanismi – nel permanere di divergenti interessi economici alimentati dal sistema etno-nazionalistico di rappresentanza – induce la politica a rinviare nel tempo ogni autentica assunzione di responsabilità. A nostro avviso, spetta altrimenti alla UE, coi suoi Stati membri, il preciso e improcrastinabile compito di favorire la stabilità nei Balcani tramite politiche mirate alla cooperazione interna del paese e quindi in vista dell’integrazione tra soggetti di pari grado di dignità nazionale.

Il tempo fermato

Sicuramente in quel freddo novembre del 1995 in Ohio era necessario porre fine alle ostilità sul campo e permettere un ritorno alla condizione non belligerante. Ma qui corre l’obbligo di costatare che gli accordi hanno avuto l’effetto di congelare un intero paese e di alimentare le tensioni in tutti i paesi balcanici con preoccupanti riflessi geopolitici. Lo stato bosniaco è infatti endemicamente afflitto dalle ripetute minacce secessionistiche della componente serbo-bosniaca e dalle plurime derive nazionaliste degli altri due gruppi etnici, in uno stallo politico permanente, fatto di connivenze, discriminazioni, corruzioni.

La presunzione di Dayton è stata voler trattare la pace solo con i rappresentanti dei governi guidati da partiti nazionalisti e secessionisti, senza coinvolgere le opposizioni, generalmente più favorevoli a salvaguardare l’unità della Bosnia Erzegovina, così come a ricostruire un quadro regionale di dialogo e di cooperazione. Oggi quelle opposizioni più moderate sono state ridotte al silenzio ma continuano a esistere.

Vero è che – dopo i crimini di guerra, il genocidio perpetrato contro i musulmani, la pulizia etnica – i mediatori occidentali, determinati a proteggere i diritti delle minoranze rimaste nei territori, non hanno potuto evidentemente accogliere sino alle estreme conseguenze l’obiettivo di guerra dei nazionalisti, ossia la costituzione di “puri” stati etnici.

Di conseguenza, si è giunti al compromesso che caratterizza Dayton: da un lato, il trattato ha accettato l’esistenza di una Bosnia quale stato multietnico, frenando le ambizioni territoriali di Serbia e Croazia (che per questo sono state invitate a firmare l’accordo), dall’altro ha indebolito a tal punto lo stato bosniaco-erzegovese da dividerlo in entità e cantoni a prevalenza etnica o, più correttamente, nazionalistica. Pertanto, se è il trattato di Dayton ha avuto il merito di fermare la guerra, è altrettanto indiscutibile che non ha posto le basi per la costruzione di una pace effettiva, nel verso della governabilità e dello sviluppo.

Diplomazia, arte difficile

Sia in guerra che in pace la Bosnia è stata ed è tuttora un laboratorio aperto. Pericoloso. Dal punto di vista militare e paramilitare, è stata un laboratorio degli orrori al centro geografico dell’Europa. Dal punto di vista diplomatico e politico, costituisce la dimostrazione storica che non basta una pace non belligerante per la realizzazione e lo sviluppo di un paese multietnico.

Anthony Lake, diplomatico e consigliere per la sicurezza dell’Amministrazione Clinton, scrisse: «La diplomazia non è un gioco praticato su tavoli immaginari. Le nazioni non sono pedine di una scacchiera. Sono comunità di esseri umani. E senza comprendere le loro vite, è impossibile prendere decisioni congruenti e basate sulla realtà».

Dayton, purtroppo, non lo ha fatto e le conseguenze sono oggi terribilmente presenti davanti agli occhi di chi vuol vedere.

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