Hong Kong, polizia ed etica

di: Francesco Sisci

English Version

L’11 novembre un poliziotto, arrabbiato, evidentemente spaventato e stanco, che già stava lottando con un dimostrante, ha sparato a bruciapelo contro un altro dimostrante che gli si stava avvicinando. In Cina popolare a quel poliziotto non succederebbe niente, in Occidente quel poliziotto verrebbe messo sotto inchiesta e sospeso dal servizio. Cosa dovrebbe succedergli a Hong Kong, città a metà tra Cina e Occidente? Questo oggi il nervo scoperto che sta facendo esasperare tutte le tensioni in città in questi giorni.

Qui l’episodio dello sparo dell’agente è il culmine di una serie di azioni sempre più violente e indiscriminate nella città.

Lo scontro tra due modelli di polizia

La questione di Hong Kong per certi versi è ormai avvolta intorno al giudizio che si deve dare sull’azione della polizia. I poliziotti del territorio sono estenuati, sotto pressione, snervati, sottoposti da mesi a turni di lavoro massacranti in condizioni sempre più pericolose con ostilità crescente.

Voci raccontano che mille o forse anche oltre duemila agenti si sono dimessi dall’inizio delle proteste, cinque mesi fa. Si dice che migliaia di nuovi agenti siano stati portati nel territorio dalla vicina provincia del Guangdong. Appaiono evidentemente impreparati nell’azione di controllo della folla.

Inoltre sembra che si comportino con la gente di Hong Kong come se fossero dimostranti della Cina popolare. In Cina popolare la gente è abituata mentalmente alla violenza estrema della polizia, temono la polizia.

A Hong Kong la situazione era diversa. La gente era abituata a una polizia che era amica, vicina, affidabile. Si tratta di forze dell’ordine concepite in maniera diversa. In Cina popolare la polizia è il braccio forte interno per l’applicazione del potere centrale. Il potere centrale è l’unico giudice della giustizia o meno dell’uso della forza da parte degli agenti. In Gran Bretagna, la polizia è l’applicazione di una legge decisa attraverso processi trasparenti e democratici nel parlamento, e comunque tale applicazione è sottoposta a controlli e misure.

In entrambi i modelli, c’è il monopolio dell’uso della forza da parte dello Stato, ma tale monopolio è esercitato in maniera molto diversa. Le aspettative psicologiche delle persone che eventualmente protestano nei due paesi sono diverse. In paesi autoritari la gente sa che, se non si piega al primo uso della forza, l’uso della violenza potrebbe crescere esponenzialmente. Nei paesi democratici un primo uso della forza da parte delle forze dell’ordine crea attenzione degli organi di sorveglianza e dei media e per certi versi giustifica, se non legittima, una reazione violenta da parte dei dimostranti.

Il rapporto tra forze dell’ordine e gente comune è una parte fondamentale del più largo contratto sociale che sostiene qualunque società e qualunque Stato. Certamente gli stati sono organizzati in modo diverso.

Quindi, a Hong Kong c’è stato un conflitto tra i due modelli di Stato. La reazione a una polizia che agisce in maniera improvvisamente violenta (lo sparo al dimostrante) e di sorpresa, senza però lo spettro immediato di una repressione estremamente violenta, tipo Tiananmen nel 1989, non ha spaventato le proteste, come sarebbe successo in Cina popolare. I dimostranti sono ed erano mentalmente preparati ad una repressione violentissima, e quindi i dimostranti reagiscono.

Il problema ora è: cosa può fare il governo di Hong Kong con questa polizia e con questa gente? A Hong Kong il governo e la polizia storicamente avevano un minimo di dialettica. Oggi a Hong Kong forse molta gente teme più la violenza della polizia che quella dei dimostranti, perché anche la polizia non fa grandissima differenza tra gente comune e dimostranti.

La polizia è come se si fosse schierata contro la gente comune di Hong Kong. Quindi si è rotta la tendenza in corso fino a una settimana fa per cui la classe media stava prendendo le distanze dai dimostranti, sempre più radicali e violenti, davanti a una polizia comunque tutto sommato forse più sotto controllo.

Il governo, per recuperare credibilità con la gente che potrebbe sentirsi oppressa dalla polizia più che dalla violenza dei dimostranti, deve ritrovare un rapporto con la gente comune compresi i giovani dimostranti. I giovani che protestano oggi a Hong Kong sono il futuro del territorio, sono i più idealisti, quelli che domani prenderanno più rischi e iniziative per la città.

