Geopolitica e religioni

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Mi lascia molto perplesso la voce – né confermata né smentita dalla Casa Bianca – di colloqui segreti in corso tra l’inviato della Casa Bianca per l’Iran e l’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite. Il motivo di preoccupazione non è tanto specifico, quanto generalizzato, nell’intreccio tra geopolitica e uso delle religioni.

La religione del nemico

Scrutando nelle case di ogni appartenenza di fede, si colgono ovunque spinte più o meno forti verso l’integralismo, tendenza alla quale appartiene certamente la teocrazia iraniana. In molti accadimenti decisivi e inquietanti in Medio Oriente, in Asia centrale, nel sub-continente indiano, nel Nord e Sud America, nell’est Europa – in particolare in ciò che certi russi definiscono russki mir -, si coglie l’effervescenza di integralismi religiosi che mirano a determinare le scelte politiche: gli esiti possono variare a seconda della permeabilità dei sistemi di governo, ma la tendenza mi pare evidente.

Una chiave di lettura molto efficace l’ha offerta il professor Massimo Borghesi, nel suo libro Il dissidio cattolico, in cui ha scritto: «L’11 settembre è l’evento che segna uno spartiacque tra il prima e il poi, rappresenta la crisi dell’era della globalizzazione che si afferma dopo la caduta del comunismo, inaugura il mondo manicheo in cui l’Occidente combatte contro l’asse del male, e apre l’era della geopolitica, fondata sul contrasto tra amico e nemico. […] Nel nuovo clima di scontro la saldatura tra la religione e l’Occidente in guerra diviene potente, coattiva». Bin Laden avrebbe dunque vinto, conquistando i cuori dei figli del nuovo millennio?

L’analisi di Borghesi è circoscritta al dissidio cattolico, ma si può ritenere fondata anche per altre espressioni religiose. In ogni altrove, le religioni assumono, appunto, vessilli ideologici. E quanto più le appartenenze di fede sono universali, tanto maggiore si manifesta un impulso apocalittico, distruttivo. Facile pensare all’Islam, ma non solo.

In Occidente, la scomparsa del vecchio nemico – il comunismo – avrebbe generato il bisogno di un nuovo nemico, divenuto, anni fa, l’Islam. Mentre in Oriente, la crisi dell’ordine mondiale subìto da molti per via del bipolarismo ha creato la speranza dell’assalto finale all’egemonia occidentale. Ecco le “fedi” dei leader che conosciamo: Putin, Erdogan, Bolsonaro, Trump, Narendra Modi. Diverso, ma non troppo lontano, il discorso identitario, antireligioso, portato avanti dall’altro grande soggetto mondiale: Xi con la Cina.

L’ondata religiosa integralista sta, di fatto, travolgendo la fratellanza predicata da Francesco? La fratellanza non vive di identitarismo bensì di pluralismo. Francesco è un’autorità morale sgradita a tutti questi. E tuttavia apprezzata – in molte case religiose mondiali – ove non si vuole fare la guerra al resto del mondo.

Religioni e fratellanza

Non è casuale che, già nel 1998, nel suo scritto a commento del viaggio di papa Giovanni Paolo II a Cuba, il cardinale Jorge Mario Bergoglio scrivesse del «pluralismo come riflesso dell’immensità di Dio». In quel capitolo di tale testo si legge: «Tutti siamo figli di Dio, creati da lui a sua immagine e somiglianza. Pertanto, ciascuno di noi custodisce una parte della sua grandezza; ma soltanto nel ricongiungimento delle ricche diversità dell’uomo si può esprimere questa grandezza».

Scrivendo da cardinale di Santa Romana Chiesa, Bergoglio già intravvedeva il ricongiungimento quale caratteristica della Chiesa – una Chiesa che già allora sognava tutta sinodale – e pensava il dialogo delle religioni.  Non sorprende che, da papa, abbia proposto o riproposto la fratellanza universale. Certo: non è stato il solo e neppure il primo. Ma è riuscito a farlo in termini molto chiari nel Documento congiunto sulla fratellanza che ha firmato con l’imam di al-Azhar.

Vi si legge: «La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

L’integralista, invece, fuori dalla sua “vera fede” vede solo false credenze e quindi una falsa umanità. L’integralista non riconosce il diritto alla diversità: il suo sogno è un mondo monocromatico, il contrario del mondo secondo Francesco.

Integralismo dell’economia

Eppure, il primo integralismo di cui dovremmo parlare molto di più, a mio avviso, non appartiene al campo religioso. Bensì a quello economico. Chi ha usato per primo l’espressione «fine della storia» non è stato un credente o, comunque, non l’ha coniata per via teologica o filosofica, ma in quanto osservatore “distaccato” del mondo e del suo sviluppo economico: a un tale mondo – fatto di economia di mercato – si riferiva infatti Francis Fukuyama.

Persino la Cina comunista, da molto tempo ormai, ha scelto l’economia di mercato, cavandosela peraltro molto bene. Forse oggi possiamo dire che Fukuyama non meritava le irrisioni che ha ricevuto, benché vedesse con soddisfazione personale la vittoria planetaria dell’economia di mercato trasformatasi in un unico sistema.

