Migranti tra Bielorussia e Polonia

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Federico Rossi, operatore umanitario della associazione Neos Kosmos, sta seguendo con amici polacchi la crisi dei migranti tra Polonia e Bielorussia. Dopo l’intervista già rilasciata a SettimanaNews (cf, qui), ci aggiorna sulla situazione.

  • Federico, quando sei tornato dalla tua spedizione in Polonia?

Sono tornato dalla Polonia lo scorso 29 novembre dopo essermi avvicinato alla zona di interdizione prossima al confine con la Bielorussia assieme agli attivisti polacchi.

  • Sei tuttora in contatto e in scambio di informazioni con gli amici che sono da quelle parti?

Resto in scambio di informazioni, in particolare, con un attivista di nome Jacub: Jacub è assurto – suo malgrado – alle pagine della cronaca polacca nei giorni scorsi. Si è trovato in zona – ma al di fuori della fascia di interdizione – con la sua macchina di sera. È stato affiancato da un’auto senza targa dei corpi speciali di militari che hanno trovato motivo di maltrattarlo e di intimidirlo, accusandolo di essere un ‘passatore’ di migranti irregolari.

Riporto questo episodio semplicemente per rappresentare il lavoro difficile e rischioso dei volontari delle organizzazioni aggregate in Grupa granica – ‘gruppo di confine’ – e quindi per esprimere il clima che c’è in Polonia sulla questione dei migranti.

Jacub parla l’arabo ed è un esperto di storia del Medio Oriente.

  • Cosa è cambiato dal giorno della nostra precedente intervista?

Non è cambiato molto, nel senso che non è cambiata la politica che rispinge i migranti da parte del governo polacco, così come, dall’altra parte, non è cambiata la politica che spinge i migranti verso il confine polacco da parte del regime bielorusso.

É scaduto il periodo di 90 giorni del dichiarato stato di emergenza in Polonia. Mi hanno spiegato che – in punta di diritto – lo stato di emergenza non poteva essere reiterato: l’impossibilità giuridica è stata aggirata con l’approvazione di una misura simile, benché non precisamente la stessa. Questa resterà in vigore sino al marzo prossimo. Vige tuttora, pertanto, la zona di interdizione ai non residenti nella fascia di 5 chilometri più prossima al confine. Ora – almeno sulla carta – i giornalisti vi possono entrare, ma a certe condizioni: solo se ammessi nella zona dai militari e seguiti dagli stessi, senza libertà di movimento.

  • Il numero dei profughi e la loro condizione sul confine, dunque, è la stessa? 

Sappiamo che alcune centinaia di iracheni hanno accettato di essere rimpatriati e sono rientrati con voli della compagnia irachena. Ma il numero complessivo di migranti che cerca di passare il confine non è certamente diminuito in maniera significativa. Si tratta di alcune migliaia. Le persone – uomini, donne e bambini – continuano a tentare il passaggio attraverso la foresta primigenia. E, in qualche modo, in qualche misura, ci riescono, sia pure a caro prezzo, rischiando la vita.

Nel mentre è scesa la neve e il freddo è diventato più intenso. La situazione umanitaria non può che essere, se possibile, peggiorata, rispetto a qualche settimana fa.

Ricordo il caso recentissimo di una donna curda di circa 40 anni, incinta, ricoverata in ospedale una volta arrivata in Polonia e una volta accertate le sue gravi condizioni di salute: prima ha perso il bambino e poi è morta per una grave infezione che i sanitari polacchi non sono riusciti ad arrestare. Ha lasciato il marito e altri 5 figli.

  • Il diritto di asilo continua dunque ad essere negato in uno Stato della nostra Europa?

La legge che il Parlamento polacco ha approvato ad ottobre non obbliga le guardie di frontiera a ricevere le domande d’asilo dei migranti che lo vogliano. Ciò avviene – o appunto non avviene – in deroga ai principi del diritto internazionale e del diritto europeo. Gli attivisti polacchi – e tra questi gli avvocati volontari – hanno trovato un modo per far riconoscere tale diritto attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Succede quindi che ai profughi che vengono incontrati nella foresta o nella zona di interdizione – caso per caso – sia proposto di raccogliere ed inoltrare la documentazione per la Corte. Sta aumentando il numero di casi che accetta la proposta. La procedura – legale – sembra funzionare: la Corte ha già accolto diversi casi. Per questi è maturata una condizione temporanea di carattere eccezionale che vieta alla Polonia il respingimento. La Polonia sembra rispettarla. Nel tempo di tale ‘protezione’ si rende possibile presentare la domanda di asilo.

Questo chiaramente sta funzionando solo per un numero tutto sommato piccolo di persone rispetto al totale. Non è detto comunque che l’istanza venga accolta. Se non viene accolta, i migranti ricadono in una situazione di irregolarità per lo Stato polacco e quindi possono essere, di per sé, forzosamente rimpatriati. Di fatto verso 4 Paesi – Siria, Afghanistan, Eritrea e Venezuela – il rimpatrio non è possibile, perché i rimpatri possono essere realizzati solo sulla scorta di precisi patti tra gli Stati.

In ogni caso – e questo avviene normalmente anche in Italia -, una volta raggiunta una condizione di legalità, seppure molto precaria, i profughi possono cercare di raggiungere le mete che hanno in mente sin da quando sono partiti dai campi o dai luoghi senza prospettive di futuro in cui si sono ritrovati.

  • Cosa raccontano gli attivisti delle persone che incontrano nella zona di interdizione?

Il sentimento più diffuso tra i profughi che incontrano è la paura. Le persone hanno paura di incontrare la polizia o i militari e di essere immediatamente rimandate indietro. Perciò non si fidano di nessuno, neppure, spontaneamente, degli attivisti e dei residenti che cercano di aiutare.

Anche questi, in fondo, possono aiutare infatti sino ad un certo punto: se c’è bisogno ad esempio – come spesso c’è bisogno di invocare l’intervento di una ambulanza, anche i residenti devono rivolgersi alla polizia. Neppure i volontari possono assicurare i migranti che non avvenga alcun intervento della polizia. Questo spiega il terrore che vivono.

  • Cosa sappiamo di ciò che avviene, a livello umanitario, in Bielorussia?

Si sa che in Bielorussia tutte le ONG – le organizzazioni non governative – sono state chiuse da anni. Il governo vieta finanziamenti e aiuti dall’esterno e dall’interno del Paese. Ci sono alcune organizzazioni umanitarie e qualcosa stanno facendo.

Ma queste dipendono comunque dal governo e non possono muoversi se non in coordinamento coi militari. Non sono in grado di impedire lo sfruttamento economico in atto dei poveri migranti: per mangiare e per dormire questi devono infatti pagare, sin che hanno soldi.

  • È cambiato ben poco…

La Polonia – insieme all’Europa – non sta cambiando la sua politica in senso umanitario; la Bielorussia men che meno. Sì: è cambiato ben poco in queste settimane [benché l’enfasi sull’argomento si sia ormai dissolta dai giornali, almeno in Italia n.d.r.].

L’unico dato ‘nuovo’ – variamente valutabile – è che il flusso dei profughi dal Medio Oriente, con voli aerei organizzati, sembra essersi di colpo interrotto.

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