D’altro canto, se il governo davvero aprisse un’indagine sull’azione della polizia, gli agenti sotto pressione così grande per così tanto tempo potrebbero semplicemente sentirsi traditi, smettere di agire. La città smetterebbe forse di avere un ordine pubblico regolato da una forza di polizia. In questa situazione non ci sono facili scorciatoie.

Una questione di etica

Dietro questa contraddizione c’è una base etica ancora più profonda. Qual è il motivo per cui Hong Kong deve rimanere legata alla Cina? Qual è il futuro di Hong Kong? E il futuro della Cina? Cosa sono i cittadini di Hong Kong e cosa sono i cittadini cinesi?

Oggi, anche per rispondere a queste domande, in Cina si sta introducendo sistematicamente un sistema di etica a punti. Comportamenti buoni sono premiati con un punteggio positivo nella schedatura informatica di tutte le persone del paese, comportamenti negativi sono viceversa puniti dal punteggio. Il sistema serve al controllo sociale ma ha uno scopo più ampio. In realtà sostituisce con una macchina e una tecnologia la mancanza ormai universale nel paese di un’etica accettata e condivisa. Manca, infatti, una società civile e una tradizione etica.

La società civile manca perché l’urbanizzazione che ha portato forse 1 miliardo di persone nelle città, in trent’anni ha sconvolto il tessuto sociale sia delle città e delle campagne. Nessuno conosce più i suoi vicini, persone di regioni estremamente distanti fra loro abitano l’una accanto all’altra senza nemmeno salutarsi nell’ascensore. Questo sconvolge quella che era una società estremamente compatta in cui le campagne ma anche le città erano fatte di piccole comunità estremamente legate fra di loro.

A ciò si somma anche il problema dell’etica. Con la fine dell’impero nel 1911 e l’inizio della grande occidentalizzazione, subito dopo, tutto il sistema di pensare e sentire dei millenni passati si è sfracellato. Il periodo repubblicano e di guerra civile e della guerra contro i giapponesi, ha cercato di introdurre una nuova etica in parte occidentale, liberale o comunista, e in parte neoconfuciana.

Dal 1948 al 1980 circa, la Cina ha vissuto il sogno maoista che ha sistematicamente distrutto sia le radici dei valori imperiali sia i germogli dei valori di una società liberale.

Il periodo di Deng ha fondato una nuova morale che univa alcuni elementi della tradizione cinese molto legata al denaro e quelli estremi, materialistici, del capitalismo occidentale. La corruzione sistematica del paese creata da questa mentalità è ciò che è affrontato dal nuovo governo con il sistema computerizzato di premiare i comportamenti.

In realtà, ciò che vediamo è che, nel giro di un secolo, la Cina ha cambiato 4-5 sistemi di valori. Non esiste una tradizione. La base tipica di ogni società, l’insegnamento del nonno al suo nipotino, dove il nonno passa i valori che suo nonno gli aveva insegnato, attraverso una catena se non infinita certamente molto lunga, è stata spezzata. Il nonno stesso oggi non sa che valore deve dare al nipotino. Il nonno è cresciuto durante la rivoluzione culturale (1966-1976), non può insegnare quei valori a suo nipote. D’altro canto, a lui stesso, quand’era bambino, il nonno non ha insegnato i suoi valori antichi.

Mancando la continuità etica e culturale, c’è un vuoto. Questo vuoto non può essere ripianato artificialmente da una macchina, perché automaticamente, di fronte alla tecnologia, la gente non risponde, credendo positivamente in quello che pensa di dovere fare, ma risponde semplicemente in negativo cercando di non subire la repressione, il danno che la macchina impone. L’etica non si rafforza con il confronto caldo dell’affetto parentale, ha il volto metallico e glaciale di un computer.

La tecnologia poi funziona perché il sistema di governo cinese era diventato una mutazione del sistema imperiale antico, entrambi autoritari, dove la gente comune teme, ed è giusto che tema, le forze dell’ordine, per esempio. In realtà, questo vale per la Cina popolare, a Hong Kong la continuità etica e di valori non era stata spezzata, e il periodo di governo inglese aveva innestato su una base cinese nuovi valori britannici, come quello fondamentale del legame profondo e fiduciario tra polizia e gente comune.

Quello che sta avvenendo a Hong Kong con il nuovo comportamento della polizia è una rottura drammatica e repentina del vecchio contratto sociale della città. Si tratta quindi di recuperare rapidamente il contratto sociale fondativo di Hong Kong.

Tutto questo poi non avviene in una situazione di isolamento astratto. Nel mondo occidentale ci sono grandi divisioni. L’America è divisa sul presidente Donald Trump, pro o contro. L’America è poi divisa con l’Europa, suo fratello germano per secoli, su commercio, strategia militare, modo di vedere la società. E l’Europa è estremamente divisa al suo interno su come affrontare il problema della nuova immigrazione.

Ma sia in Usa sia in Europa un elemento unisce tutti – il sospetto contro la Cina. Tale sospetto è oggi disarticolato, c’è chi è indignato per il commercio, chi per l’economia protetta, chi per la tecnologia, chi per i diritti umani, la religione…

La questione di Hong Kong, però, se non è gestita bene, potrebbe essere il coagulo di forze diverse e il catalizzatore per incendiare la rabbia repressa.


On the Hong Kong police, ethics, and Chinese destiny

On November 11, in Hong Kong, a policeman – angry, evidently frightened, tired, and already struggling with a demonstrator – shot point-blank another protester who was approaching him. In China, nothing would happen to that policeman; in the West, that policeman would be put under investigation and suspended from service. What should happen to him in Hong Kong, a city halfway between China and the West? This is the open nerve that is exacerbating the tension in the city these days.

Here the episode of the shooting by the officer is the culmination of a series of increasingly violent and indiscriminate actions in the city.

The clash between two police models

The question of Hong Kong in some ways is now wrapped around the judgment that must be made on police action. The local policemen are exhausted, under enormous pressure, stressed out, and subjected for months to grueling work shifts in increasingly dangerous conditions with growing hostility. Rumors say that a thousand or maybe even more than two thousand officers have resigned since the beginning of the protests, five months ago. Thousands of new officers are said to have been brought into the territory from the neighboring province of Guangdong. They clearly appear unprepared for the action of controlling the crowd. They also seem to treat the people of Hong Kong as if they were demonstrators from Mainland China. People in China are mentally accustomed to extreme police violence, and they fear the police.

In Hong Kong, the situation is different. People were used to a buddy who is a amicable, trustworthy neighbor. These are differently conceived law enforcement agencies. In Mainland China, police are the strong internal arm for the application of central power. The central power is the only judge of whether it is just or not for officers to use force. In Great Britain, the police are the application of a law decided through transparent and democratic processes in the parliament, and in any case, this application is subject to controls and measures.

In both models, there is a monopoly on the use of force by the state, but this monopoly is exercised in very different ways. The psychological expectations of people who eventually protest in the two countries are different. In authoritarian countries, people know that if they don’t bow to the first use of force, the use of violence could grow exponentially. In democratic countries, the first use of force by the police creates the attention of oversight bodies and the media, and in some ways justifies, if not legitimates, a violent reaction by the demonstrators. The relationship between law enforcement and ordinary people is a fundamental part of the wider social contract that supports any society and any state. Certainly, states are organized differently.

In Hong Kong there is a conflict between the two state models. The reaction to a police officer who suddenly acts violently (shot at the demonstrator) and by surprise – but without the immediate specter of extremely violent repression, like in Tiananmen in 1989 – did not frighten the protests, as would have happened in Mainland China. The demonstrators are and were mentally prepared for a violent repression, and therefore the demonstrators react.

The question now is, what can the Hong Kong government do with this police force and these people? In Hong Kong the government and police historically had a minimum of dialogue. Today in Hong Kong perhaps many people are more afraid of police violence than of demonstrators, because even the police see very little difference between ordinary people and demonstrators. The police act as if they are against the common people of Hong Kong. The current trend, up until a week ago, was that the middle class was distancing itself from the increasingly radical and violent demonstrators, in favor of a police force, all things considered, perhaps more under control.
To regain credibility with the people who might feel oppressed by the police rather than the violence of the demonstrators, the government must regain a relationship with the common people, including the young demonstrators. The young people protesting today in Hong Kong are the future of the territory, and the most idealistic are those that tomorrow will take more risks and initiatives for the city.

On the other hand, if the government really opened an investigation into police action, officers under such great pressure for so long might simply feel betrayed and stop working. The city would perhaps stop having public order regulated by a police force. In this situation, there are no easy shortcuts.

A question of ethics

Behind this contradiction, there is an even deeper ethical basis, and I’m grateful to Adam Williams for the following points. What is the reason why Hong Kong must remain tied to China? What is the future of Hong Kong? And the future of China? What are Hong Kong citizens, and what are Chinese citizens?

