La guerra ci interroga – Appunti

di:

guerra ucraina

Come feci un paio di settimane fa, all’avvio della guerra, su queste pagine vorrei appuntare, innanzitutto per me, qualche interrogativo che mi affligge e che, ho ragione di ritenere, affligge un po’ tutti (cf. SettimanaNews, qui).

  • Sottolineo: interrogativi aperti, non risposte. Perché, in frangenti drammatici come questi, affiorano le questioni più cruciali della vita e della storia ed è perciò buona cosa isolarle e tematizzarle. Metterle a fuoco, ancorché, ripeto, sotto forma di interrogativi, dare loro un nome.

Chissà mai che si riesca a ricavarne qualche lezione per il domani. Anche se l’impressione è che la nostra povera umanità ricada sempre negli stessi errori.

Smilitarizzare gli animi

Smilitarizzare gli animi

Prima di enumerare tali questioni, tuttavia, sento il bisogno di confidare il sentimento e la preoccupazione che mi muovono: l’impressione di una militarizzazione degli animi e del confronto.

Non sorprende – è sempre così in presenza delle guerre e tanto più oggi, in presenza di un conflitto a pochi passi da noi e che i media ci portano in casa con i loro orrori – ma è giusto preoccuparsi. È come se la guerra avesse già vinto nei nostri animi, nelle nostre coscienze. Ecco la ragione della sequela delle questioni qui solo appuntate, cui altre se ne potrebbero aggiungere.

  • C’è un aggressore e un aggredito. La distinzione è chiarissima e neppure per un attimo, nel ragionare intorno alla guerra in corso, possiamo anche solo semplicemente sfumare quel decisivo discrimine. Siamo a fronte di un fatto eclatante: la patente violazione del diritto internazionale, un vulnus alla sovranità e all’integrità di una nazione indipendente.

Posta questa sicura premessa, ne sortiscono due imperativi: soccorrere la vittima e condannare e fermare l’aggressore. In concreto: interventi umanitari, accoglienza dei profughi, sostegno politico all’Ucraina, sanzioni economiche alla Russia…

  • Su una specifica questione ci si è divisi: quella del rifornimento delle armi alla resistenza ucraina. Sulla sua opportunità e sui suoi limiti. Salvo rare eccezioni, mi pare che la discussione vertesse e verta sul come e non sul se aiutare l’Ucraina. Tra chi sostiene che sia doveroso aiutare anche militarmente il paese aggredito a resistere all’ingiusto aggressore e chi paventa che ciò possa concorrere ad una escalation bellica dagli esiti imprevedibili e comunque dai costi umani troppo elevati. Tesi entrambe che, mi pare, vantino buone ragioni e che perciò suggerirebbero di evitare la reciproca scomunica quando sostenute in buona fede.

Questa divergenza è risuonata su due grandi manifestazioni per la pace in Italia: quella di Roma e, a seguire, quella di Firenze. A me sono parse entrambe apprezzabili, mosse da un sincero, comune anelito alla pace.

Come sempre in questi casi, manifestazioni che hanno raccolto sensibilità diverse ma, insisto, nella sostanza convergenti. Non ho apprezzato chi, forzando le cose, si è adoperato per opporle. Di nuovo, un indizio della militarizzazione del confronto.

Difesa armata

Una preoccupazione fondata

Su queste pagine, il teologo Severino Dianich ha dato voce a una preoccupazione, a mio avviso, fondata e cioè che, nel clima che si è prodotto, si smarrisca la portata drammatica dell’opzione per la difesa in armi (cf. SettimanaNews, qui).

Rammentando come il catechismo ufficiale della Chiesa cattolica, che pure riconosce il diritto alla difesa anche armata, circostanzi con cura le condizioni e i limiti. La morale “casistica” non è tutta da buttare, essa prescrive di considerare accuratamente le circostanze concrete.

Dianich ha segnalato che, tra quelle condizioni, figura anche l’efficacia, la considerazione delle fondate chances di successo. Un profilo dell’etica della responsabilità che si fa carico delle conseguenze prevedibili e dunque da prevedere. Dichiarata dal teologo l’impressione che si possa sviluppare una sorta di mistica delle armi ispirata al «fiat iustitia, pereat mundus».

  • Sullo sfondo sta la più fondamentale riflessione sulla pace e sulla guerra sviluppata lungo il tempo da teologia e magistero. Dalla vecchia dottrina della «guerra giusta» (sappiamo che non ne va fatta una caricatura: essa fu concepita per circoscriverne la legittimità al ricorso di precise condizioni) alle parole sempre più nette ed esplicite di condanna della guerra dei pontefici recenti, da inizio 900 a oggi: Benedetto XV, Giovanni XXXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, sino a Francesco.

Compresa la vivace discussione al Concilio che approdò ad una sintesi avanzata (cf. Gaudium et spes nn. 77-82), ma che – come ricordiamo – lasciò insoddisfatto qualche autorevole padre come Lercaro consigliato da Dossetti, che avrebbero voluto un ulteriore scatto evangelico. Discussioni che, comunque, attestano una chiara linea di tendenza.

Generata, se non intendo male, da due fattori: lo sviluppo delle tecnologie belliche sempre più distruttive e la stessa evoluzione di una visione della Chiesa sempre più affrancata dai poteri mondani.

Differenza cristiana

La “differenza cristiana”

Il pur fugace cenno all’evoluzione di teologia e magistero verso una cautela/diffidenza – se non di più – verso la soluzione armata dei conflitti prescrive a noi, semplici cristiani, di chiederci se e come la «differenza cristiana» non debba avere una sua pratica e visibile rilevanza nei nostri giudizi e nei nostri comportamenti.

Se non ci chieda un qualche sbilanciamento rispetto alle pur doverose considerazioni dettate dalla prudenza politica e dai calcoli puramente umani. Senza indulgere, sia chiaro, a un pacifismo ingenuo e magari pilatesco. Cioè, ben sapendo che, talvolta, si deve «prendere parte».

  • Qualche esempio potremmo prenderlo da Francesco, che forse non tutti hanno compreso e apprezzato nella circostanza. Il suo modo di interpretare la «differenza cristiana» si è manifestato almeno in tre modi: chiamare le cose con il loro nome «guerra», «aggressione», «invasione» senza edulcorare la cruda realtà al modo caro a chi la guerra l’ha scatenata; privilegiare il punto di vista dei deboli e di chi soffre; scommettere sul dialogo anche con chi, come il patriarca Cirillo, si era espresso a sostegno di Putin con argomenti sconcertanti, richiamandolo alla consapevolezza che profana il nome di Dio chi, nel suo nome, giustifica la guerra.

Anche mentre le armi tengono la scena, «spes contra spem», chi ha responsabilità deve provare in ogni modo a esperire la via della politica e della diplomazia. Facendo leva su ogni anche piccolo spiraglio.

La buona politica è la sola via alternativa alla violenza. Un negoziato che – non bisogna avere paura delle parole – dischiuda a un compromesso, nel quale ci si venga incontro. Magari – di nuovo, per essere chiari – sacrificando qualcosa anche da parte di chi, in via di principio, sta dalla parte della ragione.

Come già osservai, fa problema ma non sorprende che chi ha ragione sia chiamato ad essere più ragionevole. Così si esprimeva La Pira, tanto citato, non sempre a proposito, in questi giorni: «Perché non dare al mondo presente una prova che solo l’accordo, il negoziato, l’edificazione e la missione comune per l’elevazione comune di tutti i popoli sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia e una civiltà nuove?».

  • Oggi dobbiamo certamente attenerci ai fatti e al presente, nel giudizio e nei comportamenti conseguenti. La casa brucia e non possiamo farci distrarre da dotte discussioni circa il passato.

Tuttavia non è inutile inscrivere il conflitto attuale dentro una lettura oggettiva ed equanime circa le cause prossime e remote di esso: il trascurato scontro nel Donbass, la progressiva estensione della Nato, il necessario (mancato) ripensamento della sua originaria ragione sociale, i trascorsi storico-culturali della Russia… Comprendere (cosa diversa dal giustificazionismo) è essenziale anche ai fini dell’auspicabile fuoriuscita dal conflitto, è presupposto per concepire una base negoziale realistica e praticabile.

  • Nel comminare le giuste, severe sanzioni alla Russia, sarebbe bene considerare, per quanto possibile, la distinzione tra ciò che fa danno al regime autocratico di Putin e ciò che, facendo male al popolo russo, potrebbe sortire semmai l’effetto di acuirne il sentimento nazionalistico e il risentimento antioccidentale. Pochi o tanti che siano, sui dissensi interni al regime ci si deve lavorare. Pur senza farsi illusioni, segnali di un montante malcontento non mancano e, con il tempo, si spera possano ulteriormente lievitare.

Mondi possibili

Non siamo il migliore dei mondi possibili

Ancora: una questione più di fondo. Noi ci riconosciamo volentieri nel cosiddetto mondo occidentale, nel suo patrimonio di valori e nelle sue istituzioni – libertà e giustizia, democrazia, pluralismo, Stato di diritto –, non lo scambieremmo con altri. In essi rinveniamo una radice illuministica e cristiana.

Tuttavia, nell’esasperata polarizzazione prodotta dalla guerra, dobbiamo preservare la consapevolezza che il nostro (lo sottolineo: nostro) non è il migliore dei mondi possibili, che anche noi scontiamo limiti, contraddizioni ed errori, che non rappresentiamo il regno del bene opposto al regno del male.

  • Specificamente chiediamoci, noi buoni cristiani: possiamo considerare l’ethos dell’occidente non dico conforme ma almeno non troppo distante dal paradigma della vita cristiana o quantomeno ad una convincente umanizzazione?

Nel quadro di una onesta riflessione critica e autocritica, noi occidentali dovremmo avere appreso la lezione che i nostri modelli di civiltà e di democrazia, che – insisto – ci sono cari, tuttavia non si esportano agevolmente con le armi (dall’Iraq all’Afghanistan); che, ci piaccia o meno, il mondo e le forme della civilizzazione non possono essere forzosamente ricondotte a un unico modello; che dobbiamo resistere alla tentazione del colonialismo praticato in forme nuove.

  • In positivo, forse, possiamo considerare, come asserisce Prodi, che la sola via in parte riuscita di esportazione della democrazia è stata quella seguita all’allargamento della UE. Pur con i suoi limiti. Forse una traccia per il futuro della stessa Ucraina.

In definitiva – questo il senso complessivo degli interrogativi qui esemplificativamente proposti –, anche se ancora non riusciamo a disarmare le parti in conflitto (asimmetrico quanto a ragioni e torti, insisto), possiamo almeno provare a disarmare gli animi?

Possiamo cercare (sottolineo: trattasi di ricerca) una terza via tra ingenuo pacifismo e cultura bellicista? Una terza via che non ha niente a che vedere con un’ipocrita equidistanza tra le parti in conflitto.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi