Geopolitica dei mondiali in Qatar

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Le monarchie arabe del Golfo – dei cosiddetti petromonarchi – sono molto interessate allo sport. L’ultima riprova viene dal golf, in cui i sauditi stanno investendo, corposamente, per portare il torneo da loro promosso – il LIV Championship – al primo posto nel mondo.

L’ospitalità ricevuta, per la seconda volta, nel complesso di proprietà di Donald Trump ha aiutato. Ma l’esempio più importante viene dal calcio e dal Qatar, tanto ricco quanto ostile, da anni, ai sauditi: base militare, nella regione, della marina militare statunitens, vicino al turco Erdogan e alla Fratellanza Musulmana, con proficue relazioni diplomatiche con Teheran.

L’ossequio del calcio

In questi giorni, naturalmente, i Campionati del mondo in Qatar sono oggetto di grandi attenzioni da parte degli appassionati di calcio, perché rappresentano una assoluta novità.

I campionati nazionali e le grandi competizioni internazionali per club sono nel loro momento più caldo: si sono conclusi i gironi d’andata delle coppe e procedono a tappe forzate – per gli esperti sin troppo forzate – i campionati nazionali, proprio per consentire la lunga pausa invernale e lo svolgimento dei campionati del mondo in Qatar.

Chi segue il calcio sa quanto sia strano sospendere i tornei proprio ora. Di norma accade a giugno. È vero che a giugno c’è l’inverno in America Latina, l’altro enorme bacino d’utenza e di pratica del football. Ma ormai i due grandi blocchi continentali del calcio sono strutturati così, da decenni. Ora tutto viene stravolto.

Al presidente della FIFA, Giovanni Infantino, non interessano – a suo dire – i calendari sportivi e gli incassi, bensì il progresso sociale e una moderna legislazione sul lavoro in Qatar, quindi, pure in altri paesi del Golfo.

Ha detto: «il Qatar ha attuato veri cambiamenti per migliorare le condizioni dei lavoratori migranti e la Coppa del Mondo è un’opportunità per il Qatar e per tutto il Golfo Persico di mostrarsi in modo diverso e liberarsi dei pregiudizi che purtroppo esistono ancora oggi. Questi cambiamenti sono avvenuti negli ultimi anni, mentre in altri Paesi ci sono voluti decenni».

La soddisfazione di Infantino probabilmente deriva dal fatto che, nel 2020, cioè dopo otto anni di lavoro congiunto con la FIFA, il Qatar ha varato la legge sulla retribuzione minima e ha rimosso alcuni ostacoli al passaggio da un lavoro a un altro in assenza dell’autorizzazione del primo datore di lavoro, posto che nell’emirato vige la sponsorizzazione o kalafa: è il datore di lavoro e non lo stato a garantire lo status giuridico e la residenza del lavoratore straniero. Il sistema dunque permane, ma è stato temperato.

Il Qatar e i lavoratori stranieri

Infantino ha dunque ragione? Secondo il quotidiano britannico The Guardian tutto questo è accaduto dopo che 5 Paesi – Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, ossia soltanto 5 su molti altri, – hanno fornito dati ufficiali della morte di oltre 6.000 lavoratori dal momento in cui la FIFA ha assegnato al Qatar i Campionati del 2022.

Forse le parole di Infantino vanno lette alla luce del fatto che dei 6.000 decessi da incidenti di lavoro, 5.927 si sono verificati entro il 2020, segnando quindi un miglioramento avvenuto nell’ultimo periodo.

Per quanto riguarda, ad esempio, il Pakistan, i dati forniti dal quotidiano britannico citano 824 morti dall’assegnazione dei giochi al 2020, l’anno in cui sarebbe avvenuta la svolta virtuosa. Mancano totalmente però i dati sull’ultimo biennio. Nulla, peraltro, il quotidiano ha potuto scrivere dei decessi dei lavoratori provenienti da tanti altri Paesi – oltre ai 5 suddetti -, le cui ambasciate non hanno fornito informazioni utili.

