Il Medio Oriente di Biden

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È stato un viaggio dai molti significati quello di Joe Biden in Medio Oriente. Concentrato prioritariamente su Israele e Arabia Saudita, ha posto le basi per una estensione a Riad degli accordi di Abramo, che attualmente coinvolgono Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Quando Riad vi aderirà ufficialmente cambierà non poco nella carta politica del mondo.

La grande questione emersa dai media è stata tuttavia un’altra: l’opportunità dell’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e il principe della corona saudita, Mohammad bin Salman. Il senso del viaggio di Biden viene dalla lettura di questo incontro. Il valore è globale e non solo circoscritto al Medio Oriente.

Il delitto Khasshoggi

Come è noto, l’attuale inquilino della Casa Bianca – quando si è insediato – ha annunciato che con lui Mohammad bin Salman sarebbe stato ridotto a un paria internazionale. Da allora si è rifiutato di parlarci, limitando i suoi contatti all’anziano monarca saudita, re Salman: al figlio neanche una telefonata o una mail. Ma il re – si sa – è figura ornamentale. Chi comanda è il principe della corona ed erede al trono.

Ma bin Salman è ritenuto da Biden il mandante del delitto Khasshoggi, il giornalista dissidente saudita con residenza negli Stati Uniti letteralmente fatto a pezzi nella sede consolare di Riad in Turchia. Biden, a differenza di Trump, ha reso noto il documento della sua intelligence che ritiene Mohammad bin Salman il mandante di quel delitto.

Arrivato alla Casa Bianca con l’idea di farsi paladino del confronto tra le democrazie e i totalitarismi, Joe Biden aveva sinora tenuto nei confronti dell’uomo forte di un regime importantissimo – come quello saudita – una linea di assoluta fermezza.

Ma la guerra in Ucraina ha evidentemente cambiato molte cose: il confronto è divenuto guerra. E le guerre – soprattutto quelle a cui si attribuisce tale importanza – chi le combatte le vuole vincere, per forza. Pure Putin vuole vincere la sua guerra decisiva e sta perciò giocando la carta più importante che ha tra le sue mani: le materie prime energetiche e altre di cui dispone in abbondanza – soprattutto il gas e il petrolio – creando così le condizioni per una crescita mondiale dei prezzi.

Mentre contenere i prezzi dei carburanti – per effetto di una maggiore estrazione di petrolio – per l’economia americana – e non solo – è di fondamentale importanza, ora e nel prossimo futuro. Per riuscirci Biden doveva per forza andare dai sauditi. Ma come allora tenere la linea del rigore morale con Mohammad bin Salman?

I compromessi della politica

I più severi critici annoverano tra le loro fila quei giornalisti americani che, avendo dato conto della linea di fermezza di Biden sui tiranni e i diritti umani, hanno chiesto: dove sta la coerenza? Tra i critici più netti di Biden ci sono anche quelli che invocano comprensione per Putin: se c’è comprensione per Putin, non si dovrà usare la stessa comprensione per il principe saudita? Il destino di Jamal Khasshoggi è stato tanto diverso da quello di Anna Politkovskaja? L’intervento saudita in Yemen è tanto diverso da quello russo in Siria, in Cecenia e ora in Ucraina?

Il viaggio di Biden forse indica l’impossibilità della piena coerenza. Mi viene in mente la frase rimasta famosa di Mario Draghi, quando ha detto – solo poco più di un anno fa – che Erdogan è un dittatore col quale dobbiamo necessariamente avere a che fare.

Biden sembra dunque portare nel campo democratico e alla sua presidenza una visione molto meno idealistica: il bene assoluto non è certo di questo mondo, va costruito, avvicinandosi, non separandosi.  Ma qualche elemento di fermezza andrà posto?

Colpisce che Biden abbia reso noto di aver sollevato il caso Khasshoggi con il giovane principe, che avrebbe ricordato al suo interlocutore quanto accaduto a Guantanamo. Ce n’è per tutti. E impressiona che il ministro degli esteri saudita, intervistato dalla Bbc, abbia affermato: “quello che voi potete chiamare un dissidente, noi lo chiamiamo un terrorista”.

L’ imbarazzo di Biden a Gedda è risultato evidente: il principe di Riad, che tutta la stampa internazionale designa come MbS, nei prossimi giorni disporrà dunque quelle manovre sulla produzione di greggio che dovrebbero aiutare – aldilà delle speculazioni comunque presenti nei mercati – ad abbassare il prezzo della benzina, che negli Stati Uniti è ormai vicino ai 5 dollari per un gallone (3,7 litri): come dire 1,350 € al litro.

Orizzonti ampi

MbS ha concesso pure a Biden di far coincidere il viaggio con l’annuncio del diritto di sorvolo dello spazio aereo saudita da parte degli aerei commerciali israeliani e con la concessione dei visti per la partecipazione al pellegrinaggio islamico a La Mecca ai cittadini musulmani residenti in Israele: fatti che restano novità di enorme importanza, per non dire epocali.

Come se l’è cavata il presidente – e l’uomo Biden – dopo tutto questo? È stato il primo passeggero a giungere in Arabia Saudita con volo diretto da Israele. E quando è arrivato al palazzo reale di Gedda, ha stretto calorosamente la mano di re Salman. Ma al figlio MBS ha avvicinato il pugno – pugno a pugno debolmente – a marcare la distanza, che umanamente rimane, ma anche l’intesa politica raggiunta. Per il ministro degli esteri quell’immagine – che ha fatto immediatamente il giro del mondo – è l’emblema di una “nazione riabilitata”. Ma sarebbe stato più corretto parlare di un “regime riabilitato”.

L’America non può ritirarsi dal mondo, non può andarsene dal Medio Oriente, soprattutto dopo la linea di ritiro seguita prima da Obama o poi da Trump: questa ha favorito oggettivamente la Russia.

Il fatto che a Gedda – con gli altri vecchi e nuovi amici dei sauditi a cominciare dagli egiziani – ad incontrare Biden ci fosse anche il primo ministro iracheno, è un altro dato di fatto di non poco conto. L’invasione americana dell’Iraq aveva consegnato Baghdad ai filoiraniani. Ora le cose sono nettamente cambiate.

L’Iraq è un Paese decisivo nello scacchiere mediorientale e il suo nuovo governo non riesce a vedere ancora la luce – nonostante i numeri favorevoli in parlamento – per le pressioni miliziane dei filoiraniani. La presenza del premier Khadimi è dunque un evento più importante di tanti altri in questo viaggio, mentre per l’espansionismo iraniano nella regione è un colpo, anche di immagine, molto forte.

Il nodo dell’Iran

Ma cosa fare con Teheran resta il nodo con cui Biden e i suoi interlocutori hanno dovuto e dovranno continuare a fare i conti. Biden durante questo viaggio ha firmato la Dichiarazione di Gerusalemme col premier israeliano Lapid in cui si assicura che Teheran non può ottenere il nucleare e che la sicurezza di Israele è un impegno condiviso tra i due Stati, così come il rigetto delle provocazioni delle milizie pro-iraniane presenti nella regione.

Nel suo intervento Biden ha ribadito di prediligere l’opzione diplomatica: per lui la speranza di un accordo – internazionalmente garantito sul nucleare – con Tehran non va tuttavia abbandonata. Gli sarà possibile centrare l’obiettivo? Nessuno può dirlo.

Ma è certo che la nuova dottrina americana sembra fare i conti con l’impossibilità di un ritiro dal Medio Oriente. Non a caso, nei prossimi giorni, alla visita Biden risponderanno prontamente Putin ed Erdogan che si recheranno a Teheran per un summit a tre con il presidente iraniano: il falco Raisi.

Medio Oriente: il ruolo degli Emirati Arabi

Nella polarizzazione del mondo tra amici degli uni e nemici degli altri, il viaggio mediorientale di Biden ha evidenziato un nuovo protagonista indiscusso negli Emirati Arabi Uniti, potenza emergente tra i Paesi del Golfo.

Proprio gli Emirati hanno messo a segno due eventi di assoluto rilievo. L’incontro quadripartito, da remoto, tra il Presidente degli Stati Uniti, il primo ministro di Israele, il Presidente emiratino e quello indiano: un quartetto potente e molto significativo, posto che l’India è parte decisiva del BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica – che Pechino vorrebbe evidentemente identificare sempre più con la Cina.

Ma non basta: proprio lo Stato emiratino – alleato strettissimo di Riad – ha fatto sapere, mentre Biden era ancora a Riad, di aver avviato il processo che poterà il loro ambasciatore a Tehran. Per qualcuno non sarà stata una sorpresa, ma se si pensa che il recente attacco con droni da parte dei ribelli yemeniti contro Dubai è partito, secondo alcune versioni, dal territorio iraniano, si capisce bene che non era un fatto assodato prima d’ora.

Rimane da decifrare l’esibizione di forza iraniana nelle ore in cui Biden si trovava in Medio Oriente. La muscolosa ostentazione di navi e sottomarini capaci di lanciare droni che portano missili, evidentemente, non ha avuto un senso amicale. Sapevamo che Usa e Iran non sono certamente amici.

Ma si possono esibire muscoli anche per “invitare” a trattare: il punto è capire se l’Iran vuole davvero farlo: tra l’inflazione che viaggia nel Paese a doppia cifra, la fortissima contestazione interna e l’impossibilità di garanzie che un diverso presidente americano non cancelli di nuovo l’accordo, l’interrogativo è legittimo.

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