Today, to answer these questions in China, a point system for ethics is being introduced. Good behaviors are rewarded with a positive score in the computerized record of all the people of the country, and negative behaviors vice versa lower the score. The system serves as a social control but has a broader purpose. In reality, it replaces with a machine and a technology the now universal lack of accepted and shared ethics in the country. A civil society and an ethical tradition are lacking.

Civil society is lacking because the urbanization that has brought perhaps 1 billion people to the cities in thirty years has upset the social fabric of both the cities and the countryside. No one knows his neighbors anymore, and people from extremely distant regions live next to each other without even saying goodbye in the elevator. This upsets what was an extremely compact society in which the countryside but also the cities were made up of small communities that were extremely interconnected.

The problem of ethics is also added to this. With the end of the empire in 1911 and the beginning of the great Westernization immediately after, the system of thinking and feeling of past millennia has been smashed. During the republican period, civil war, and war against the Japanese, there were attempts to introduce a new ethics that was in part Western, whether liberal or communist, and partly neo-Confucian.
From around 1948 to 1980, China experienced the Maoist dream that systematically destroyed both the roots of imperial values and the buds of the values of a liberal society. The Deng period founded a new morality that incorporated some elements of Chinese tradition and was closely linked to money and the materialistic extremes of Western capitalism. The systematic corruption of the country created by this mentality is what is faced by the new government that put forth the computerized system of rewarding behavior.

In reality, what we see is that within a century China has changed value systems four or five times. There is no tradition, the typical basis of every society. It is the teaching of the grandfather to his grandson, where the grandfather passes the values that his grandfather had taught him. A chain, if not infinite, then certainly very long, has been broken. I do not know what values the grandfather today must give to his grandson. The grandfather who grew up during the Cultural Revolution (1966–1976) cannot teach those values to his grandson. On the other hand, when he was a child, his grandfather did not teach him ancient values.

Lacking ethical and cultural continuity, there is a void. This void cannot be artificially replaced by a machine, because automatically in the face of technology, people do not respond by believing positively in what they think they should do. They simply answer in the negative, trying not to suffer repression or the damage that the machine imposes. Ethics is not reinforced with the warm comparison of parental affection; it has the metallic and icy face of a computer.
The technology then works because the Chinese government system had become a mutation of the ancient imperial system. Both are authoritarian, where ordinary people fear, and it is right that they fear, the police for example. But actually, this applies only to the People’s Republic of China. In Hong Kong, the ethical and values continuity had not been broken, and the period of British government had grafted on a Chinese basis new British values, such as the fundamental deep and trusting bond between police and ordinary people.

What is happening in Hong Kong with the new behavior of the police is a dramatic and sudden break with the old social contract of the city. It is therefore a question of quickly recovering the foundational social contract of Hong Kong.

All this does not happen in a situation of pneumatic insulation. In the Western world, there are great divisions. America is split over President Donald Trump, for or against. America is then separated with Europe, its sibling for centuries, on trade, military strategy, and a way of seeing society. And Europe is extremely split on how to tackle the problem of new immigration.
But both in the US and in Europe, an element unites everyone: suspicion about China. This suspicion is now disorganized. There are those who are indignant about trade, the protected economy, technology, human rights, religion, and so on. The issue of Hong Kong, however, if not managed well, could cause different forces the coalesce and be the accelerator to set fire to the repressed anger.

Moreover, this may mirror also the tensions in Beijing. The decision to crack-down in Tiananmen in 1989 came after little more than a month. In Hong Kong, protests have been going on for almost six months, and there are no tanks in view, despite persistent rumors.

Possibly, top people in Beijing want to sort out the situation peacefully but don’t really know how.

Conversely, other people in Beijing may want to use a slide into violence to prove that the mild approach so far was wrong and thus use it as an excuse to try to get rid of the top leader(s) or limit their hold on power. A harsher government in Beijing could be very different all around.

Now some may believe that there is no difference between hardliners and softer ones in Beijing, or simply not care. This is a different subject. But for those who care, we should be aware that the violence of protesters doesn’t imply there will be a police inquiry, but it brings about a greater use of force. Then, there needs to be a great effort to try to get out of the situation in one piece.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

3 Commenti

  1. Robert Blohm 18 novembre 2019
  2. Susan Song 17 novembre 2019
  3. Susan Song 17 novembre 2019

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi