Nagorno-Karabakh: la religione non c’entra

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Ha provocato già migliaia di morti il conflitto militare riesploso il 27 settembre scorso nel Nagorno-Karabakh, una piccola enclave riconosciuta dalla comunità internazionale come parte della Repubblica dell’Azerbaijan, ma rivendicata come autonoma dalla Repubblica Armena.

Il Nagorno-Karabakh

Le attuali tensioni risalgono agli anni Venti, allorché il governo sovietico, nel regolare la geografia delle regioni del Caucaso-sud-orientale, riconobbe come azero il territorio del Nagorno-Karabakh, allora popolato anche dall’etnia armena. Sotto il dominio bolscevico le tensioni tra i due gruppi erano tenute sotto controllo, ma con il crollo dell’Unione Sovietica, anche l’equilibrio nella regione cominciò a incrinarsi.

Nel 1988 il legislatore armeno Nagorno-Karabakh, facendo appello a una legge sovietica allora vigente (Registro del Congresso dei deputati del popolo dell’Urss e Soviet Supremo, n. 13 pag 252) dichiarò l’autonomia della regione («oblast») e la nascita della repubblica del Karabakh Montagnoso, e questo nonostante la posizione legale dell’enclave all’interno dei confini dell’Azerbaijan.

Questo atto unilaterale provocò il deflagrare della guerra fra Azerbaijan e Armenia, che si protrasse dal gennaio 1992 al maggio 1994 e al termine della quale l’esercito armeno occupò il 20% del territorio azero circostante, nel quale viveva una popolazione per il 98% di etnia azera. Fonti di Baku dichiarano che circa 800.000 azeri lasciarono la regione di Karabakh.

L’ideologia della «grande Armenia»

D., oggi 88enne, racconta della grande casa che allora insieme a suo marito e ai suoi bambini dovette abbandonare, per fuggire nottetempo verso Baku. Ricorda la convivenza con i suoi vicini armeni, una convivenza cordiale, sebbene non priva di divergenze culturali (meno religiose, che politiche), soprattutto quando il tema era la «grande Armenia». Del resto, lei sapeva di cosa parlassero: più volte aveva visto per strada la mappa dipinta di quel regno antichissimo che dal Mar Caspio giungeva al Mar Mediterraneo.

Ancora oggi a Erevan, capitale armena, si ha l’occasione di ammirare per strada l’estensione del grande regno, in riproduzioni dipinte sui muri, come quella all’ingresso della metro. Ma quanto radicata sia ancor oggi questa antica utopia nazionalista lo si evince dalla discussione fra il presidente armeno e quello azero durante la Munich Security Conference (14-16 febbraio 2020).

grande armenia

Chi ascolta l’armeno Nikol Pashinyan (qui), anche nei suoi interventi di queste ore alle televisioni americane, ha l’impressione che per lui l’anno 2020 sia la continuazione del 1915 o, peggio ancora, dei tempi di Pompeo (66 a.C.). Che un tale argomento sia non poco pericoloso è sotto gli occhi di tutti: è come se Roma volesse giustificare una qualche annessione ricorrendo all’estensione dell’Impero Romano o Vienna al grande Regno Austriaco. Del resto, la maggioranza della popolazione azera (circa 15 milioni) vive oggi nel Nord dell’Iran, mentre in Azerbaijan vi risiedono circa 10 milioni.

Al di là della retorica delle parti, bisogna oggi più che mai attenersi ai fatti. Non sono molti i giornalisti inviati sul territorio di guerra e la mancanza di notizie di prima mano – come attesta un recente post di scuse del giornale Der Spiegel – viene sovente superata col ricondurre il conflitto a presunte questioni religiose (cristiani contro musulmani). Ma così non è: ad ogni chiesa cristiana che è stata distrutta (non per motivi religiosi, ma perché nascondiglio militare), si può opporre una moschea che è stata profanata con lo spingervi dentro vacche o maiali. La religione non c’entra. Del resto, in Azerbaijan vivono pacificamente 150.000 cristiani (e vi sono 14 chiese) e 15.000 ebrei (con 7 sinagoghe), mentre i dati ufficiali dichiarano che in Armenia vivono solo 812 musulmani (con una moschea) e 500 ebrei (con una sinagoga).

Serve l’intervento dell’Europa (e dell’Italia)

Quello che sulla scacchiera mondiale può risultare un piccolo conflitto regionale non lo è affatto. Come è noto, la Russia si è schierata alle spalle dell’Armenia e la Turchia a sostegno di Baku. Il 16 ottobre scorso l’esercito armeno ha bombardato la città di Ganja, la «seconda capitale» azera (fuori dal territorio di guerra), uccidendo decine di civili. Si è trattato di un atto disperato per incitare Baku a rispondere su territorio armeno, in modo da costringere il Cremlino a intervenire militarmente al suo fianco, in ragione della mutua difesa prevista nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO). Nonostante l’evidente superiorità militare ed economica, Baku ha però proseguito il conflitto nell’ambito della zona di guerra. La Russia, dunque, non solo non è intervenuta, ma continua a essere uno dei principali fornitori di armi tanto all’Armenia quanto all’Azerbaijan (sic).

Negli ultimi giorni sono falliti i tentativi diplomatici di promuovere una tregua nella regione da parte del ministro degli esteri russo e turco, mentre l’Europa è alle prese con i problemi legati alla pandemia di Covid-19 e l’America è a una manciata di giorni dalle elezioni presidenziali.

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In questo contesto lo scenario più probabile è quello di un ennesimo scontro limitato nel tempo, che questa volta però consenta a Baku di mantenere solo le città riconquistate. Ma non è difficile prevedere che anche in questo caso l’Armenia non sarà disposta ad accettare le quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1993 (n. 822, 853, 874 e 884) sul «ritiro delle forze di occupazione dalle aree occupate appartenenti alla Repubblica dell’Azerbaigian». Anche qualora si giunga ad un «cessate il fuoco», il compromesso non potrà che riesplodere in guerriglia, cosa che ormai avviene da trent’anni.

Senza un deciso intervento dell’Europa, e non da ultimo dell’Italia, il sogno di una pacificazione in quella regione sarà destinato a rimanere un’utopia. Riusciranno gli occhi grigi di D., ormai stanchi, a vedere azeri e armeni convivere pacificamente nella terra della sua giovinezza?

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2 Commenti

  1. Aaa 25 ottobre 2020
  2. Heraklijon 23 ottobre 2020

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