Montenegro: ortodossi in trincea

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Legge sulle religioni in Montenegro

Manifestazione davanti al Parlamento del Montenegro a Podgorica

Nel piccolo stato del Montenegro (ex Jugoslavia) è in atto un conflitto fra Chiesa ortodossa e Parlamento che mette in campo i rapporti Stato-Chiesa; il parallelo ecclesiale Montenegro-Ucraina e la modalità “sinfonica” ortodossa di contro all’autonomia delle Chiese in Occidente.

Con 630.000 abitanti su un territorio di 14.000 kmq, una fondazione statuale recente (2006), una popolazione composita (montenegrini 45%; serbi 30%; bosniaci 8% ecc.) e una condizione plurireligiosa (ortodossi 450.000; musulmani 118.000; cattolici 21.000 ecc.), il Parlamento ha approvato una legge su «la libertà religiosa e statuto giuridico della Chiese e confessioni religiose» il 27 dicembre scorso alle 2.30 del mattino, dopo 15 ore di aspro dibattito: 45 voti a favore (su 81). I 18 deputati dell’opposizione filo-serba hanno tentato in tutti i modi di impedire la conclusione lanciando petardi, bottiglie di plastica, rompendo il mobilio e minacciando il ricorso alle armi.

La legge discussa

Da mesi la Chiesa ortodossa locale, strettamente legata alla Chiesa serba, sostiene petizioni di parrocchie e comuni contro la legge. Dal giugno scorso migliaia di fedeli hanno sfilato per le vie e le piazze del paese. Una petizione popolare ha raggiunto le 100.000 firme. Le manifestazioni si sono intensificate a ridosso della votazione parlamentare fino a scontri diretti con la polizia. Una delle vittime è il vescovo Metodio che è finito in ospedale per le botte ricevute. In un comunicato del consiglio episcopale del 29 dicembre si invitano tutte le comunità cristiane a esprimersi contro «la pesante minaccia sui diritti e le libertà fondamentali dei credenti», si denunciano i politici favorevoli alle legge come atei ed eredi del sistema comunista e si scomunicano quanti hanno proposto, promulgato e votato la legge in questione.

Il punto di scontro riguarda la possibile nazionalizzazione dei beni ecclesiastici i cui diritti di proprietà non siano esibiti. A partire dal 1918. Il che significa mettere a rischio 66 monasteri e decine di chiese, fra cui quelle di maggior rilievo storico e di prestigio. Dietro la questione dei beni c’è il mancato riconoscimento del carattere storico e maggioritario della Chiesa ortodossa coi suoi legami con la Serbia.

Concordati e accordi sono stati conclusi con le altre confessioni e fedi. In una lettera del giugno scorso al leader politico Milo Dukanović da parte della maggior figura ecclesiale, il vescovo Anfiloco di Cetinje, si esprime una posizione che unisce indipendenza nazionale e comunione con la Chiesa serba: «La Chiesa non sarà la serva del Montenegro, né della Serbia, né del serbismo, né del montenegrismo, né di qualunque altra ideologia o di qualunque progetto di infeudamento statuale. Non sarebbe più Chiesa».

L’ipotesi della legge è in campo da cinque anni, ma i confronti non hanno dato risultati apprezzabili. I 200 emendamenti proposti sono stati bocciati. In particolare tre che vertevano sui punti più controversi. In essi si affermava, tra l’altro, che il contenzioso su edifici e terreni non andasse affrontato dai decreti attuativi dalla legge, ma davanti ai tribunali amministrativi del paese.

Chiesa nazionale?

Lo scontro è salito ai massimi livelli per la convinzione da parte della Chiesa ortodossa filo-serba di vedersi sottrarre una cinquantina fra monaci e preti serbi attivi nel paese a cui è stato rifiutato il permesso di soggiorno e, soprattutto, di vedersi contrapporre una Chiesa ortodossa montenegrina autonoma. Un gruppo ecclesiale “scismatico” è attivo da decenni.

I nostri sospetti – sostengono i vescovi filo-serbi – «è che la legge sia promulgata prima e soprattutto non per assicurare la libertà religiosa, ma per procedere al sequestro dei beni della Chiesa ortodossa e quindi avviare la realizzazione di un programma del partito al potere che ha proclamato, attraverso il suo presidente, la creazione-ristabilimento di una “Chiesa ortodossa autocefala del Montenegro”, nuova, statale e obbediente al regime». Creata ufficialmente nel 1993, la Chiesa ortodossa montenegrina è stata diretta dal monaco Antonio Abramovic, ordinato vescovo “per volontà popolare”. A lui è succeduto l’attuale metropolita Miraš Dedeić che, dopo varie peripezie, è stato ordinato vescovo  dal “patriarca scismatico” Pimene di Bulgaria. Il consenso popolare alla nuova Chiesa (riconosciuta formalmente nel 2002) è molto ridotto ed è compreso nello stretto ambito dei nazionalisti più focosi.

Il partito democratico di Milo Dukanović, dopo aver guidato la battaglia elettorale per l’indipendenza con il referendum del 2006, si è pronunciato già nel 2011 per un’«unica Chiesa ortodossa» secondo la tradizione del paese. Gli storici negano che la Chiesa locale sia mai stata autocefala, ma riconoscono che, per secoli, è stata sostanzialmente autonoma. Sia durante la lunga occupazione turca (in cui permaneva un qualche riferimento alla tradizionale sede serba di Pec, soppressa dagli ottomani nel 1690); sia nella successiva appartenenza all’impero austro-ungarico, quando la sede di riferimento fu trasferita a Karlowitz, in territorio vojvodino e imperiale.

Solo nella Costituzione del 1905 si riconosce la Chiesa ortodossa locale non solo come di stato, ma anche come autocefala. Questo fino al 1918 quando il territorio montenegrino è stato ripreso dalla dinastia dei Karadjordjevic nel regno dei serbi, dei croati e degli sloveni.

Da allora e per tutto il periodo comunista iugoslavo il nazionalismo locale non ha più alzato la testa. Solo con la crisi dello stato titoista nel 1990 e davanti al nazionalismo serbo quello montenegrino si è risvegliato. Il partito democratico declina simultaneamente l’identità montenegrina e l’appartenenza all’Occidente. Il paese è nella Nato dal 2017 ed è in corsa per entrare nell’Unione Europea. Dukanović denuncia le proteste come ispirate ad una illusione nazionalista e ad una collocazione geo-politica filorussa, contraria all’entrata in Europa.

Patriarchi, Putin e UE

Il complesso intreccio ecclesiastico e politico ha dato modo al patriarca Cirillo di Mosca di intervenire a sostegno della Chiesa serba montenegrina costruendo tutta la sua argomentazione sulla falsariga di quanto è avvenuto in Ucraina: il potere politico che sostiene gli “scismatici” contro la tradizione ortodossa. E questo grazie anche all’intromissione costantinopolitana. Una lettura curiosa questa, perché la «Chiesa scismatica» montenegrina è numericamente non rilevante e perché Bartolomeo è intervenuto più volte per negare ogni possibilità di riconoscimento autocefalo.

Sul Montenegro vi è una posizione comune di tutte le Chiese ortodosse. Lo stesso Dukanović ha riaperto il dialogo con la Chiesa filo-serba e pare possibile che il testo definitivo sia sottomesso alla valutazione della Commissione di Venezia, un forum di giuristi con cui L’Unione Europea valuta i processi legislativi dei vari paesi. Un passo gradito alla Chiesa filo-serba, che si è detta disposta anche a un dialogo con gli «scismatici».

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