Difficile dire, dunque, se, per la FIFA, sia un progresso anche il fatto che – novità di queste ultime settimane – molti lavoratori stranieri siano stati costretti a lasciare il Qatar prima dell’inizio del Campionato, a prescindere dai contratti in essere. Sempre secondo The Guardian, sarebbe stata emanata una circolare governativa in tal senso: affrettare tutto per concludere e rimpatriare quanti più immigrati entro settembre!

Molti lavoratori – contattati in Qatar dagli inviati del quotidiano – sperano di tornarvi l’anno prossimo, a giochi conclusi, lontani dagli occhi di stampa e dei turisti-tifosi. Se così non fosse, per molti di loro sarebbe un disastro: hanno pagato somme cospicue agli intermediari per ottenere l’impiego e quindi stanno rischiando persino di perderci, pur avendo lavorato. Altri sostengono di non aver ricevuto neppure la paga convenuta o di stare ad aspettare le mensilità arretrate.

La denuncia sta proiettando una luce diversa e sinistra sulla notizia sparsa il 29 ottobre scorso circa lo sgombero di centinaia di lavoratori stranieri da alcuni palazzi di Doha, la capitale. Secondo le autorità del Qatar, gli immobili non possedevano il requisito della abitabilità, perciò i lavoratori sarebbero stati alloggiati altrove. Nel mentre, alcune foto circolate sul web hanno mostrato nuclei familiari abbandonati per la strada. Stanno per essere espulsi? Lo saranno nelle prossime ore? Le domande sono del tutto giustificate, ma mancano i riscontri.

Gli interessi di Infantino

È difficile, dunque, dire se e quanto le condizioni dei lavoratori siano migliorate – soprattutto permanentemente – in Qatar. Le rimozioni forzate con il pretesto dell’abitabilità – evidentemente non verificata in precedenza – potrebbero dire che i cambiamenti non sono affatto un fatto acquisito.

Se le cose stanno come afferma Infantino, sarebbe bello sognare che il prossimo mondiale potesse avere luogo in Iran, oppure in Afghanistan. Migliorare le condizioni lavorative di milioni di operai nel mondo, senza aspettare che ne muoiano ancora a migliaia, sarebbe davvero un gran bel risultato apportato dallo sport, dal calcio in particolare.

Purtroppo, l’interesse della FIFA – più che al mercato del lavoro – sembra andare nel verso degli interessi dei petromonarchi, puntando al senso della parola immagine. Associare il Qatar ai Campionati di calcio cambia infatti l’immagine di questo Paese, straordinariamente ricco e affatto popolato, con meno di 3 milioni di abitanti e con un PIL pro-capite superiore ai 60.000 dollari del medio statunitense. Oltre al lavoro, c’è la finanza a dire cose importanti: certamente in associazione all’immagine!

I pretromonarchi e il calcio europeo

C’è una squadra di calcio che tutti ritengono sinonimo di vittoria: questa squadra è il Manchester city. Di chi è? Degli Emirati Arabi Uniti, il grande rivale politico del Qatar nella diplomazia del Golfo dei petromonarchi.

E se cerchiamo una squadra che vuol dire fenomeni calcistici – sebbene ancora non vinca secondo le aspettative – questa squadra è il Paris Saint Germain. Di chi è? Del Qatar. Il contratto del secolo risale ad anni fa, quando il PSG targato Qatar acquistò per la cifra-monstre di 222 milioni di dollari l’asso brasiliano Neymar. Ma questo non è più un caso eclatante e isolato, perché il fenomeno mondiale del tempo presente si chiama Mbappé e riceve dal PSG-Qatar uno stipendio triennale da 630 milioni di euro.

Se il campionato francese non è cresciuto in maniera tale da dare il lustro atteso agli investimenti del Qatar, non altrettanto si può dire di quello inglese, con i concorrenti Emirati che hanno sicuramente messo le mani su una gallina dalle uova d’oro, posto che il loro Manchester è la squadra con la rendita più alta al mondo (mentre il PSG è solo al sesto posto).

Ma le due perle calcistiche arabe – nella corsa esteriore verso la modernizzazione – non sono sole. La stessa Arabia Saudita sembra ad un passo dal mondo del calcio europeo: si è detto dell’acquisto di un’altra squadra inglese, il New Castle. L’idea di una maglietta, per fare solo un esempio, con la foto di un asso come Ronaldo accanto a Muhammad bin Salman, entrambi sorridenti, molto aiuterebbe il regno dei Saud a rifarsi l’immagine, forse molto più di tante conferenze su presunti rinascimenti sauditi.

