L’estrema destra alla corte di Putin

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Nei mesi scorsi, al Cremlino vi è stato un via vai di ideologi e politologi di estrema destra, in precedenza tenuti piuttosto ai margini dalla leadership di Vladimir Putin.

I più importanti esponenti ultraconservatori che hanno avuto accesso alle stanze del potere russo sono Alexander Dugin, Alexander Prokhanov e Vardan Bagdasaryan. Su Dugin si è detto e scritto molto anche in Occidente, mentre gli altri sono sconosciuti dalle nostre parti, sebbene in Russia godano di una certa notorietà.

Prokhanov è uno scrittore, caporedattore del settimanale Zavtra (“Domani”), erede di “Den”, giornale ultranazionalista e antisemita chiuso nel 1993 per ordine delle autorità russe. Prokhanov è un seguace della cosiddetta “ideologia imperiale”, conosciuto soprattutto per aver coniato la teoria dell’Ortodossia Atomica, che prefigura uno stato che combini elementi di stalinismo e Russia prerivoluzionaria, cristianesimo ortodosso (è membro della setta spiritualista Molokan) e patriarcato.

Nel 1991, Prokhanov, allora membro dell’Unione degli Scrittori Sovietici, appoggiò il tentato golpe contro Mikhail Gorbaciov e negli anni successivi divenne uno dei più attivi oppositori di Boris Eltsin, aderendo ai vari raggruppamenti di “salvezza nazionale” che vedevano uniti il Partito Comunista della Federazione Russa di Ghennadi Ziuganov e varie formazioni nazionaliste, neozariste e di estrema destra.

Vardan Bagdasaryan, storico, è una figura poco conosciuta in Russia. Scrive sulla rivista di Prokhanov e ha pubblicato alcuni libri elaborati insieme a Vladimir Yakunin, ex responsabile delle ferrovie russe.

Oltre a sostenere che l’Occidente sia governato da una rete di corporazioni transnazionali, un “sistema oligarchico mondiale”, Bagdasaryan è convinto che la regione del Donbass non sia solo il trampolino per la denazificazione dell’Ucraina, ma anche l’elemento fondamentale per la riaffermazione della civiltà russa.

Nel Donbass si sarebbe formato un nuovo tipo di gioventù, diversa da quella dei giovani studenti di Mosca e di San Pietroburgo, poiché formatasi attraverso il sangue e la morte e, dunque, portatori di un’ideologia consacrata dal sangue degli eroi e che può, quindi, avere una vera prospettiva storica.

Altro “consulente” del Cremlino è l’oligarca Konstantin Malofeyev, padrone del canale televisivo ultraconservatore Tsargrad TV, avviato con l’aiuto dell’ex direttore di Fox News Jack Hanick, messo sotto accusa dalle autorità federali statunitensi nel marzo scorso proprio a causa dei suoi traffici con l’oligarca russo.

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Il rinnovato interesse del Cremlino per gli ideologi ultraconservatori coincide temporalmente con l’attentato di cui è stata vittima Darya Dugina, la figlia di Alexander Dugin, lei stessa esponente della destra ultranazionalista russa.

In quell’occasione, Putin inviò ai familiari della vittima un telegramma di sincere condoglianze: “Cari Alexander e Natalia, vi prego di accettare le mie sincere condoglianze e parole di sostegno in relazione alla terribile e irreparabile perdita che vi ha colpito. Un crimine spregevole e crudele ha stroncato la vita di Darya Dugina, una persona brillante e di talento con un vero cuore russo, gentile, amorevole, sensibile e aperto. Giornalista, scienziata, filosofa, corrispondente di guerra, ha servito onestamente il popolo, la Patria, dimostrando con le sue azioni cosa significa essere un patriota della Russia. Darya Dugina sarà sempre ricordata dai suoi parenti e amici, dai suoi soci e compagni d’armi. Forza e coraggio a voi in questo momento di dolore”.

L’interesse dell’inner circle di Putin verso Dugin e gli altri politologi di ultradestra non può essere spiegato solo con la solidarietà verso i familiari della vittima di un attentato che si inscrive nella logica perversa della guerra.

La realtà è che da mesi è evidente a tutti il fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale”. A denunciarlo, paradossalmente, sono proprio i nazionalisti russi più estremisti, anche perché sono i soli a cui il regime non abbia tolto la parola. Sui canali Telegram di un personaggio come Igor Girkin da mesi si possono leggere critiche tanto feroci quanto circostanziate nei confronti della conduzione della guerra da parte dei comandi russi.

Per chi non lo sapesse, Girkin – meglio conosciuto come Strelkov – è un ex colonnello del FSB, il servizio segreto russo, che ha combattuto in vari conflitti (Transnistria, Bosnia, Cecenia, Daghestan), fino ad assumere il comando delle milizie separatiste di Donetsk, nel Donbass, dopo aver occupato per alcuni mesi la città di Sloviansk, prima di esserne sloggiato dall’esercito regolare ucraino.

Fra l’altro, Girkin/Strelkov è inseguito da un mandato di arresto internazionale emesso contro di lui nel 2019 dalla magistratura olandese perché ritenuto responsabile dell’abbattimento del volo Malaysia Airlines 17, in servizio fra Amsterdam e Kuala Lumpur, avvenuto il 17 luglio 2014. L’aereo venne colpito da un missile terra-aria mentre sorvolava la zona orientale dell’Ucraina. Tutti i 283 passeggeri e i 15 membri dell’equipaggio rimasero uccisi.

In una serie di post al vetriolo, Girkin/Strelkov stigmatizza l’incompetenza, la corruzione e le ruberie degli ufficiali russi, l’inadeguatezza degli equipaggiamenti (con i soldati costretti a comprarsi da soli stivali, giubbetti antiproiettile ecc.), l’insensatezza delle disposizioni emanate e, come conseguenza, le sconfitte sul campo e l’elevatissimo numero di perdite subite, sia in termini di uomini che di mezzi.

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Alexander Prokhanov

Non è il solo: anche il famigerato comandante ceceno Ramzan Kadirov e il “manager” dei mercenari del Gruppo Wagner, Evgenij Prigozin – entrambi fedelissimi di Putin – hanno più volte fatto sentire la propria voce di critica spietata verso l’andamento delle operazioni belliche. I fatti, culminati, per ora, con la ritirata russa dalla città di Kherson, gli hanno dato ampiamente ragione.

Dunque, per Putin si è posto il problema di un cambio di passo nella gestione della guerra da lui stesso scatenata. Oltre agli effetti delle sanzioni occidentali verso l’economia russa e al sempre più evidente isolamento internazionale, Putin si trova a fronteggiare i risultati disastrosi della sua armata sul campo: una congiuntura che mette concretamente a rischio il suo potere, che ha bisogno di una robusta iniezione di rilegittimazione ideologica e politica interna, e qui entrano in gioco i “pensatori” dell’estrema destra.

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L’episodio del post su Telegram di Alexander Dugin dell’11 novembre è molto significativo, al di là del fatto che molte pressioni politiche lo abbiano indotto a cancellarlo poco tempo dopo averlo pubblicato.

In quel post, Dugin – che ha letto Gramsci e compreso benissimo il concetto di egemonia – esprime con chiarezza e lucidità il suo pensiero, quando dice che è necessario introdurre un’ideologia a sostegno dell’autocrazia, molto più di quanto sia stato fatto fino ad ora. Questa ideologia deve legittimare e sostenere lo scontro mortale che la Russia affronta contro “Satana”, cioè l’Occidente.

È questo il punto centrale del post, non l’ammonimento sulle conseguenze letali per l’autocrate che fallisce nel compito di proteggere e salvare il proprio popolo.

Qui si chiude il cerchio con il via vai di politologi ultraconservatori al Cremlino e con le critiche alla conduzione della guerra. In poche righe, Dugin svela il punto storicamente debole di Putin e dei suoi silovyki, la cui sola ideologia è quella dell’attaccamento al potere e alla pragmatica gestione dello stesso.

Non è sufficiente per motivare un Paese alla guerra, specialmente quando la guerra si mette male: dunque, bisogna pompare nelle coscienze un bel po’ di ideologia, qualcosa che conferisca senso e significato alle scelte insensate compiute dal regime russo.

Non è affatto detto che l’operazione “culturale” affidata ai maîtres à penser reazionari, con il supporto del patriarca ortodosso Kirill, abbia successo. I mass media controllati dal Cremlino (tutti, praticamente) e le prediche dei pope non possono nascondere la realtà delle sconfitte militari, le decine di migliaia di giovani mandati a morire, il milione di uomini fuggiti all’estero per sottrarsi alla mobilitazione generale, le difficoltà economiche e produttive determinate dalle sanzioni.

Anche se ogni previsione in merito agli sviluppi della situazione risulterebbe azzardata, il fatto che Putin stia perdendo la guerra che ha incautamente scatenato è sotto gli occhi di tutti. La domanda da porsi, dunque, è quale sarà l’entità della sconfitta, cioè se sarà tale da compromettere definitivamente la sopravvivenza del regime o se questi riuscirà ad uscirne con un qualche compromesso.

Ipotesi non peregrina: è vero che, al momento e grazie alle armi ricevute, l’Ucraina appare vittoriosa sul campo, ma è vero anche che ormai è un Paese semidistrutto, con gran parte delle città senza corrente elettrica e senz’acqua, con milioni di cittadini rifugiati all’estero e con una struttura produttiva ridotta ai minimi termini.

A parte la retorica patriottica, l’Ucraina è tenuta in piedi dalla solidarietà internazionale e anche nei suoi sostenitori più determinati si va facendo strada l’idea che questa guerra debba vedere una fine, anche a costo di perseguire “obiettivi ragionevoli” invece che una vittoria totale.

Se questa tendenza dovesse affermarsi, vedremo Dugin & Co. tornare nella semioscurità da cui provengono. La scelta è nelle mani dell’autocrate del Cremlino, molto più che in quelle del presidente ucraino.

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