“C’è del marcio in Danimarca”

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campo profughi

Aya Abo Daher si preparava a festeggiare il suo diploma con i suoi amici e compagni di scuola a Nyborg quando, nel giugno scorso, le autorità danesi le hanno comunicato per mail che il permesso temporaneo di residenza non sarebbe stato rinnovato. Aya è di Damasco e come molti altri damasceni veniva informata che, secondo il governo danese, avrebbe potuto e dovuto tornare a «casa»: la sua città d’origine era ritenuta sicura! Aya, intervistata dalla Deutsche Welle, ha confidato che, appena letta la mail, è scoppiata in lacrime.

«Per quanto la guerra non sia certo finita né dimenticata, le autorità danesi ritengono che le condizioni a Damasco siano così buone che i rifugiati possono essere rimandati a casa»: così ha denunciato Charlotte Slente, segretaria generale del DRC, il Danish Refugee Council, definendo la posizione del governo del tutto «irresponsabile».

I compagni di scuola di Aya hanno scritto una lettera aperta al ministro dell’integrazione, Mattias Tesfaye, ma la sua risposta è stata fermissima nel confermare la valutazione delle autorità. Per il governo danese la situazione a Damasco è cambiata e Aya può tornare a casa.

La politica «rifugiati zero»

La vicenda, dopo diversi mesi, proprio in questi giorni, è diventata un caso nazionale, grazie a un’intervista televisiva nella quale ha chiesto che cosa avesse fatto di male per meritare questo. Proprio in questi giorni avrebbe potuto chiedere come sia possibile che un governo il cui ministro degli esteri ha firmato un documento con 17 colleghi europei, nel quale si accusa apertamente il regime siriano di crimini contro l’umanità, possa applicare un provvedimento che toglie ai profughi siriani il rinnovo del permesso di restare in Danimarca e in Europa perché non sussisterebbe più alcuna esigenza di protezione. Mentre il governo in carica a Damasco è lo stesso contro il quale il capo della diplomazia danese rammenta l’accusa di crimini contro l’umanità!

Per capirci qualcosa, occorre tener presente che il partito socialdemocratico al governo è riuscito a sconfiggere il temuto partito di estrema destra Dansk Folkeparti, proprio assumendo una linea intransigente sull’immigrazione ed oggi propone la prospettiva «rifugiati zero» quale obiettivo per il prossimo futuro. La legge-guida in questo campo è stata varata dal governo precedente e fa del «no ai migranti» il suo vessillo. Il caso siriano serve dunque a dissuadere altri rifugiati e migranti.

Il quadro politico è talmente delirante che un rapporto danese definisce la situazione in Siria di assoluta sicurezza persino per chi, fuggendo, non abbia prestato il servizio militare obbligatorio dai 18 sino ai 40 anni (e oltre), ritenendo che basti per questi uomini pagare una tassa di esenzione per cavarsela. Una tale ipotesi risulta palesemente infondata, come documentato da EuroMediterranean Human Rights Monitor attraverso i numerosi casi di arresto, tortura ed eliminazione di siriani rientrati in patria.

Come è stato dunque possibile arrivare a formulare questa incredibile tesi del ritorno in sicurezza in Siria, sotto il regime di Bashar al Assad?

Permessi non rinnovati

Per farsi un’idea è utile guardare tra le carte dell’ufficio del Danish State Prosecutor for Serious Economic and International Crime (SOIK). Da qui nel novembre scorso è partita una grave denuncia: una società danese, la Holding Bunkering, insieme alla sua sussidiaria Dan Bunkering, tra il 2015 e il 2017, ha violato per trentatré volte l’embargo europeo, fornendo carburante agli aerei militari russi e siriani impegnati nelle operazioni militari in Siria, per un valore complessivo di 87 milioni di euro. Il carburante è stato fatto transitare attraverso diversi porti europei e poi è giunto al terminal petrolifero siriano di Banias. Il traffico illecito – durato anni – è cominciato proprio in coincidenza con l’inizio dell’intervento militare russo in Siria che ha preso avvio esattamente nel 2015.