Il calcio come immagine geopolitica

Pioniere nel settore, ad alti livelli, è stato un altro apparato in cerca di immagine: quello russo! In quel caso, non è stato un fondo sovrano ad investire, come per gli arabi, ma un magnate amico – Abramovich – del capo supremo Putin, comprando il Chelsea.

Se ad Abramovich le cose non fossero andate come tutti sappiamo – ossia se non fosse stato costretto a vendere di corsa il Chelsea a motivo delle sanzioni alla Russia -, ora forse vedremmo una bella “Z” stampigliata sulla maglia della squadra! Un’esagerazione? Sì, ma sino ad un certo punto. Il potere dell’immagine è molto forte! Ed è una cosa – peraltro – inventata in Occidente.

Basta uno sguardo superficiale al campionato italiano per accorgersi che anche i cinesi sono entrati in questo enorme gioco del mercato e dell’immagine. A Milano si è registrato il tentativo – sinora non andato in porto – di un’altra petromonarchia – il Bahrein – di sistemarsi all’ombra della Madonnina, con l’acquisto, per più di un miliardo di dollari, del Milan.

I magnati cinesi osservano e continuano a guidare la corsa lombarda. Ovviamente non ci sono solo arabi e cinesi: la Roma è stata acquistata da statunitensi. Il peso dei fondi sovrani e dei magnati di economie poco trasparenti, comunque, impressiona.

Dunque, l’immagine non è fine a sé stessa. Interessa la collocazione in Occidente di capitali ingenti e spesso non controllati nella loro costituzione, oltre alla partecipazione ad un affare gigantesco come quello dei diritti televisivi.

Gli stati arabi e l’economia di rendita

Non si intravvede, forse, nelle cifre faraoniche che gli emiri investono nei club che abbiamo citato un aiuto di Stato a club privati? Un aiuto finalizzato a che cosa? Perché un governo tratta direttamente l’ingaggio di un calciatore? Non sembra essere questa la base del fair play finanziario di cui tanto si parla, quando calcio e finanza vengono a incontrarsi.

È importante al riguardo sapere quel che spiega uno studio di recente pubblicato dal Carnegie Institute: quando è stato acquistato dagli Emirati Arabi Uniti, il Manchester city è finito nelle mani dell’Abu Dhabi United Group che non è un normale gruppo privato, ma è proprietà del vicepremier del regno, Sheikh Mansour bin Zayed Al Nahyan.

Eravamo nel 2008, e così il principale rivale degli Emirati, il Qatar, si è dato fare e, nel 2011, ha fatto scendere in campo il Qatar Sports Investments, sussidiaria della Qatar Investment Authority: dunque il Paris Saint Germain è davvero proprietà del governo del Qatar.

Ovviamente è pieno diritto degli emiri investire i loro denari come ritengono. Resta il fatto che la loro idea di economia nazionale resta quella della rendita: i soldi del petrolio vengono prioritariamente investiti in Occidente, senza che i concittadini degli emiri ne abbiano alcun vantaggio.

È stata questa la scelta dei Saud dall’inizio del loro patto con gli Stati Uniti: sfruttamento del sottosuolo patrio e investimento dei proventi all’estero. Prima si trattava di alberghi, ristoranti e marchi nel mondo del lusso. Ora nel mirino sono i grandi club di calcio, frutto tra i più ambiti nella società dell’immagine.

Lo sviluppo di un mondo arretrato – quello della povera gente araba – nella loro visione del mondo proprio non c’è. Gli investimenti per il mondiale e gli avveniristici impianti sportivi produrranno l’immagine ricercata: e poi? A cosa serviranno per l’economia del Qatar?  A questa domanda non si trova risposta nei documenti di analisi e studio di questo evento epocale, mastodontico.

La proiezione che l’industria del divertimento si sviluppi nella regione al di là dei confini dell’odio e dei conflitti strutturali, non è così diffusa da legittimare la speranza che stia per cominciare l’epoca dei tranquilli giochi senza frontiere del Golfo.

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