India: una legge che discrimina

di: Michael Amaladoss

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Negli ultimi mesi. in India, ci sono state delle agitazioni un po’ in tutto il paese, in particolare da parte degli studenti, contro una normativa chiamata legge sulla modifica della cittadinanza, Citizenship Amendment Act.

Questa legge si concentra su tre paesi musulmani confinanti con l’India, vale a dire Pakistan, Afghanistan e Bangladesh, e afferma che verrà offerta la cittadinanza alle minoranze religiose che, essendo oggetto di persecuzione in questi paesi, emigrano in India. Queste minoranze religiose riguardavano inizialmente solo gli indù, ma, prima che la legge fosse approvata, furono aggiunti all’elenco altri gruppi come cristiani, sikh, buddisti ecc., che non sono musulmani.

Questa legge è considerata discriminatoria dai gruppi che manifestano contro di essa, in particolare dagli studenti e dai musulmani. Non parla dei paesi vicini non musulmani come Myanmar, Nepal e Sri Lanka. Esclude anche i migranti musulmani che potrebbero sfuggire alla persecuzione religiosa o politica.

Il Myanmar è un paese buddista e molti musulmani rohingya hanno trovato rifugio in India. Ci sono srilankesi indiani tamil che sono emigrati nell’India meridionale, dopo aver sofferto persecuzioni etniche e religiose da parte dei buddisti singalesi. Questi migranti non sono tutelati dalla legge.

Insieme a questa legge, il governo ha anche lanciato un programma chiamato National Population Register. Corrisponde a qualcosa che assomiglia ad un censimento della popolazione.

A questo scopo, una persona deve dimostrare in maniera documentale dove e quando è nata. Le viene richiesto anche il luogo e la data di nascita dei genitori. Nel nord-est erano stati compiuti in precedenza dei tentativi per identificare i migranti stranieri e persino gli indiani presenti in queste aree. Quando, alla fine, la lista fu pubblicata, migliaia di persone con le loro famiglie s’accorsero che i loro nomi mancavano, perché non erano state in grado di presentare prove documentali della loro nascita in India. Alcune di queste famiglie avevano i loro figli arruolati nell’esercito. Altri erano stati eletti come rappresentanti del popolo nelle liste elettorali.

Diversi governi statali hanno dichiarato che non attueranno questa legge nel loro territorio. La legge è stata contestata come anticostituzionale dalla Corte suprema dell’India. Il caso, tuttavia, non è ancora stato preso in considerazione.

Coloro che vi si oppongono sostengono che essa discrimina le persone in base alla loro religione, e questo è contrario ai principi laici del Paese. In concreto, essa nega la cittadinanza ad alcuni migranti perché sono musulmani. Fonti governative hanno rassicurato le persone che nessun cittadino musulmano presente in India sarà toccato dalla legge la quale riguarda soltanto coloro che sono immigrati di recente dai tre paesi musulmani confinanti.

È stato detto anche che, nei moduli di censimento, uno è libero di rispondere o di tralasciare le domande concernenti il luogo e la data di nascita dei loro genitori.

Il problema sta nel fatto che in molte aree rurali e montuose dell’India le registrazioni delle nascite potrebbero non risultare documentate in maniera appropriata. Perciò, altri individui potrebbero non essere in grado di presentare prove documentali della loro nascita.

C’è anche un altro problema correlato. Le piccole popolazioni locali del nord-est, per esempio, si sentono come sommerse dai migranti economici provenienti da altre parti del paese. Questo fatto è avvertito dai locali anche come una possibile minaccia alla loro supremazia culturale e alla loro identità etnica nella zona.

Ma le agitazioni si stanno concentrando soprattutto sul fatto che viene negata la cittadinanza ad alcuni migranti in nome della loro identità religiosa. Ciò è visto come qualcosa che contrasta con il tessuto laico multi-religioso del paese. Bisogna ora vedere come si svilupperà la questione e che cosa la Corte suprema dirà circa la legittimità della legge alla luce della Costituzione laica dell’India.

Le reazioni della Chiesa cattolica

In merito alla legge il cardinal Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e presidente della Conferenza episcopale dell’India, ha affermato che “vi è il pericolo che ci possa essere una polarizzazione della nostra gente lungo linee demarcate dalla religione, che è qualcosa di molto dannoso per il paese. È responsabilità di tutti promuovere la solidarietà e il rispetto per tutti nel nostro paese”.

L’arcivescovo di Bangaluru, mons. Peter Machado, è stato più esplicito: “vogliamo sottolineare il fatto che la comunità cristiana continuerà a impegnarsi per il progresso di tutti i cittadini senza alcuna discriminazione, e continuerà a costruire una nazione fondata sull’uguaglianza, giustizia e l’equità. Esprimiamo anche la nostra solidarietà con coloro che sono stati discriminati a motivo della religione e assicuriamo loro il nostro supporto e vicinanza affinché possa venire resa loro giustizia. Così che tutti noi si possa vivere come una famiglia di fratelli e sorelle nel nostro paese. Mentre chiediamo ai cittadini di mantenere la pace e l’armonia, e di non ricorrere a metodi violenti per difendere la loro causa, chiediamo anche la governo centrale di concedere la cittadinanza agli immigrati illegali non sulla base della loro religione, ma guardando al merito di ogni singolo caso”.

Denzil Fernandes, che ha guidato il gruppo di leader religiosi cristiani nell’incontro con il partito di governo BJP, ha affermato: “gli abbiamo detto che per noi è problematica una legge di natura selettiva che scegli alcune comunità di alcuni paesi. Abbiamo detto che se una tale legge dovesse essere emanata, quest’ultima dovrebbe essere neutrale per ciò che concerne la religione. La legge non può essere selettiva. Ci sono anche rifugiati burmesi che patiscono persecuzioni. Ogni legge basata sulla religione è fortemente problematica. Questa legge deve essere migliorata”.

Nella regione del Kerala un arcivescovo siro-malabarese, J. Powathil, e l’arcivescovo latino, S. Packiam, hanno mosso delle critiche alla legge. Ma la Conferenza episcopale nazionale e la maggior parte dei vescovi (circa 200) sono rimasti in silenzio; sebbene la gente, qua e là, abbia partecipato a dimostrazioni contro la legge.

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