La notizia è apparentemente disconnessa dal nostro argomento ma rende plausibile l’ipotesi che in Danimarca siano giunti, negli ultimi anni, non pochi elementi fedeli al regime. Ciò è accaduto anche in Germania, come dimostra il processo di Coblenza, richiesto e ottenuto da vittime siriane che hanno riconosciuto per le strade tedesche membri del regime. Dalla Danimarca alcune di queste figure organiche al regime avrebbero potuto compiere viaggi di rientro in patria, per brevi soggiorni, diffondendo così la voce che fosse ormai possibile – per tutti i siriani – tornare tranquillamente in Siria.

Le autorità danesi peraltro non possono ignorare che molti siriani rimpatriati dal Libano sono scomparsi nel nulla e ben sanno che il cospicuo incentivo economico offerto dallo stesso governo per chi voglia rimpatriare in Siria – 20mila euro che, oggi, in quel Paese, costituiscono una cifra enorme – è stato accettato solo da 137 rifugiati.

Sta di fatto che dei 35.000 siriani che si trovano in Danimarca, 189 hanno già ricevuto il diniego alla loro richiesta di estensione del permesso provvisorio di residenza, mentre ad altri 500 è stata già comunicata la necessità di una rivalutazione dello status di rifugiati. Eppure, i profughi siriani non potrebbero essere espulsi, stante che la Danimarca non intrattiene, attualmente, relazioni diplomatiche con la Siria. Ma questo non sembra evidentemente costituire un ostacolo insormontabile per il governo: i siriani ai quali non viene rinnovato il permesso di soggiorno finiscono di fatto in centri di costrizione, come denunciato da diverse ONG che presentano tali luoghi quali autentiche prigioni, visto che chi ne è ospite non è libero, non può lavorare, né studiare. Nei centri mancano pure adeguate cure sanitarie.

Caro Mattias …

Davanti alla fermezza del governo la parte attiva della civile società danese ha deciso di invadere la casella postale del ministro dell’integrazione inviando il grave messaggio del seguente tenore:

«Caro Mattias, le scrivo perché penso che lei, con gli altri membri del governo, stia ponendo la Danimarca e molte persone innocenti in una situazione davvero infelice. Ed è per questo che ho una serie di domande, a cui spero lei voglia rispondere pubblicamente. Com’è possibile che il nostro governo voglia fare da solo dichiarando la Siria un Paese sicuro, tanto da rimandare indietro i rifugiati, quando tutti gli altri Paesi e l’ONU, con le organizzazioni per i diritti umani e il Consiglio danese per i rifugiati, ritengono che il ritorno dei rifugiati in Siria sia pericoloso ed irregolare? Come potete voi, in qualità di dirigenti in questo settore, permettere che la nostra nazione possa togliere ai rifugiati la loro sicurezza? Non dubita – lei assieme tutti i membri del governo – di fare una cosa sbagliata? Non ha paura di mettere a rischio la vita di persone innocenti? E come si relaziona con il fatto che molti di noi sono sinceramente preoccupati, sia per la distruzione della vita di così tante persone, sia per la reputazione della Danimarca nella comunità internazionale? A causa di un’ideologia nazionalista siamo ancora una volta visti (dalla comunità internazionale) come una nazione vile e disumana».

In noi – cittadini italiani ed europei – accresce lo sconcerto e l’apprensione: come conciliare tutto questo con la firma della lettera di 18 ministri degli esteri europei – tra i quali il danese Jeppe Sebastian Kofod – nella quale si dice che «senza la fine, completa e verificabile, delle violazioni e degli abusi dei diritti umani il popolo siriano non può sperare in un futuro luminoso»?

L’impressione è che per il governo danese – e per altri che in Europa la pensano allo stesso modo – il mondo dei principi etici fondamentali e quello della vita delle persone in carne ed ossa non coincidano affatto.

 

 

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