Il Libano dopo le elezioni

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Anche il Libano è un Paese economicamente terremotato, ormai da tempo. La larga maggioranza della popolazione è ridotta in autentica povertà, con stipendi che non hanno valore e rimesse dall’estero che non possono essere ritirate in valuta straniera. Così chi riceve un contributo da un parente deve cambiarlo in lire libanesi, sapendo che già il giorno dopo avrà probabilmente perduto buona parte del valore.

Così è scomparso ciò che per decenni ha fatto del Libano un’autentica eccezione araba: i ceti medi sono scomparsi, messi sul lastrico. Così l’emigrazione produce effetti devastanti, soprattutto per le comunità cristiane. E tuttavia – di tutto ciò – non si è trovata traccia nel confronto elettorale: dai candidati non è stato proposto ancora alcun rimedio agli elettori.

Il confronto – o la linea di divisione – è passata sul sostegno ovvero sul rifiuto delle armi della milizia che con esse si impongono dall’estremo sud all’estremo nord del Libano, ossia Hezbollah, il Partito di Dio, la milizia khomeinista che ormai è molto più di uno Stato nello Stato.

Politica e società civile

Quindi il dato politico di fondo emerso dal voto è che con il dimezzamento degli eletti del partito cristiano alleato di Hezbollah e l’impennata degli eletti del partito cristiano a loro avversi, non esiste più una maggioranza filoiraniana nel Parlamento di Beirut. Il cartello capitanato da Hezbollah si ferma a 61/62 deputati su 128. I partiti dei cristiani hanno trasformato l’assemblea parlamentare libanese, capovolgendone gli equilibri.

Accanto a questo si affianca un’altra lettura del voto. La novità assoluta è costituita dai 13 eletti non provenienti dai partiti tradizionali, ma da liste della società civile, tutte schierate ovviamente contro l’egemonia di Hezbollah ma anche contro il vecchio sistema. Questa novità va capita meglio anche per la sua rilevanza parlamentare: non è un fatto di forma ma di sostanza.

La possiamo interpretare come segue: tutti i partiti tradizionali che hanno determinato il 90% degli eletti, hanno portato in Parlamento, in totale, 4 donne, mentre tra i 13 eletti del movimento di protesta spiccano altrettante donne, nessuna delle quali moglie o figlia di un leader politico affermato.

Non solo: sulle montagne dove abitano i drusi – lo Shouf  – le liste vicine ad Hezbollah  hanno perso a sorpresa, cedendo consensi ad una lista non schierata per appartenenze tribali, ma costituita da professionisti, intellettuali, accademici, senza altro vincolo che quello del pensiero.

Ma non è tutto: gli eletti dei partiti indipendenti hanno rotto l’obbedienza assoluta nel sud del Libano, ove domina Hezbollah. Gli eletti tra gli sciiti sono ancora in linea col sistema del Partito di Dio, ma tra le fila sciite l’astensione è stata alta e ciò ha consentito – nei due seggi cristiani e drusi – l’affermarsi di nomi nuovi, avversati da Hezbollah. Non era mai accaduto prima.

Opporsi al progetto iraniano

I due piani di lettura non possono essere separati. Il disastro del Libano è stato infatti causato da quella casta nella quale ormai non ci sono più soltanto i notabili dei vecchi partiti confessionali che dai tempi della guerra civile hanno confiscato la politica, creando un sistema di amministrazione cogestita che li ha visti dilapidare a proprio favore le ricchezze del Paese. Nella casta alberga, per tutti ormai, anche il Partito di Dio, padrone quasi assoluto degli enormi traffici di armi e di droga che costruiscono il cuore della sola economia che funziona.

Dal 2018, infatti – come del resto in Iraq – si è formato in Libano un movimento trasversale e interconfessionale che avversa il progetto imperiale iraniano, teso a fare del Libano il suo avamposto sul Mediterraneo, ma avversa anche il carattere feudale della politica tradizionale, sequestrata dalle grandi famiglie e dai loro partiti personali.

I candidati della società civile hanno contribuito a sconfiggere Hezbollah, ma rappresentano anche una sfida per i rivali ufficiali, tradizionali, dei quali chiedono l’uscita di scena a motivo del saccheggio operato nel Paese. È chiaro, dunque, quale sarà il problema del prossimo futuro: i nuovi volti degli eletti saranno fagocitati dal sistema o lo sfideranno dall’interno delle stanze del potere? Si struttureranno in forze interconfessionali o rimarranno frammentati in espressioni di un malessere sociale così profondo?

Il voto dei cristiani

L’altro elemento da decifrare sino in fondo è il voto dei cristiani rimasti in Libano. Il terremoto che ha travolto il Movimento Patriottico Libero fondato dall’attuale presidente della Repubblica – il maronita Michel Aoun, vecchio protagonista della guerra civile esplosa nel 1975 – premiando il suo eterno rivale, il leader delle Forze Libanesi Samir Geagea, a cosa è da ascrivere?

Indubbiamente il collasso economico ha pesato sul voto, ma ancor più vi ha pesato, secondo me, ciò che l’esplosione del porto di Beirut ha reso del tutto evidente. Da allora, infatti, – 4 agosto 2020 – tutti in Libano hanno potuto verificare come Hezbollah abbia dichiarato guerra ai magistrati che hanno provato ad indagare.

E quel disastro – oltre a tante vite e all’economia portuale e non solo – è costato pure la vitalità del più importante quartiere cristiano della città. Eppure, per Michel Aoun, eletto Presidente della Repubblica grazie alla sua alleanza con Hezbollah, le armi del Partito di Dio hanno difeso anche i cristiani. I tantissimi rimasti senza tetto da allora non ci credono più.

Non credendo più a questo e avendo costatato come l’esplosivo che era nascosto nel porto abbia devastato la loro città, il loro quartiere, le vite di tanti, hanno creduto ad un’altra tesi politica: le armi di Hezbollah sono un problema, non una risorsa! Anzi, sono il vero problema che impedisce al Libano di tornare nel consesso dei Paesi liberi e sovrani.

Per questo, quando tra tre mesi scadrà il mandato presidenziale di Michel Aoun, il nome sul quale lo stesso Aoun sta puntato per la sua successione – quello del segretario del suo Movimento e suo genero Gebran Bassil – cadrà miseramente.

La presidenza Aoun finirà in un tracollo. Il Libano resterà, ma i cristiani del Libano dovranno inventare rapidamente una nuova proposta che passi decisamente attraverso il rinnovamento del ceto politico e la ricostruzione dei ceti medi, quindi dell’economia. Un’impresa che non può riuscire all’ombra di un progetto totalitario – quale che sia -, senz’altro non quello di Hezbollah, l’unica milizia che ha sinora imposto le sue scelte con le armi, interferendo in tutte le guerre regionali.

L’importanza di un viaggio

Questa sfida riguarda anche il vincitore delle elezioni tra i cristiani: Samir Geagea. È evidente – anche a motivo della scelta del sunnita Saad Hariri di gettare la spugna e di ritirarsi dalla politica – che Geagea oggi è il vero interlocutore dei sauditi, quanto meno nel comune impegno contro Hezbollah e l’Iran.

Saprà Geagea diventare non solo un “uomo contro” ma anche un “uomo per”? Nel recente passato ha già tentato, fallendo. Sperare è lecito? Di certo non sarà facile.

In questo quadro e con tali incerte prospettive, un viaggio di Francesco in Libano – da tempo ipotizzato ma non ancora fissato – sarebbe importantissimo. Questo stupendo Paese ha bisogno di ritrovare la sua secolare anima pluriforme e fraterna per tornare a vivere e a sperare.

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