La metafora della guerra: democrazia a rischio

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Anche in Australia il Covid-19 inizia a farsi minaccioso. Nell’incrocio di crisi sanitaria, economica a finanziaria causate dalla pandemia la prova più grande è quella di tenere operativo un sistema democratico forte e di dimostrare di essere, anche in questi casi, una società equa e giusta. Nessuna prova è facile da superare, ma dobbiamo mirare a emergere da questa come una società migliore. Questo non vale solo per l’Australia.

Già alcuni aspetti del linguaggio che accompagna le decisioni del governo nel far fronte alla pandemia non sono incoraggianti. Lasciamo da parte tutte quelle espressioni che parlano di Team-Australia e di presunti comportamenti anti-australiani.

Una metafora pericolosa

Ciò che è molto più problematico nel linguaggio corrente sono le molteplici allusioni alla guerra usate da molti leader politici, economisti e anche esperti in materia di salute. L’attrazione di tale linguaggio è ovvia, perché l’immaginario bellico sostiene la nozione desiderata di un alto rischio: un nemico che ci minaccia e un impegno comune e unito nel combatterlo.

Rievoca la situazione in cui ne va della vita o della morte, nella quale è in gioco l’esistenza stessa della nostra nazione.

Democrazia e coronavirus

Ma tutte queste cose possono essere dette senza un immaginario che ricorre al termine «guerra», evitando così i rischi che esso porta con sé. Come la cosiddetta guerra al terrorismo, le guerre possono mettere in pericolo le libertà civili, centralizzare il potere e intimidire le opposizioni. In suo nome si invocano sacrifici, senza preoccuparsi troppo della loro equa distribuzione.

Democrazia alla prova

La prova culturale di un paese nel corso di una pandemia è come riusciamo a bilanciare nel modo migliore il fatto di avere una chiara strategia nazionale unitaria rimanendo aperti a forti espressioni democratiche, che sono necessarie ora più che mai.

Sia a livello politico che nella comunità sociale vi saranno delle pressioni contro l’emergere di domande ragionevoli, da un lato, e urla lanciate contro risposte inadeguate o confuse da parte del governo.

Già i leader delle opposizioni, in tutte gli ambiti, hanno subito una minimizzazione del loro stato. Dovranno maneggiare con estrema cautela le cose per evitare di essere accusati di portare avanti una politica di parte; ma essi dovrebbero resistere al fatto di essere ridotti al silenzio.

Una discussione pubblica aperta era già stata messa in pericolo durante la crisi degli incendi in Australia, con lo stratagemma di dire che «adesso non era il tempo opportuno» per avanzare questioni problematiche. Attivisti ecologici sono stati ridotti al silenzio. Oggi vediamo come giornalisti critici siano già stati marchiati come «esperti in pantofole» dal Ministero federale per la salute.

La pandemia metterà anche alla prova il nostro impegno come nazione equa e giusta. È sempre così quando vi sono delle crisi nazionali. Durante la crisi finanziaria globale, ad esempio, il terzo settore impegnato nel sociale ha dovuto combattere duramente per essere incluso, su base ugualitaria, nelle vari manovre tese a sostenere e stimolare l’economia del paese.

Il rischio è che i settori più forti ricevano supporti maggiori di quelli vulnerabili, sulla base del fatto che così facendo il sostegno scorrerà poi nei gangli vitali dell’intera comunità. Una tale assunzione deve essere messa in questione ogniqualvolta si mette mano a pacchetti economici di stimolo/sopravvivenza.

Secondo equità e giustizia

Quando si discute di tirare la cinghia, come tagli salariali o remunerazioni per il personale che lavora in settori come la vendita al dettaglio, turismo, spettacolo o calcio, allora tali misure devono essere prese sulla base di considerazioni che proteggano effettivamente coloro che sono ai margini. Un trattamento ugualitario, come tagli percentuali degli stipendi, non significa necessariamente un’onesta equità.

I due aspetti (praticare una democrazia forte e assicurare una società equa e giusta) vanno di pari passo. Siamo solo agli inizi e però alcuni segni sono positivi, anche se la decisione di raddoppiare i sussidi di disoccupazione dopo anni in cui ci si è opposti al loro aumento ha un che di ironico. Diverse voci, tra cui si spera vi sarà anche quella della Chiesa e delle istituzioni ecclesiali, sono essenziali nel praticare una democrazia forte in grado di smascherare ogni pericolo che mini una società equa e giusta con il pretesto di vivere un momento di crisi.

Democrazia e coronavirus

Questo significa che tutti gli aspetti della nostra politica, compresa la formulazione di pacchetti di sostegno e stimolo economico, le sedute del parlamento e gli atti del governo federale devono essere sottoposti alla stesso vaglio critico di sempre. Anzi, quest’ultimo dovrebbe forse farsi ancora più acuto.

È un momento difficile per essere leader. Possiamo tollerare qualcosa a livello personale per le loro prestazioni in circostanze di prova e di estrema difficoltà, ma non dobbiamo rinunciare a esercitare una funzione critica davanti al loro operato.

  • Articolo ripreso dalla rivista dei gesuiti australiani Eureka Street.
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