Genocidio culturale in Canada: Stato e Chiese

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A seguito della scoperta dei resti di circa 215 bambini in una fossa comune sul terreno della ex Kamloops Indian Residential School, nello stato di British Columbia in Canada, un gruppo di esperti in materia di diritti umani dell’ONU ha chiesto al governo canadese e alla Santa Sede di procedere a indagini approfondite “per ciò che riguarda le circostanze e le responsabilità legate a queste morti”.

In particolare, alla Santa Sede si chiede di dare alle autorità giudiziarie pieno accesso al materiale d’archivio delle scuole residenziali; e al Canada di aprire delle investigazioni su tutte le scuole residenziali indigene che componevano sostanzialmente un sistema coercitivo per rendere i bambini degli indigeni canadesi “compatibili” con la società canadese.

Queste scuole hanno operato per circa un secolo, la Kamploops Indian Residential School per esempio dal 1890 al 1969, su mandato del governo canadese attraverso il ministero per gli affari indigeni, che le aveva affidate in gran parte alle Chiese cristiane presenti allora sui territori del paese.

I bambini venivano sottratti alle famiglie di origine, veniva loro impedito di parlare le lingue materne, ed erano sottoposti ad abusi di tipo fisico e sessuale. Nel 2008 il governo federale si è pubblicamente scusato con le popolazioni indigene, pochi giorni dopo la costituzione della Truth and Reconciliation Commission, che ha concluso i suoi lavori nel 2015 definendo il sistema delle scuole residenziali indigene “un genocidio culturale”.

Particolarmente vocale in questi giorni è stato il primo ministro canadese J. Trudeau, chiedendo che la “Chiesa canadese”, ma anche il papa in prima persona, “si assuma la responsabilità per quanto successo”.

Proprio l’intreccio sistemico Stato-Chiesa, che ha condotto a questo drammatico “genocidio culturale” spingendo al totale abbandono civile le popolazioni indigene presenti sui territori canadesi, dovrebbe suggerire l’opportunità di un’effettiva collaborazione, sia nelle indagini sia nell’elaborazione della colpa, tra il governo canadese e le Chiese cristiane coinvolte nella gestione delle scuole residenziali indigene (appunto, su mandato e linee governative) – perché non è la sola Chiesa cattolica a essere stata attrice religiosa di questo sistema.

Se Trudeau ha scelto il clamore delle dichiarazioni a effetto, la Santa Sede procede seguendo la discrezione diplomatica che le è tipica – perché non fa troppa notizia, non vuol dire che sia immobile o indifferente.

I tasselli di una decisa presa in carico del coinvolgimento cattolico nel sistema delle scuole indigene canadesi sono stati messi sul tavolo con rapidità. Dopo la dichiarazione del gruppo di esperti in materia di diritti umani dell’ONU, di venerdì scorso, la Santa Sede ha provveduto sabato alla nomina del nuovo nunzio apostolico in Canda.

Si tratta, di mons. Ivan Jurkovič – che finora aveva ricoperto il ruolo di Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite ed Istituzioni Specializzate a Ginevra e presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. La scelta è caduta dunque su un diplomatico esperto nel lavoro con quell’organizzazione internazionale e multinazionale che ha chiesto a Canada e Santa Sede di intraprendere tutti i passi necessari per fare luce su quanto avvenuto nelle scuole residenziali indigene canadesi.

Inoltre, papa Francesco ha incontrato nella mattinata di sabato i due cardinali di nazionalità canadese residenti a Roma: M. Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi (che si incontra regolarmente con Francesco ogni sabato mattina) e il card. Michael Czerny, sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. È altamente improbabile, dato il susseguirsi degli eventi e delle decisioni della Santa Sede, che nel corso dei colloqui non sia stato toccato direttamente la questione delle scuole residenziali indigene nel paese di cui i due cardinali sono cittadini.

Data la corresponsabilità in quello che è stato definito un vero e proprio “genocidio culturale”, sarebbe estremamente significativo vedere messo in opera un percorso di corresponsabilità tra governo canadese e Santa Sede per quanto riguarda il fare luce e giustizia su un secolo di annichilimento delle culture autoctone e di violenza (fino alla morte) verso bambini indigeni presenti sui territori canadesi.

Lo stato canadese è indagato tanto quanto la Santa Sede, e il vero nocciolo della questione è fare luce sul nesso fra mandato governativo e gestione ecclesiale da parte delle Chiese cristiane – e non solo quella cattolica, quindi.

Questo senza nulla togliere al fatto che sia sul verso del mandato sia su quello della gestione ci sono delle responsabilità che pertengono in specifico alla istituzione che se ne era fatta carico.

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Un commento

  1. Elisabetta 7 giugno 2021

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