Dunque, un nuovo assolutismo presenta la faccia al mondo intero: questo – lo vediamo – non produce fratellanza, non induce i “poteri forti” ad elaborare una diversa visione che temperi gli effetti del mercato e le sempre più enormi diseguaglianze; semmai sobilla a riconoscere negli “altri da noi”, il problema. I politici – in particolare populisti – cavalcano l’onda: nessuno vuole o può modificare il sistema economico-finanziario mondiale, conoscendone la forza; si preferisce scaricare il malessere sulla necessità di difendere la superiorità insidiata o negata, piuttosto che allenare al dialogo per imparare un nuovo codice di vita in comune. C’è sempre il «noi prima degli altri», negli slogan populisti. E per questo ci si avvale sovente delle religioni, teorizzando e sostenendo le loro irriducibili incompatibilità.

Umberto Eco l’aveva denunciato anni fa: nella polemica circa la globalizzazione dei movimenti populisti non vi era, a suo avviso, alcuna sfida all’impianto unico dell’economia di mercato senza mitigazioni: davanti agli evidenti malesseri sociali «il popolo è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la volontà comune.

Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete». Eco parla dunque di “populismo qualitativo”, quando prevedeva che «nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la voce del popolo». Oggi lo capiamo meglio pensando a tentativi di nazionalizzare il cattolicesimo. Tentativi analoghi sono in corso anche altrove, ovviamente.

Dell’uso del sentimento religioso

Il sentimento religioso viene usato per alimentare l’inimicizia e persino l’odio: mentre il “Dio giusto” viene tirato da una parte contro l’altra.

L’esempio forse più chiaro e tragico lo abbiamo ancora sotto gli occhi in questi giorni: lo sta offrendo l’Iran. È accaduto che il rappresentante di Khameney nella città iraniana di Karaj, Mohammad-Mehdi Hossein Hamedani, incaricato del sermone del venerdì, abbia affermato che la siccità è causata dal rifiuto di tante donne di portare il velo: qui si è superata la chiamata a vivere secondo il criterio “noi contro loro”; si è scavato un solco incolmabile tra chi aderisce integralmente e chi no.

L’affermazione perentoria che la violazione di un – peraltro presunto – precetto religioso possa avere a che fare con la siccità si pone chiaramente nel campo dell’assurdo! Ma la cosa più grave è – in tale maniera – impedire alle menti e ai cuori di confidare nella fratellanza umana universale: la sola cosa certa su cui gli umani possano contare.

Dunque, nella scelta retorica o propagandistica, a mio avviso, c’è il messaggio contenuto nell’impiccagione dell’ex ministro Akbari, riformista arrivato al governo con Khatami. Un fatto ovviamente gravissimo, perché intimidatorio per tutta la popolazione, oltre che criminale e orrendo dal punto di vista politico. Dice: la convivenza è impossibile!

Se la linea su cui potersi definire fedeli islamici è questa, avremmo qui la conferma della totale irrazionalità della fede. Ed è forse proprio questo il risultato che certi religiosi intendono ottenere. La teocrazia iraniana sfida, infatti, il “pluralismo di Dio” di cui ha parlato Francesco: perché esplicitamente afferma di possedere la verità di Dio e che questa va letteralmente applicata.

Per contro, la raccapricciante affermazione radica negli oppositori la certezza che quella verità religiosa è manifestamente falsa, perché contraria ad ogni buon senso, generando sentimenti apertamente anticlericali e antireligiosi.

L’abbaglio di possedere la verità – è vero – incontra la fragilità psicologica presente in tutti noi umani, sia credenti sia non credenti. Il tentativo iraniano è decisivo per le sorti del mondo: riuscendo, confermerebbe a tutti gli altri soggetti, sottoposti a forte stress identitario – quali Russia e Turchia -, che, unendo le nefaste forze -, si può arrivare al successo: disporre di un nemico, dimostrandosi inflessibili, può pagare. Ecco perché le tante voci religiose sciite che – come Akbari – contrastano la deriva del regime vanno continuamente citate e ricordate quali autenticamente appartenenti al loro campo religioso. Il problema non è lo sciismo, ma il suo uso.

Ma se la risposta occidentale fosse il “muro contro muro”, gli uni contro gli altri armati, torneremmo all’illusione di “esportare la democrazia con le baionette”. Mentre dobbiamo convincerci che non c’è altra strada che quella indicata da Francesco: perseguire nella chiarezza per aiutare la contestazione a far implodere la bolla identitaria. È forse solo questa la strada della “vera fede”: la sola che io trovi credibile.

Ecco il motivo di fondo della profonda perplessità circa i probabili colloqui segreti tra l’inviato della Casa Bianca per l’Iran e l’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite. Sebbene la politica abbia spesso bisogno della segretezza, non è questa quella chiarezza di cui il popolo iraniano ha bisogno in questo momento, per ottenere, dal mondo, il riconoscimento dei suoi diritti.

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