La morte di p. Stan Swamy s.j.

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Il padre gesuita Stan Swamy, difensore dei diritti dei popoli tribali più oppressi e poveri dell’India, è morto per complicazioni legate al Covid-19 mentre si trovava al nono mese di prigionia nella custodia del governo indiano.

L’84enne sacerdote gesuita e attivista indiano, che è la persona più anziana a essere stata accusata di terrorismo in India, era stato detenuto fino al 28 maggio in una prigione di Mumbai. È morto nella notte del 5 luglio in un ospedale cattolico di Mumbai, capitale dello stato del Maharashtra – dove era stato trasferito alla fine di maggio dopo il sospetto, confermato giorni dopo, che fosse stato infettato dal Covid-19 durante la detenzione.

Una figura profetica

“Con un profondo senso di dolore, angoscia e speranza, abbiamo consegnato p. Stanislao Lourduswami alla sua dimora eterna il 5 luglio 2020” – si legge in una dichiarazione rilasciata da p. Jerry Cutinha, provinciale della Provincia dei Gesuiti di Jamshedpur a cui apparteneva padre Swamy. “È stato gesuita per 64 anni e sacerdote per 51 anni”, ha scritto il provinciale. “La Compagnia di Gesù si impegna a portare avanti l’eredità di padre Stan nella sua missione di giustizia e riconciliazione”.

“Stan era veramente un profeta che ha vissuto pienamente la sua vita per gli altri, in particolare per gli adivasis, i dalit e altre comunità emarginate” – ha scritto Xavier Jeyaraj S.J., segretario del Segretariato per la Giustizia Sociale e l’Ecologia della Compagnia di Gesù mondiale, in una dichiarazione rilasciata ore dopo la morte di padre Swamy. “Stan è diventato un custode delle coscienze e ha risvegliato la speranza in tutti. Ricordiamo e ringraziamo tutti coloro che hanno pregato, fatto campagna e sostenuto per lui e per tutti gli altri in casi simili dove alle persone sono negati la loro dignità umana e i loro diritti”.

Dopo che gli è stata ripetutamente negata la libertà su cauzione per motivi umanitari e medici, padre Swamy è stato trasferito il 28 maggio all’Holy Family Hospital di Bandra (Mumbai) per ordine del tribunale, dal carcere di Taloja, una prigione alla periferia di Mumbai dove i terroristi nazionali in attesa di giudizio sono tenuti sotto la custodia della National Investigation Agency indiana.

“Orribili notizie nell’apprendere che p. Stan Swamy è in condizioni molto gravi ed è stato attaccato a un respiratore ieri sera” – ha twittato il 4 luglio Mary Lawlor, relatore speciale delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti umani. “Ha trascorso 9 mesi in carcere con accuse infondate. Sono profondamente rattristata e mi aspetto che gli venga fornito ogni possibile trattamento specialistico”, ha aggiunto. Ricevendo la notizia della sua morte un giorno dopo, la signora Lawlor ha nuovamente twittato: “Il difensore dei diritti umani e sacerdote gesuita padre Stan Swamy è morto in prigione, nove mesi dopo il suo arresto sulla base di false accuse di terrorismo. Imprigionare i difensori dei diritti umani è imperdonabile”.

Anche Jharkhand Janadhikar Mahasabha, una coalizione di organizzazioni progressiste che difende la democrazia e i diritti degli oppressi in Jharkhand, lo stato dove padre Swamy lavorava a Bagaicha, il centro sociale dei gesuiti a Ranchi, ha rilasciato una dichiarazione: “Stan è stato un paladino dei diritti delle persone per decenni. Era una voce degli oppressi in Jharkhand. I suoi principi sono stati una fonte di ispirazione per noi e continueranno a esserlo. Stan vive nei nostri ricordi. La sua morte è il risultato di un omicidio da parte dello stato”. L’organizzazione ha aggiunto di ritenere “la NIA e il governo centrale completamente responsabili e condanniamo fermamente il loro ruolo nella morte di Stan”.

Al momento del suo arresto, padre Swamy soffriva già di una fase acuta di morbo di Parkinson e spondilosi lombare, aveva già subito diverse operazioni di ernia ed era in cura per altre malattie geriatriche. Poi è stato confermato che padre Swamy aveva perso la maggior parte del suo udito mentre era in prigione e che la sua salute generale era in costante declino, ma solo dopo che i suoi avvocati, i gesuiti e gli attivisti dei diritti umani di tutto il mondo avevano denunciato che gli erano state negate cure mediche adeguate.

