Gli islam: incontrarsi a Najaf

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sunnita

In una recente intervista al sito web, di proprietà saudita, al-arabya.net, l’autorevolissimo accademico sciita Yavad al-Khoei, ha dichiarato che si sta concretamente lavorando ad un incontro tra la principale autorità teologica dell’islam sunnita, lo sceicco Ahmad al-Tayyeb, rettore dell’Università islamica di al-Azhar, e la principale autorità teologica dell’islam sciita, l’ayatollah al-Sistani, ossia tra due dei fondamentali interlocutori religiosi di papa Francesco in un mondo in cui divenire davvero Fratelli tutti.

L’incontro dovrebbe avere luogo nella città santa degli sciiti, Najaf, ove risiede l’ultranovantenne ayatollah al-Sistani.

Due ali dell’islam

Il professor al-Khoei ha detto che l’incontro va tenuto lontano dai riflettori, facendoci così ricordare la discrezione con la quale – quando venne presentato il Documento sulla fratellanza umana firmato da Francesco e dallo sceicco al-Tayyeb ad Abu Dhabi nel 2019 – fu fissato l’appuntamento, ma non fu anticipata la firma congiunta dell’importante testo.

L’autorevole esponente sciita ha voluto nell’occasione esprimere le sue idee, parlando dell’importanza del pluralismo religioso e raffigurando l’islam come “un uccello che vola su due ali” – sunnismo e sciismo – e quindi della necessità di realizzare “Stati civili”, espressione per dire “Stati laici”, ma che in arabo suonerebbe, impropriamente, “Stati atei” o laicisti. Lo “Stato civile” – così inteso da al-Khoei – non è uno stato “confessionale” bensì rispettoso di ogni credo religioso.

Il professor al-Khoei ha forse manifestato il desiderio di una possibile dichiarazione – islamica – paragonabile a quella di Abu Dhabi? L’incontro significherebbe in ogni caso una enorme novità di reciproco rispetto in un mondo che vede sunniti e sciiti combattersi, con le armi in pugno, in Siria, in Iraq, in Yemen, nonché sempre più in contrasto in Libano (e non solo). Per al-Khoei le ferite del passato possono essere superate nell’oggi e diventare stima reciproca domani.

Sempre al-arabia.net ha reso conto, nei giorni successivi, delle dispute accese dall’intervista.  Il dibattito ha avuto eco in altri siti: al-arabia.net ha chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il professor al-Khoei aveva espresso semplicemente il suo personale pensiero.

Najaf

Le polemiche confermano che la strada di un nuovo inizio islamico oggi passa da Najaf, la città dove si spezzò la storia islamica nel 661 e dove, non a caso, si è recato Francesco nel marzo scorso, determinando nelle ore successive alla sua visita – ricordiamolo! – l’invito rivolto dalle autorità dello Stato allo sceicco al-Tayyeb a compiere una visita ufficiale in Iraq: invito da questi subito accolto.

Secondo una vecchia logica, la questione potrebbe così apparire: non sono gli sciiti a dover “aprire” ai sunniti, semmai dovrebbe essere il contrario. Infatti, nella storia – prima araba e poi ottomana – gli sciiti sono stati i discriminati; la loro scuola giurisprudenziale, ai tempi dei Califfi ottomani, non era neppure riconosciuta.

Evidentemente – oltre quella logica stantia da cui è pressoché impossibile uscire – il punto sostanziale non è chi debba fare il primo passo, ma che qualcuno lo faccia. Il recarsi a Najaf da parte dello sceicco al-Tayyeb, che guida l’università sunnita di al-Azhar – e quindi vive in una città cruciale per il mondo islamico come Il Cairo – non si risolve nel semplice atto di omaggio alla veneranda età del suo interlocutore. Nella scelta di incontrarsi a Najaf c’è un altissimo valore simbolico.

Najaf ospita il mausoleo dove è stato sepolto il quarto Califfo della storia islamica, Alì, cugino e genero di Maometto, sposo di sua figlia Fatima, ucciso, a non molta distanza, dai soldati di quello che poi sarebbe divenuto il capostipite della dinastia omayyade che ha dato luogo al sunnismo. Gli sciiti sono invece fedeli ad Alì ed a suo figlio, l’Imam Hussein.

Incontrarsi proprio a Najaf – nel nome della fratellanza – ha dunque un chiaro valore: contiene in sé il messaggio del superamento del settarismo del passato e quindi dell’apertura verso un diverso e possibile futuro.

La teocrazia di Khomeini

Ecco allora emergere la questione fondamentale che divide oggi lo sciismo tra i seguaci più rigorosi dell’ayatollah Khomeini e della sua teologia – sostenuta da molti nella scuola iraniana di Qom – e chi questa non accetta e non l’ha mai accettata, a partire dalla scuola teologica di Najaf, né al tempo di al-Khoei, né nella lunga epoca successiva, quella appunto dell’ayatollah al-Sistani. Come al-Khoei fece al tempo, al-Sistani ha proseguito nella linea del rifiuto della dottrina khomeinista, in particolare su due punti cardine: la scelta teocratica e le connesse concezioni del tempo.

La dottrina teocratica di Khomeini parte da una convinzione: “non ci sarà mai un fedele rettamente formato se non in una società rettamente formata”. Derivò da qui la necessità del velayat-i-faqih che letteralmente vuol dire il “governo del giureconsulto”, ossia la facoltà dei giuristi religiosi di governare lo Stato islamico nel quale la sovranità è di Dio, mentre molti altri teologi islamici – compresi lo sceicco al-Tayyeb e l’ayatollah al Sistani – non hanno mai parlato di Stato islamico, peraltro negato dalla Costituzione di Medina e dagli esordi dell’islam attribuiti al Profeta Maometto.

Se l’Isis propone ora di cancellare la storia per creare uno Stato Islamico che riparta dal principio e per questo il suo leader assume il nome del Primo Califfo eletto dopo Maometto, Abu Bakr, Khomeini ha affermato la realizzazione dello Stato islamico per dare corso alla rivoluzione islamica.

Ecco la spiegazione per cui l’attuale denominazione dell’ufficio dell’ayatollah Khamenei non è quello di Guida Suprema dell’Iran, bensì di “Guida Suprema della Rivoluzione Islamica”, attorno a cui sorgono altri uffici, quale il potentissimo “Consiglio dei Guardiani”, riservato al clero sciita a cui spetta la scelta della Guida Suprema insieme alla Guida stessa.

Khomeini non ha creato soltanto una doppia architettura, in cui la parte repubblicana serve a riconoscere le istanze di altri soggetti – non religiosi – protagonisti della rivoluzione: ha pure legittimato il “martirio suicida” – sino ad allora ritenuto un grave peccato contro Dio – animando un particolare “imperialismo religioso” oggi interpretato dai pasdaran che, in lingua farsi, sono “coloro che vegliano”, perciò denominati i “guardiani della rivoluzione iraniana”.

L’ideologia dei pasdaran: conquista del mondo islamico

Il corpo paramilitare dei pasdaran probabilmente nacque per i timori di infedeltà nutriti nei confronti dell’esercito persiano che Khomeini riteneva ancora troppo influenzato da simpatie per il precedente regime dello scià di Persia.

Lo ha fatto così crescere in potenza economica e militare propria, col compito di contrastare ogni dissenso interno e quindi di esportare all’estero la rivoluzione. Il corpo dei pasdaran si è consolidato nella sanguinosissima guerra combattuta contro l’Iraq di Saddam Hussein: di ciò Khomeini ha dato atto e merito, rendendolo un vero e proprio stato di potere nello stato iraniano. La portata dell’autonomia politica di questo corpo è tale da aver recentemente suscitato il rincrescimento dello stesso ministro degli esteri iraniano in carica, Mohammad Javad Zarif.

Ma cosa vuol dire saper “esportare la rivoluzione”? Significa muovere verso la rigenerazione dell’“impero persiano” sino al suo sbocco al Mediterraneo, ridisegnando così la famosa “mezzaluna sciita”? Scriveva già nel 1982 Ryszard Kapuscinki che l’obiettivo di Khomeini “esulava dai confini dell’Iran. Si reputava infatti chiamato da Dio alla missione di fare della repubblica iraniana un potente centro religioso destinato a porsi come guida di tutto il mondo islamico. Khomeini quindi non si considerava soltanto il capo della repubblica islamica in Iran, bensì anche un profeta, a cui era assegnato il ruolo di levatore della gloriosa rinascita dell’islam e quindi della sua vittoria planetaria”.

A tal fine, il più grande investimento avviato da Khomeini nel corso degli anni Ottanta – delegato alla supervisione dei pasdaran – è risultata la creazione del “partito di Dio”, Hezbollah, in particolare Libano, cioè all’altro capo di quello che fu l’impero persiano.

Hezbollah è ora l’attore regionale a tutto campo, con diramazioni in Iraq, decisivo in Siria, con rapporti con gli Houthi in Yemen, relazionato ad altri gruppi come il Jihad e, infine, in rapporti operativi con Hamas in Palestina. Hezbollah è in grado oggi di estendere le proprie influenze persino oltre il medio-oriente: Tareck El Aissami, ad esempio, è figura di primo piano nel regime venezuelano.

Ricreare l’impero – con un linguaggio a noi familiare – significa la conquista militare dell’intero spazio islamico. Il ruolo di Hezbollah nel perseguire il disegno “divino” è decisivo. Perché oltre a occupare spazi e gestire in modo miliziano le comunità sciite ha conquistato altre masse arabe sunnite attraverso il profondo risentimento maturate dalle stesse a motivo della corrotta  inettitudine delle loro leadership.

Spiegava ancora Kapuscinski che “i musulmani del mondo intero [per Khomeini] sarebbero divenuti, sul modello dell’Iran, una potenza religiosa apportatrice di civiltà, in grado di scatenare, in nome dell’islam, la rivoluzione a livello mondiale e di liberare le masse degli oppressi, in particolare modo nel terzo mondo”.

Per questo – proseguiva – il principale nemico del disegno islamico è, in primo luogo, ogni musulmano portatore di un’altra visione, soprattutto quella che noi occidentali denominiamo “Islam illuminato”, fatta dai cosiddetti “liberali islamici” che, secondo tale visione, devono essere semplicemente eliminati.

L’attesa e il regno

Con questa lente di ingrandimento può essere letta l’affermazione di un’importante fondazione collegata all’ayatollah Khamenei: «La missione di “coloro che attendono” è realizzare una comunità pronta e attiva». Cosa vuol dire?

L’attesa di cui si parla è l’attesa del Mahdi, l’Imam occultato che tornerà alla fine dei tempi. Il Mahdi è l’ultimo Imam dello sciismo, occultatosi agli uomini dal 940 e che tornerà, con Gesù, all’ora dell’Apocalisse, nella battaglia finale. Il Mahdi si trova in un intra-mondo, un regno che non è il Paradiso ma neppure il nostro mondo.

È un regno che molti hanno interpretato pensando a Platone e al suo mondo delle “idee”, ovvero definendolo il “mondo immaginale”, il luogo degli avvenimenti non inscritti nella realtà sensibile, ma senza del quale il nostro mondo non avrebbe senso.

Qui interviene la novità apportata da Khomeini. Il mondo di cui stiamo parlando in arabo si chiama malakut: Khomeini ha abolito ogni scarto tra il nostro “qui ed ora” e il malakut. Quali conseguenze?  Ampia parte della leadership dei pasdaran ritiene che la rivoluzione coincide col dinamismo “messianico” che ha dato avvio alla realizzazione della grande speranza islamica.  Con la rivoluzione si è già addentro l’epoca della manifestazione del Mahdi!

Secondo il filosofo iraniano Enayetzadeh, l’Iran rivoluzionario si inscrive perciò in una prospettiva di attesa messianica legittimato ad imporre lo “Stato del Bene” avverso la “cultura del Male”.

La riconciliazione degli islam: il viaggio di Francesco continua

Da Beirut, a due passi dal cuore dell’attività di Hezbollah, il professor Antoine Courban dell’università dei gesuiti Saint Joseph, ha trovato nel poeta irlandese Joseph O’Connor le chiavi per introdurci in questa concezione, secondo la quale “lo ieri, l’oggi e il domani formano solo un’istantanea cupa e permanente essenza senza tempo”. In questo modo la riconciliazione con i sunniti diventa impossibile. In questa visione non c’è possibilità terrena di redenzione, ossia non è possibile emendare e superare il passato.

Ecco, dunque, perché le tesi del professor al-Khoei – che peraltro trovano riscontro nel vasto movimento popolare sciita per la ricostruzione di un Iraq non confessionale – non sono accolte da chi condivide la visione cara alla leadership dei pasdaran. Ed ecco perché la prospettiva tracciata da papa Francesco con il documento sulla fratellanza umana – sottoscritto con lo sceicco al-Tayyeb e ricordato nell’incontro con l’ayatollah al-Sistani – sta creando in ambito islamico dissapori così profondi.

Possiamo parlare quindi della fratellanza umana come di una nuova e originalissima proposta islamica di un’alleanza aperta anche ai non credenti, davvero santa, contro ogni guerra altrimenti definita “santa”, nel nome della vita umana nel mondo.

Tale visione viene già riconosciuta da molti sciiti e sunniti, tanto che il professor Muhammad Sammak, sunnita, Presidente dello Spiritual Islam Summit, usando parole accurate che rimandano immediatamente al senso di quelle del professor al-Khoei, ha affermato: “l’Islam è la religione che crede in tutte le religioni”, visto che il Corano definisce Gesù “parola di Dio” e Mosè mukhlas, ossia “scelto da Dio nella permanenza della Verità”.

Proprio Sammak è stato tra i più convinti assertori dell’importanza storica della visita di Francesco a Najaf.  Non a caso lo sceicco al Tayyeb, nei giorni del viaggio di Francesco in Iraq, ha detto: “prego l’Onnipotente di garantirgli successo e che il suo viaggio ottenga il desiderato risultato di proseguire sul cammino della fratellanza umana”.

Il viaggio iracheno di papa Francesco è perciò ancora in corso, il suo impegno per la fratellanza è la vera novità di questo nostro tempo.

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