La morte di padre Swamy è avvenuta dopo un arresto cardiaco avvenuto domenica 4 luglio. È stato attaccato al respiratore, ha detto Ian D’Souza, direttore medico dell’Ospedale della Sacra Famiglia, all’Alta Corte di Bombay lunedì pomeriggio, ma non ha mai ripreso conoscenza. La sua morte è stata dichiarata alle 13.24 ora di Mumbai lunedì 5 luglio, le prime ore del mattino negli Stati Uniti.

“Non abbiamo alcuna obiezione contro un’autopsia” – ha detto Mihir Desai, l’avvocato principale che rappresenta padre Swamy, ai giudici dell’Alta Corte. Il dottor D’Souza ha confermato che le cause della sua morte sono state un’infezione polmonare, il morbo di Parkinson e complicazioni post Covid-19.

Padre Swamy era stato inizialmente ricoverato in ospedale per 15 giorni dall’Alta Corte, ma il mese scorso quel soggiorno è stato esteso fino al 5 luglio. Quel giorno, il suo avvocato è apparso in tribunale per annunciare che il sacerdote era morto.

“Le nostre più profonde condoglianze e che la sua anima riposi in pace” – ha detto il giudice S.S. Shinde dell’Alta Corte, riconoscendo che se non fosse stato per l’insistenza del signor Desai, padre Swamy non avrebbe ricevuto adeguate cure mediche. “Noi tutti condividiamo questo. Apprezziamo i suoi sforzi, ha prevalso su di lui. Ha potuto andare in ospedale, ha ricevuto le migliori cure mediche. Purtroppo non è riuscito a sopravvivere”.

L’Ospedale della Sacra Famiglia è una struttura all’avanguardia per la ricerca medica ed è amministrato dalla Congregazione delle Suore Orsoline di Maria Immacolata, che ha assunto la gestione dell’ospedale nel 1942 dalle Suore della Missione Medica.

La Corte e il governo

L’avvocato Desai ha riconosciuto gli sforzi dei tribunali per trasferire il suo cliente all’ospedale per le cure e ha ringraziato il personale dell’ospedale per tutto ciò che ha fatto per assicurare il successivo trattamento di padre Swamy. Ma è stato un caso di troppo poco e troppo tardi.

Il signor Desai ha aggiunto che lo stesso ringraziamento non poteva, tuttavia, essere esteso alle autorità del carcere di Taloja o alla National Investigation Agency, che ha ripetutamente negato le petizioni per le cure di padre Swamy e non ha provveduto ad alcun tampone per accertare se avesse o meno il Covid-19 – anche dopo che era stato ricoverato in un ospedale statale tre volte quando si era sospettato che potesse essere stato infettato. Alla luce di queste mancanze, il signor Desai ha chiesto un’inchiesta giudiziaria sull’arresto, la successiva custodia e la morte del suo cliente.

Secondo il paragrafo 176 del codice di procedura penale indiano, l’Alta Corte di Bombay ha affermato che un magistrato è autorizzato a richiedere un’inchiesta sulla morte di un detenuto e ha dato al signor Desai il permesso di procedere con l’inchiesta.

La corte è stata anche informata del fatto che le autorità carcerarie avrebbero effettuato un’autopsia e un panchnama – ossia un protocollo delle testimonianze che viene solitamente preparato dalla polizia dopo una morte in custodia – prima di rilasciare il corpo di padre Swamy al suo amico e compagno gesuita, Frazer Mascarenhas, che era stato il visitatore designato dal sacerdote ottuagenario durante la sua permanenza all’Holy Family Hospital (poiché non aveva famiglia o parenti). La corte ha concluso l’udienza, fissando una data successiva al 13 luglio per dibattere ulteriormente la cosa.

“Ringraziamo sinceramente Dio per la vita di p. Stan Swamy, che si è spezzato e ha sofferto perché altri potessero avere la vita, la vita in abbondanza” – ha detto padre Jeyaraj nella dichiarazione del Segretariato per la Giustizia Sociale e l’Ecologia della Compagnia di Gesù. “Siamo fiduciosi che egli non sarà uno spettatore silenzioso nemmeno dal cielo. Continuerà a stare a fianco di ognuno di noi per aiutarci a ‘dire la verità al potere’ e a dedicare la nostra vita per i poveri e gli emarginati”.

  • Pubblicato su America, rivista dei gesuiti statunitensi (nostra traduzione dall’inglese).
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